Uno sguardo alle Letture – Il commento al Vangelo della Domenica

Domenica 30 marzo 2014- IV di Quaresima

  • Prima lettura: Sam 16,1.4.6-7.10-13 Davide è consacrato con l’unzione re d’Israele
  • Salmo 22: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla
  • Seconda lettura Ef 5,8-14 Risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà
  • Vangelo: Gv 9,1-41 Andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

 

AQ040[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]Nell’episodio del cieco nato, tutti i commentatori hanno notato il valore fortemente simbolico del contrasto cecità-vista, che è poi una forma della più ampia opposizione luce-tenebre, cara al vangelo di Giovanni: Gesù è la luce che viene nel mondo e chi crede in lui è nella luce (Gv 1,9). Che questa lettura sia corretta è evidente: Gesù stesso annuncia, all’inizio dell’episodio, Io sono la luce del mondo, e di nuovo, alla fine della scena, il dialogo polemico tra Gesù e i farisei mette in chiaro il valore simbolico, inerente alla fede in Cristo, del vedere e dell’essere ciechi.

Se questa è la cornice interpretativa, c’è però un altro aspetto importante di questo brano: è il più lungo episodio di tutti i vangeli in cui Gesù è assente dalla scena.
Gesù prende l’iniziativa senza alcuna richiesta da parte del cieco, ma solo perché in lui siano manifestate le opere di Dio; gli spalma fango e saliva sugli occhi, poi lo manda a lavarsi alla piscina dell’Inviato. E quello riacquista la vista, ma tornando non vede Gesù attorno a sé. L’uomo non più cieco si trova adesso ad avere gli occhi aperti su un mondo che lo interroga aggressivamente, lo deride e lo minaccia, proprio per il fatto che gli sono stati aperti gli occhi. Per paura, persino i suoi genitori prendono le distanze da lui.
Nessuno fa festa con lui per la vista ritrovata né si ferma a lodare Dio per il segno portentoso che si è manifestato. L’apertura degli occhi è accompagnata da un’angosciosa solitudine e l’autore del miracolo è scomparso. Se prima c’era chi pensava che la sua cecità fosse la punizione di una colpa (9,2), ora è il recupero della vista ad essere considerato come opera colpevole (9,16.24). L’aggressione a cui è sottoposto lo costringe, però, a difendere se stesso e colui che gli ha aperto gli occhi e, così facendo, impara a conoscerlo. L’episodio è un vero percorso di discepolato, prodotto dalla persecuzione.
Il non-più-cieco definisce Gesù dapprima uomo, poi profeta, poi dice di lui che non è un peccatore, che onora Dio e fa la sua volontà, che Dio lo ascolta, che viene da Dio; per lui subisce l’espulsione dalla sinagoga. A questo punto, finalmente vede colui nel quale aveva creduto senza vederlo e manifesta per intero la sua fede: crede in Gesù, Figlio dell’uomo, lo chiama Signore e si prostra davanti a lui.

Il brano si presta ad essere letto e fatto proprio dai destinatari del vangelo di Giovanni, giudei della diaspora o pagani che, senza averlo chiesto e senza aver conosciuto Gesù nella carne, hanno ricevuto la grazia della fede; e che, a causa della fede, si trovano allontanati dai genitori, dalle autorità e dalle istituzioni del loro popolo.
La fede in Cristo è un dono gratuito e inaspettato, ed è luce. Ma è una luce che costa cara, che tuttavia si accende e brilla proprio nella prova, quando sembra di avere tutti contro.
Il messaggio dell’uomo non più cieco si rivolge a noi, cristiani del 2014, con rinnovata pregnanza.

Giorgio De Benedittis

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Domenica 23 marzo 2014- III di Quaresima

  • Prima lettura: Es 17,3-7  Dacci acqua da bere.
  • Dal Salmo 94 : Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
  • Seconda  lettura Rm 5,1-2.5-8 L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito
  • Vangelo: Gv 4,5-42 Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.

samaritana e gesù[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l vangelo della Samaritana è uno dei dialoghi più ampi e articolati di Gesù con un singolo interlocutore. Gesù è accaldato e chiede alla donna dell’acqua da bere. Tutta la conversazione si svolge sul tema dell’acqua. Ma di che acqua si tratta? Come avviene spesso nel vangelo di Giovanni, il dialogo parte da un fraintendimento: la donna parla di secchi, di bestiame da abbeverare, di fatica quotidiana per andare ad attingere; Gesù parla di acqua che lui stesso dà e che diventa sorgente interiore zampillante per la vita eterna. Gesù parla di cose del cielo e la donna intende cose della terra, ma un po’ alla volta la Samaritana è indotta ad alzare lo sguardo. La svolta è quando Gesù le dice: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Che è come dire: A chi hai dedicato la tua vita? Chi ha potere su di te? Ma la donna non ha marito, perché ne ha avuti sei. è una donna dalle relazioni liquide, si direbbe oggi. Nessuno ha potere su di lei, i suoi legami sono volatili e, in definitiva, è sola nella sua fragilità. Gesù mostra di conoscerla nell’intimo, senza giudicarla. Vedendosi così scoperta, la Samaritana si rivolge allo strano viandante come a un profeta, gli fa domande sul vero culto, mostra di essere in attesa del Messia, del Cristo. A questo punto Gesù si rivela: “Sono io, che parlo con te”. La donna lascia l’anfora sul pozzo, va in città e racconta a tutti chi ha incontrato. Quell’anfora abbandonata è un tocco da grande narratore. In un gesto, anzi in una dimenticanza, c’è tutto il senso della conversione: delle cose ormai senza importanza e della nuova urgenza di dare a tutti l’annuncio: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”.
Non si vergogna di mettere in piazza la sua vita da peccatrice, prevale piuttosto la meraviglia di essere stata conosciuta, amata e dissetata da quell’acqua che zampilla per la vita eterna. Per la sua testimonianza, i cittadini sono spinti a cercare Gesù e, dopo averlo incontrato, dicono: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”.

Se prima la donna era figura dell’umanità assetata della parola, del perdono e dell’amore di Dio, ora la Samaritana appare immagine della Chiesa che guida all’incontro con Cristo. Commentava sant’Agostino: “[I samaritani] prima credettero in lui per ciò che avevano sentito dire, poi per ciò che avevano visto con i loro occhi. è quanto succede ancor oggi a quelli che sono fuori della Chiesa, e non sono ancora cristiani: dapprima Cristo viene loro annunciato per mezzo degli amici cristiani; come fu annunziato per mezzo di quella donna, che era figura della Chiesa; vengono a Cristo, credono per mezzo di questo annunzio; egli rimane con loro (…) e allora, molto più fermamente e più numerosi credono in lui come vero salvatore del mondo”. E come sarebbe bello che i nostri contemporanei dicessero di noi, cristiani di oggi, quello che i concittadini della Samaritana dissero di lei!

Giorgio De Benedittis

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Domenica 16 marzo 2014 – II di Quaresima

  • Prima lettura: Gen 12,1-4   Vocazione di Abramo, padre del popolo di Dio.
  • Dal Salmo 32: Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
  • Seconda lettura: 2Tm 1,8-10   Dio ci chiama e ci illumina.
  • Vangelo: Mt 17,1-9   Il suo volto brillò come il sole.

II DI QUARESIMA - Trasfigurazione[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a seconda domenica di Quaresima ci offre tutti gli anni il vangelo della Trasfigurazione. La chiesa vuole accompagnare i fedeli nel cammino verso la Pasqua, così come Gesù accompagnò i suoi discepoli verso la sua Pasqua. La Trasfigurazione è il percorso che Gesù fa compiere ai tre discepoli scelti; seguiamolo, perché è anche il nostro.
Gesù porta i tre su un alto monte. Il monte, punto d’incontro simbolico tra la terra e il cielo, è il luogo privilegiato della rivelazione di Dio: così è stato per Mosè quando ha ricevuto la Legge; così è stato per Elia quando ha udito la voce di Dio come brezza leggera (1Re 19,1-13). Anche per Gesù, specie nel vangelo di Matteo, il monte è un luogo di speciale manifestazione: su un monte Egli vince il tentatore, su un monte pronuncia il suo discorso programmatico; più avanti ci saranno il monte degli Ulivi e il monte della Galilea sul quale si mostra risorto.
Gesù appare agli apostoli splendente di luce divina e accanto a lui compaiono Mosè ed Elia a dargli testimonianza. Pietro, con la sua proposta entusiastica (… è bello per noi essere qui! Se vuoi farò qui tre capanne…), mostra di aver capito in parte il senso dell’avvenimento: il tempo è compiuto, Gesù è il Messia, il cielo ha fatto visita alla terra.
è comprensibile che Pietro voglia fissare il momento e farlo durare per sempre. Tuttavia Pietro non ha compreso interamente, e la sua proposta riceve una risposta da Dio stesso. Dio copre tutti i presenti con la nube luminosa che è segno della sua presenza – come avveniva ai tempi dell’Esodo nel deserto – e si rivolge proprio ai discepoli per indicare loro il compito: ascoltare Gesù, il Figlio, colui nel quale si compie tutto l’amore del Padre.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]io, nella nube, parla e si rivela, ma ciononostante rimane nascosto e separato: il simbolo stesso della nube, l’ombra, il cadere con la faccia a terra e il grande timore dei tre discepoli dicono proprio quanto Egli sia inaccessibile nel suo intimo. Tuttavia la rivelazione non è ancora finita. Gesù si avvicina, tocca i suoi discepoli e dice loro: “Alzatevi e non temete”; il suo gesto rovescia l’atto di cadere a terra e avere timore. I tre apostoli alzano gli occhi e non vedono nessuno se non Gesù solo.
Questo è il vero culmine della rivelazione: in Gesù il Dio inaccessibile si fa vicino, in Lui solo si vede Dio e si conosce il suo amore, Lui solo si deve ascoltare, in Lui è portato a termine quanto avevano annunciato gli antichi profeti, che infatti sono scomparsi. Se la volontà di Dio si compie in Cristo, non è ancora tempo di alzare la capanna del riposo escatologico (come aveva proposto Pietro), è tempo invece di scendere dal monte verso i fratelli, seguendo i passi di Gesù, con un segreto e una promessa: la resurrezione dai morti.

Giorgio De Benedittis

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Domenica 9 marzo 2014 – I di Quaresima

  • Prima lettura: Gen 2,7-9; 3,1-7   La creazione dei progenitori e il loro peccato.
  • Dal Salmo 50: Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
  • Seconda lettura: Rm 5,12-19   Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.
  • Vangelo: Mt 4,1-11   Gesù digiuna per 40 giorni nel deserto ed è tentato.

I domenica di Quaresima 2014[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l vangelo delle tentazioni ci dice perché facciamo la Quaresima e soprattutto con chi la facciamo.
Strana cosa: lo Spirito Santo conduce Gesù nel deserto proprio perché sia tentato dal diavolo. Perché? Gesù è venuto per combattere con noi, per noi, la tentazione di non avere fiducia in Dio, quella tentazione che l’umanità porta dentro di sé fin dall’inizio, da Adamo ed Eva.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]V[/dropcap]ediamo dunque come si svolge lo scontro tra Gesù e il tentatore. Se vogliamo capire le tentazioni dobbiamo metterci dal punto di vista del diavolo, perché è lui che prende l’iniziativa e perché, anche per noi, tentazione significa ragionare come il diavolo.
Se sei Figlio di Dio di’ che queste pietre diventino pane. Cioè: vediamo se la fede in Dio serve a qualcosa. Hai un rapporto privilegiato con Dio? Vediamo se tuo Padre ci dà il pane!
Gesù risponde: è troppo poco ridurre l’uomo a ciò che mangia. L’uomo vive veramente perché è in rapporto con Dio, con la sua parola. Il diavolo ribatte subito con precisa consequenzialità: è importante la Parola di Dio? La conosco anch’io! Sta scritto: Dio darà ordine ai suoi angeli di custodirti. Perciò puoi buttarti giù dalla torre e non ti farai male. Vediamo se credere in Dio funziona. Gesù risponde: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo. Che vuol dire: Non dirai tu a Dio ciò che deve fare, non metterai Dio al tuo servizio, non lo ridurrai a un paracadute.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]on il terzo e ultimo scontro, la tentazione raggiunge il suo culmine. Finora il diavolo ha parlato con Gesù di religione, e ritiene di aver dimostrato che la fede in Dio non serve a niente. Ai suoi occhi, Gesù ha palesemente fallito: il pane gratis e in abbondanza non lo dà, e non preserva dalle cadute. Si tratta di trarne le conseguenze. La terza tentazione non ha più niente di religioso, il diavolo non chiama più Gesù Figlio di Dio, non nomina più né Dio né la Scrittura. Allora propone a Gesù l’alternativa all’inutile fede: “Guarda la terra nella sua ampiezza: non è il regno di Dio, ma è grande abbastanza per vivere questa vita e godersela. Lascia perdere Dio e le sacre Scritture e prostrati davanti a me.” Cioè riconosci che non c’è Dio a questo mondo, riconosci come tuo signore ciò che non è Dio. La terza tentazione è vivere coscientemente e con piena decisione facendo a meno di Dio.
Gesù risponde solo riaffermando la professione di fede dell’Antico Testamento: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto. Alle seducenti argomentazioni del diavolo, Gesù oppone semplicemente la fiducia nel Padre.
Ed ecco, angeli gli si accostarono e lo servirono. Non dobbiamo trascurare questa frase finale della scena. Gli angeli che servono Gesù sono il segno della tenerezza di Dio. Dio si prende cura del suo fedele. Sono il segno e la promessa della vittoria di Gesù, ed è la promessa che viene fatta anche a noi, il premio e la meta della Quaresima e di tutta la nostra vita.

Giorgio De Benedittis

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Domenica 2 marzo 2014 – VIII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Is 49,14-15   Io non ti dimenticherò mai.
  • Dal Salmo 61: Solo in Dio riposa l’anima mia.
  • Seconda lettura: 1Cor 4,1-5   Il Signore manifesterà le intenzioni dei cuori.
  • Vangelo: Mt 6,24-34   Non preoccupatevi del domani.

AO080[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L’[/dropcap]ultima domenica prima della Quaresima ci offre il brano del Discorso della montagna sulla ricchezza.
La prima frase, che in Matteo serve da introduzione a ciò che segue, dichiara la necessità di una scelta netta: o al servizio di Dio o della ricchezza, senza possibilità di compromesso. Nello stesso tempo, Gesù afferma che l’uomo ha sempre un padrone. L’illusoria libertà di chi si sottrae al servizio di Dio comporta inevitabilmente l’asservimento a un’altra signoria, quella delle cose, che hanno come unità di misura il denaro. La contrapposizione frontale tra Dio e la ricchezza significa che il cristiano deve estraniarsi dalla sfera economica? Ma è augurabile, cristianamente virtuoso, o anche solo possibile vivere disinteressandosi dei beni che si comprano e si vendono? La domanda è fuorviante, ed è chiaro dai vangeli che Gesù stesso e i suoi discepoli non hanno fatto a meno del denaro.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]U[/dropcap]na risposta efficace a questo problema la dà san Girolamo che, commentando il nostro testo, nota: “Non ha detto colui che ha ricchezze, ma colui che è servo delle ricchezze. Chi è servo delle ricchezze, le custodisce appunto come un servo; chi invece ha scosso il giogo di questa servitù, le distribuisce come fa un padrone.” Dice bene Girolamo: il servizio reso a Dio ci fa partecipi della sua signoria e ci istruisce sull’uso dei beni terreni: siamo chiamati alla liberalità dei figli di Dio, ai quali il padrone del mondo ha affidato la terra intera con tutte le sue ricchezze.
Quello che segue si concentra in due comandi di Gesù: non preoccupatevi e cercate il regno di Dio. I due comandi vanno letti insieme per avere la giusta prospettiva. Al primo è legata la parola domani, al secondo prima di tutto. Dio si fa carico del domani e ci invita a fare quel che occorre subito, prima di tutto: cercare il suo regno e la sua giustizia. è un prima non nel tempo ma nel valore: metti al primo posto dei tuoi pensieri, delle tue preoccupazioni la ricerca del regno di Dio e la sua giustizia, e ciò che è necessario al corpo e alla vita verrà senza ansia. Non senza fatica – Gesù non dice non lavorate, ma non preoccupatevi – ma senza angoscia.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]U[/dropcap]na parola va detta anche sugli uccelli del cielo e sui gigli del campo. Si tratta di immagini non solo poetiche, ma cariche di significato, soprattutto per la nostra epoca. Giustamente si dice che questa pagina è un inno alla provvidenza, però Gesù presenta la provvidenza non come miracolo, ma come ordinario e armonioso rapporto con la natura: è così che vivono gli uccelli e i fiori dei campi. Gli uomini, al contrario degli uccelli, seminano, mietono e raccolgono nei granai, e bisogna che lo facciano. Tuttavia, la fonte originaria del nutrimento è nel Padre celeste attraverso la natura, così per gli uomini come per gli animali. La preoccupazione per la vita scissa dalla ricerca della giustizia di Dio si manifesta anche nella distruzione del buon rapporto con sora nostra matre terra, per usare le parole di san Francesco.

Giorgio De Benedittis

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Domenica 23 febbraio 2014 – VII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Lv 19,1-2.17-18   Ama il tuo prossimo come te stesso.
  • Dal Salmo 102: Il Signore è buono e grande nell’amore.
  • Seconda lettura: 1Cor 3,16-23   Voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
  • Vangelo: Mt 5,38-48   Amate i vostri nemici.

AO070[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]bbiamo davanti le ultime due antitesi tra la Legge antica e il compimento che ne propone Gesù. La prima oppone alla regola occhio per occhio, dente per dente, il comando: io vi dico di non opporvi al malvagio e porgi l’altra guancia. La seconda afferma: amate i vostri nemici.
È questo uno dei testi più famosi del Vangelo, ma anche uno dei più inquietanti: Gesù non comanda qualcosa di impossibile? Consapevole della difficoltà del commento, provo a fare qualche modesta riflessione. La cosiddetta legge del taglione (lex talionis: cioè norma del fare talis, altrettanto) viene spesso presentata come un uso crudele e primitivo, ma non è così. Da nessuna parte la Legge di Mosè prevede che si debbano cavare occhi o denti ai colpevoli. Essa prescrive, invece, la proporzionalità tra il delitto e la pena, cioè il principio secondo cui un danno a un occhio va trattato come un danno a un occhio, diverso dal danno a un dente o dalla perdita della vita. è il principio base di ogni legislazione civile, dal codice di Hammurabi in poi. Gesù non si presenta qui come un riformatore civile, non propone di migliorare una legge imperfetta, secondo un’ottica progressista. Gesù propone un salto abissale: prendere a modello l’amore di Dio per gli uomini, incarnato in Cristo stesso. è lui quello che, la notte della passione, non si opporrà agli schiaffi dei soldati, si lascerà portare via il mantello e la tunica e farà tutta la strada fino al Calvario.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap] proposito del comandamento dell’amore per i nemici, la mentalità del nostro tempo avanza subito un’obiezione: si può comandare un sentimento come l’amore? Amare, poi, qualcuno che si odia non può essere altro che un’ipocrisia, un dire a parole l’opposto di ciò che si sente nel cuore. Infatti, il nostro tempo è particolarmente sensibile ai sentimenti, fino a farne l’unico criterio di verità nelle relazioni umane. A questa obiezione, la risposta che viene dall’insieme del pensiero biblico è semplice e netta. L’amore di cui si parla qui non è un sentimento. L’amore, nella Sacra Scrittura, è un fare. Dicendo Amate i vostri nemici, Gesù comanda ai suoi discepoli di volere il bene dei propri nemici e di compierlo nei fatti, indipendentemente dai sentimenti che si provano nei loro confronti e nonostante che i nemici possano rimanere tali, insensibili alla bontà loro dimostrata. Anche in questo caso il modello è Cristo: quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5,10).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]i può ricavare da questo modello un insegnamento morale, che illumini i nostri comportamenti quotidiani? Si rischia per forza di banalizzare, ma non farlo vorrebbe dire un rischio maggiore: lasciare la parola di Cristo in una perfezione astratta e lontana. Il vangelo di Luca mette attorno al comando dell’amore una corona di detti che ne costituiscono realizzazioni parziali: non condannate, perdonate, date con generosità, fate agli altri come volete che gli uomini facciano a voi. (cfr. 6,27-38) Ma è nella Legge antica che troviamo un esempio più concreto ed efficace di amore del nemico: Quando vedrai l’asino del tuo nemico accasciarsi sotto il carico, non abbandonarlo a se stesso: mettiti con lui a scioglierlo dal carico (Es 23,5).

Giorgio De Benedittis

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Domenica 16 febbraio 2014 – VI del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Sir 15,16-21   A nessuno ha comandato di essere empio.
  • Dal Salmo 118: Beato chi cammina nella legge del Signore.
  • Seconda lettura: 1Cor 2,6-10   Dio ha stabilito una sapienza prima dei secoli (…)
  • Vangelo: Mt 5,17-37   Così fu detto agli antichi; ma io vi dico.

AO060[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ei vangeli della VI e VII domenica dell’anno A, leggiamo, all’interno del Discorso della Montagna, la serie di sei antitesi (“fu detto agli antichi… ma io vi dico…”) con cui Gesù chiarisce il suo rapporto con la Legge di Mosè. La diretta opposizione della parola di Gesù alla Legge ricevuta dagli antichi doveva sembrare molto dura da accettare ai primi lettori di Matteo, in prevalenza di origine giudaica, perché qui Gesù si pone al di sopra di Mosè e prende il posto di Dio e, di fatto, toglie valore a tre istituzioni previste dalla Legge come il divorzio, il giuramento e la legge del taglione. Si capisce perciò perché Matteo apra il discorso con una premessa, nella quale Gesù afferma: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge, ma a dare compimento”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]Q[/dropcap]ueste parole servono a evitare ogni fraintendimento sul contenuto delle antitesi che seguono: Gesù non intende distruggere la Legge e la morale; anzi, il retto cammino di vita si compie nel fare la volontà del Padre secondo i comandamenti di Gesù, che costituiscono la vera interpretazione e il compimento finale della Legge di Mosè. In questo modo, Matteo enuncia l’idea che Cristo è il fondamento dell’insegnamento morale cristiano.
Il Vangelo della VI domenica ci consegna le prime quattro antitesi, che riguardano due comandamenti del Decalogo, non ucciderai e non commetterai adulterio, e inoltre l’atto del ripudio e il giuramento. In tutti questi casi, la Legge di Mosè, come ogni legge, si focalizza su un atto, lo regola o lo sanziona.
Così, ad esempio, l’omicidio o l’adulterio sono visti nel momento in cui vengono compiuti e, naturalmente, vietati.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]M[/dropcap]a Gesù vede l’atto cattivo come esito di un percorso cattivo che ha radici lontane: l’omicidio ha dietro di sé l’ira non dominata, l’invettiva che cresce d’intensità, l’incapacità di riconciliarsi; e l’adulterio ha la sua origine nello sguardo che desidera il possesso e nell’incapacità di tagliare e gettare via le abitudini che inducono al peccato.
L’idea del giuramento, poi, suppone che ci sia normalmente una certa sfiducia nella sincerità altrui, e che questa sfiducia possa essere vinta solo se si invocano come garanti luoghi o oggetti sacri (il cielo, la terra, Gerusalemme o la propria testa).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]esù esorta a mutare prospettiva: la garanzia della sincerità non è fornita dall’esterno da un oggetto sacro, perché non abbiamo nessun potere su di esso, solo a Dio appartiene ogni potere (sul cielo, la terra, Gerusalemme, la nostra testa) e il valore della nostra nuda parola (sì, sì, no, no) dipende unicamente nel nostro stare davanti a Lui. Gesù insegna che i nostri atti partono da lontano, dai pensieri nascosti, dagli sguardi, dalle abitudini e dai giudizi che gradualmente si impossessano di noi; la legge di Gesù non si limita a regolare o a sanzionare gli atti, ma prescrive un discepolato che, nel seguire Lui, maestro e via, è cammino di guarigione dal male. Così la Legge antica raggiunge il suo compimento.

Giorgio De Benedittis

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Domenica 9 febbraio 2014 – V del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Is 58,7-10   La tua luce sorgerà come l’aurora.
  • Dal Salmo 111: Il giusto risplende come luce.
  • Seconda lettura: 1Cor 2,1-5   Vi ho annunciato il mistero di Cristo crocifisso.
  • Vangelo: Mt 5,13-16   Voi siete la luce del mondo.

AO050[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]lla folla che ascoltava il discorso della montagna, come a noi, discepoli di oggi, Gesù dice: Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo.
è difficile trovare nel Vangelo affermazioni più forti di queste circa la grandezza e la responsabilità della testimonianza dei discepoli.
Voi siete il sale, voi siete la luce, la vostra luce, le vostre opere buone: la serie dei pronomi e degli aggettivi personali non lascia dubbi sulla perentorietà della chiamata in causa dei discepoli, in prima persona.
Altrettanto impressionante è la vastità della responsabilità: sale della terra… luce del mondo.
Di fronte a questo compito immenso, da dove attingono i discepoli la capacità di dare sapore e luce al mondo intero? Certo non viene dalle doti o dai meriti dei discepoli stessi, ma è un dono ricevuto dall’alto. A chiarire questo punto occorre leggere il parallelo di Marco che dice: Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio? Questa lampada che non si accende né si porta, ma viene, non può essere altro che il Signore Gesù.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]uttavia, i versetti del discorso della montagna di Matteo mettono in primo piano l’essere e l’agire dei discepoli stessi.
A ognuna delle due affermazioni principali seguono condizioni e precisazioni. Il sale mette in rilievo il sapore dei cibi, e ciò che era scialbo, insipido diventa buono da mangiare.
è immagine di ciò che immette nella vita bellezza e significato, gioia, piacere, come la voglia di stare insieme attorno alla tavola.
Ma cosa avverrebbe se il sale perdesse il suo sapore? Sarebbe completamente inutile, anzi spregevole, starebbe non più nella bocca, ma sotto i piedi della gente. Il dono dall’alto può essere reso spregevole, ridotto al contrario di ciò per cui è stato dato.
Anche l’affermazione “Voi siete la luce del mondo” viene precisata, attraverso due immagini collaterali. I discepoli di Cristo sono come una città posta sopra un monte: è illuminata da tutte le parti ed è offerta senza ripari alla vista di tutti.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]R[/dropcap]iecheggia qui l’immagine profetica del monte Sion a cui, alla fine dei giorni, affluiranno tutti i popoli della terra (Is 2,2-3). In chi aderisce alla proposta di Gesù si compie l’antica profezia messianica. La seconda immagine riproduce la prima, ma in chiave domestica, a dimensione interpersonale: la lampada è fatta per illuminare quelli che stanno nella casa, non per essere nascosta.
Che i discepoli di Cristo siano in vista è un fatto; che anche oggi la Chiesa sia in vista è un fatto. Illumina? O la luce – che è Cristo – viene nascosta, rubata agli uomini, proprio a causa di coloro che la dovrebbero rivelare?
Dalle opere buone dei discepoli di tutti i tempi dipende addirittura la gloria di Dio in mezzo agli uomini.

Giorgio De Benedittis

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Domenica 2 febbraio 2014 – Presentazione del Signore

  • Prima lettura: Ml 3,1-4   Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate.
  • Dal Salmo 23: Vieni, Signore, nel tuo tempio santo.
  • Seconda lettura: Eb 2,14-18   Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli.
  • Vangelo: Lc 2,22-40   I miei occhi hanno visto la tua salvezza.

S0202[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]esù entra nel mondo nella piena osservanza della Legge del suo popolo, ma egli la interpreta fin dall’inizio in modo nuovo.
I riti che Maria e Giuseppe si apprestano a compiere sono due: uno è la purificazione della puerpera e del bambino, a quaranta giorni dal parto, che comprende il sacrificio della coppia di tortore o colombi (cfr. Lv 12); l’altro è il riscatto del primogenito, a proposito del quale è citato un versetto dell’Esodo (Es 13,1.13). Compiendo l’atto del riscatto i genitori riconoscono che ogni vita viene da Dio e a lui solo appartiene; e Dio, che ama la vita dell’uomo, ridona il neonato ai genitori.
è soprattutto su questo secondo atto di culto che si sofferma il brano del Vangelo. Luca mantiene l’espressione veterotestamentaria santificare al Signore, ma non usa mai il verbo riscattare, fondamentale nell’antica prescrizione; al suo posto c’è presentare/offrire. Gesù non viene, quindi, restituito alla piena potestà dei genitori, ma anzi offerto, messo solennemente alla presenza di Dio, perché gli appartenga (sia chiamato santo).
La scena, poi, è singolare anche perché relega dietro le quinte i sacerdoti, che pure presiedevano a tutti riti del tempio.
Ad incontrare il bambino sono invece due anziani profeti, Simeone e Anna. Essi hanno vari tratti in comune: entrambi sono di età molto avanzata, hanno dedicato l’intera vita al servizio di Dio, aspettano l’intervento decisivo di Dio che porterà la consolazione di Israele e la redenzione di Gerusalemme; entrambi giungono al tempio come ad un appuntamento, proprio per incontrare il bambino Gesù (Simeone mosso dallo Spirito, Anna sopraggiunta proprio in quell’ora) e comune è la loro testimonianza: il bambino che sta loro davanti è il compimento dell’attesa, la risposta di Dio alle loro preghiere.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]imeone e Anna non rappresentano solo se stessi; essi incarnano la lunga attesa del popolo di Israele. Che, inoltre, i profeti siano un uomo e una donna è segno, secondo alcuni padri della Chiesa, che l’umanità intera è redenta da Gesù.
Simeone, prendendo il bambino in braccio, pronuncia due frasi profetiche. La prima è una benedizione a Dio perché gli ha concesso di vedere la salvezza preparata per tutti i popoli: quel bambino che tiene in braccio, infatti, sarà luce che rivelerà il Dio di Israele alle genti.
La seconda è rivolta in particolare a Maria: Gesù eserciterà un giudizio che dividerà Israele: sarà motivo di caduta o di resurrezione, sarà segno di fronte al quale ci si dovrà schierare – con lui o contro di lui – e metterà a nudo i pensieri di molti; per Maria sarà causa di lacerante dolore (a te una spada trafiggerà l’anima). Non c’è dubbio che Simeone alluda alla croce. Entrambe le parole profetiche di Simeone, a questo punto della narrazione, appaiono oscure, ma il lettore-discepolo è chiamato, come Maria e Giuseppe, a stupirsi e a custodirle nel suo cuore: le comprenderà leggendo – e vivendo – il Vangelo fino in fondo.

Giorgio De Benedittis

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Domenica 26 gennaio 2014 – III del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Is 8,23-9,3   Nella Galilea delle genti, il popolo vide una grande luce.
  • Dal Salmo 26: Il Signore è mia luce e mia salvezza.
  • Seconda lettura: 1Cor 1,10-13.17   Siate tutti unanimi nel parlare (…) non vi siano divisioni tra voi.
  • Vangelo: Mt 4,12-23   Venne a Cafarnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia.

AO030[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]onvertitevi, perché il regno dei cieli è vicino, perché Io sono vicino. Sono qui, in mezzo a voi, sono venuto a cercarvi… Non abbiate paura di guardarmi, di convertire a me i vostri occhi e il vostro cuore.Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano nell’ombra di morte
una luce è sorta. Sono Io questa luce, non temere!
È vero, la luce fa emergere tutte le tue meschinità, la tua sporcizia che forse avresti preferito rimanesse nell’ombra. Ma Io sono venuto proprio per abbracciare le tue infermità, per guarirti dalle tue invidie, per dirti che la tua debolezza è lo spazio della mia gloria.
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini».
Gesù ci raggiunge nei luoghi ordinari della nostra vita. Simone e Andrea erano pescatori, erano intenti a compiere quei gesti, ormai abituali, del gettare le reti in mare. Erano forse accaldati, affaticati, magari attraversati da preoccupazioni legate alla loro famiglia, ai problemi della loro cooperativa di pesca o anche semplicemente distratti. Gesù non annienta la loro storia, ma li chiama dall’interno di essa. Venite dietro a me, – dice loro – vi farò pescatori di uomini.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]osa avranno capito i due? L’evangelista non ci riporta alcuna altra parola del Signore. A maggior ragione ci sorprende quello che succede dopo questo invito: essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Cosa devono aver visto in quell’uomo per lasciare tutto così, in quattro e quattr’otto, e andargli dietro? Ci sono alcune cose che non si possono scrivere. Per pudore. Ma anche per l’impossibilità di descrivere che cosa avvenga in certi momenti. Ciò che accade lo si può dire meglio raccontandone gli effetti: subito lasciarono le reti e lo seguirono. Subito. È importante questo avverbio. Non fanno dei calcoli, non si danno neppure il tempo di comunicare la cosa alle loro famiglie. Subito.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]osì avviene di fronte al fascino di Gesù. Dopo c’è tutto il tempo per entrare nelle ragioni profonde della chiamata e della promessa. Ma all’inizio non sono queste ragioni a prevalere. Prevale l’esperienza presente. Lui presente. Ti avvedi che tutto quello che tanto affannosamente hai sempre cercato all’improvviso è lì, di fronte a te. Non è un idolo, non è un valore, non è un progetto. È una persona. E ti chiama. Ti invita a lasciare tutto e a seguirlo. E devi amare la tua felicità più di quanto ami le idee che di essa ti sei fatto, più di quanto ami le tue comodità per avere la prontezza di spirito che hanno avuto Simone e Andrea. È l’inizio della vita.

don Daniele Scorrano

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Domenica 19 gennaio 2014 – II del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Is 49,3.5-6   Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza.
  • Dal Salmo 39: Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
  • Seconda lettura: 1Cor 1,1-3   Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
  • Vangelo: Gv 1,29-34   Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.

AO020[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]iamo all’inizio dell’itinerario che il nuovo anno liturgico ci invita a compiere. Domenica scorsa il Battista si stupiva che il Messia atteso chiedesse per sé il battesimo, confondendosi con i peccatori. Ora Giovanni ha capito. Ecco l’Agnello di Dio! È proprio lui colui che il popolo e l’umanità intera attendevano. Io non lo conoscevo – ammette – ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele. Io non avevo ancora capito nulla del piano di Dio. Mi aspettavo un Messia potente, un re che avrebbe sbaragliato con la spada i nostri nemici e avrebbe instaurato con la forza un nuovo ordine sociale. Invece è arrivato senza clamori, in modo ordinario, silenzioso, come la neve che si posa sui rami.
Anche noi, come Giovanni, ci facciamo continuamente delle immagini di Lui, anche noi a volte vorremmo che Dio si mostrasse più forte. Ma il Battista ora ha capito, ha iniziato a penetrare nel cuore segreto di Dio, e lo indica presente al mondo con un’espressione densa di significato. È talmente importante questa definizione che Giovanni dà di Gesù, che ogni giorno essa è ripetuta dal sacerdote durante la Messa: Ecco l’Agnello di Dio. Ecco Colui che toglie il peccato del mondo!
Avvertiamo, in queste espressioni, l’eco delle parole misteriose con cui il profeta Isaia aveva preannunciato l’arrivo del Salvatore: Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
 era come agnello condotto al macello.
La descrizione che Isaia fa del Servo di JWHW era da molti avvertita quasi come un masso erratico tra tutte le profezie con le quali nell’Antico Testamento si descriveva il volto del Messia. Molto più convincenti erano le rappresentazioni della sua potenza e della sua forza.
Eppure, a partire dal patriarca Giuseppe, venduto dai fratelli, fino alla vicenda personale di molti profeti, questa immagine del Messia sofferente era in realtà una presenza costante nei libri sacri, presente almeno quanto le descrizioni della sua regalità.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]iovanni Battista comprende finalmente che in Gesù di Nazareth le due visioni, quella del re e quella del servo sofferente, sono unite. Egli è veramente il re atteso, a cui lui non è degno di sciogliere il laccio dei sandali, ma la sua regalità si manifesta nella mitezza e nell’umiltà. La sua onnipotenza si esprime nell’amore.
Nell’Apocalisse tutti attendono trepidanti il leone di Giuda, l’unico in grado di aprire i sigilli del libro della vita.
Già lo acclamano per la sua forza, ma al posto del leone annunciato si presenta un agnello: E l’Agnello giunse e prese il libro.
I sigilli possono essere aperti solo da Colui che è nello stesso tempo leone e agnello, un leone che riporta la vittoria come Agnello immolato.

don Daniele Scorrano

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Domenica 12 gennaio 2014 – Battesimo del Signore

  • Prima lettura: Is 42,1-4.6-7   Ecco il mio servo di cui mi compiaccio.
  • Dal Salmo 28: Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
  • Seconda lettura: At 10,34-38   Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazaret.
  • Vangelo: Mt 3,13-17   Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.

AO010[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l battesimo di Gesù, che oggi la Chiesa ci invita a contemplare, è l’inizio della sua “vita pubblica” e costituisce, quindi, la prima luce per entrare nel mistero che egli è venuto a rivelarci. Non a caso il beato Giovanni Paolo II ha indicato nel battesimo del Signore il primo mistero luminoso della corona mariana.
Qual è dunque questa luce? Per scorgerla occorre immedesimarsi con Giovanni Battista. Egli, impartendo un battesimo di penitenza, desiderava preparare i cuori ad accogliere il Messia.
Possiamo facilmente immaginare il suo stupore quando il Messia in persona si presenta per essere da lui battezzato. Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?
Giovanni, come tutto Israele, attendeva il Messia immaginando che la sua venuta sarebbe stata accompagnata da squilli di tombe, che avrebbe sconvolto il mondo per la sua potenza e il suo fulgore.
Le immagini che del Messia aveva il popolo dovevano essere corrette. Proprio per questo, all’inizio della sua missione, Gesù pone questo gesto misterioso di penitenza e inizia a svelare così il disegno di Dio. Egli viene nell’umiltà e senza alcun clamore, senza violentare la libertà dell’uomo, proprio come aveva profetizzato Isaia (I lettura): non griderà, né alzerà il tono,
 non farà udire in piazza la sua voce,
 non spezzerà una canna incrinata,
 non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a risposta di Gesù al Battista, che tenta di sottrarsi al paradossale compito, è piena di mistero: Lascia fare per ora, perché conviene che così adempiamo ogni giustizia. Fidati di Me, perché questa è la giustizia, cioè il disegno del Padre mio. Lasciami entrare nella tua vita, immergermi nelle acque delle tue debolezze e della tua morte. Hai ragione nel dire che sei tu a dover essere battezzato da Me, ma come potrò Io battezzarti se tu non mi fai entrare nella tua umanità ferita? Come potrò risollevarti e donarti la vita vera se non prendo su di Me la tua condizione di peccatore? Così il Padre mio, nella sapienza della sua carità, ha concepito la salvezza. Lascia fare…, perché conviene.
Ecco che allora si aprono i cieli: la voce del Padre e la presenza dello Spirito confermano che quanto Gesù fa viene da Dio: Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui. Sin dall’inizio della sua missione il Cristo si rivela come parte di una comunione più grande, con il Padre e lo Spirito. Egli è venuto proprio per aprire ad ognuno di noi questa comunione, rivelandoci il Padre e donandoci il suo Spirito.

don Daniele Scorrano

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Domenica 22 dicembre 2013 – IV del Tempo di Avvento

  • Prima lettura: Is 7,10-14   Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio.
  • Dal Salmo 23: Ecco, viene il Signore, re della gloria.
  • Seconda lettura: Rm 1,1-7   Gesù Cristo, dal seme di Davide, Figlio di Dio.
  • Vangelo: Mt 1,18-24   Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide.

AA040[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]iuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. No, non temere Giuseppe. Non temere tu che leggi queste righe. Non aver paura di abbracciare ciò che il Signore ha preparato per te. Le circostanze in cui ti trovi hanno dentro una promessa di fecondità inimmaginabile. Non spaventarti di fronte alla novità di Dio che irrompe nella tua vita. È vero, sconvolge tutti i tuoi piani, persino le tue aspirazioni buone e sante. Ti chiede un sacrificio, il martirio della disponibilità. Ma la promessa che ti viene fatta è più grande di qualsiasi sacrificio: ciò che è generato in lei non è quello che vedi in apparenza. La difficoltà che vivi in casa, a scuola, sul lavoro, nei rapporti a cui maggiormente tieni, non è una condanna. Non è contro di te. Essa porta dentro una parola che Dio vuol dire alla tua vita. Non essere codardo, non tentare di nasconderti o di risolvere le cose a modo tuo. Non ripudiare in segreto ciò che chiede di essere da te accolto: viene dallo Spirito Santo.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap]lla darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù. Tu, tu lo chiamerai Gesù. Nessuno al tuo posto può farlo. Dio si fida di te, tanto da nascondersi dentro le circostanze quotidiane della tua vita, tanto da rendere queste circostanze, anche quelle apparentemente più faticose e contraddittorie, gravide della Sua dolce presenza. Per questo ti chiede di abbracciarle, di “prenderle con te”, così come ha chiesto a Giuseppe di prendere con sé Maria, sua sposa. E, come al santo falegname di Nazareth, anche a te chiede di riconoscerlo: tu lo chiamerai Gesù

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap] volte ci sembra che la realtà vera delle cose che viviamo sia ciò che i nostri poveri occhi vedono, le apparenze da cui il nostro piccolo cuore si lascia occupare. La realtà, invece, è Cristo, ci dice san Paolo.
L’ultima domenica di Avvento è illuminata dalla figura immensa di Giuseppe. A lui Dio ha affidato «la custodia dei suoi tesori più preziosi e più grandi» (Pio IX): Gesù e Maria. A lui ha chiesto di essere l’ombra del Padre, come afferma Dobraczynski nel suo capolavoro letterario. Chiediamo anche per noi la stessa fede di san Giuseppe. «Egli – ha scritto il beato Giovanni Paolo II – accettò come proveniente da Dio ciò che Maria aveva già accettato nell’annunciazione. […] Giuseppe è il primo a partecipare alla fede della Madre di Dio». E così ci introduce nell’aspetto più commovente del Natale: Dio non solo si fa uomo come noi, ma si mette nelle nostre mani, si abbandona alla nostra custodia. Egli, che è l’Onnipotente, viene a noi come bisognoso di tutto perché noi, prendendoci cura di lui, abbiamo a scoprire la nostra miseria e a contemplare il Suo volto senza esserne abbagliati.

don Daniele Scorrano

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Domenica 15 dicembre 2013 – III del Tempo di Avvento

  • Prima lettura: Is 35,1-6.8.10   Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi.
  • Dal Salmo 145: Vieni, Signore, a salvarci.
  • Seconda lettura: Gc 5,7-10   Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
  • Vangelo: Mt 11,2-11   Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?

AA030[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]R[/dropcap]allegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino! L’antifona di ingresso di questa domenica ci introduce subito al cuore della liturgia odierna. Si rallegri il deserto e la terra arida – incalza, nella prima lettura, il profeta Isaia – Ecco il vostro Dio… egli viene a salvarvi. È la gioia la nota dominante delle letture nella terza domenica di Avvento. Non a caso è chiamata dalla tradizione “domenica gaudete”. La ragione profonda di questa gioia è la vicinanza del Signore. La venuta del Signore è vicina!, ci dice anche san Giacomo nella seconda lettura.
Gioia è la prima parola del cristianesimo. Essa è anche la prima esperienza che incontriamo nell’itinerario tracciato dal Rosario. I misteri gaudiosi indicano che non c’è inizio vero nel cristianesimo che non sia la gioia. Dal gaudio si dipana tutta l’esistenza cristiana. Un’esistenza non ancora compiuta, poiché la gioia non è la pace, non è la meta. La gioia è l’origine e il carburante per attraversare i misteri dolorosi – illuminati dai misteri della vita di Gesù – e giungere alla gloria, che potremmo definire come una gioia più densa, a cui non è rimasto nulla dell’ingenuità propria di chi non conosce tutta la verità. Una gioia provata dalla sofferenza e da questa resa più profonda. Inattaccabile.
Da questo punto di vista è significativo che la liturgia ci parli della gioia in due momenti particolari dell’anno liturgico: nel cuore dell’Avvento e nel cuore della Quaresima (domenica laetare): la gioia nasce dal cuore dell’attesa e della conversione.
È il messaggio centrale della figura di Giovanni Battista, oggi esaltata da Gesù nel Vangelo: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di lui. Il Battista è colui che fin dal seno materno ha gioito per la venuta di Cristo. È l’amico dello Sposo che trasalisce di gioia ascoltando la sua voce. In lui la gioia diventa operosa. Egli prepara la via al suo Signore. Predica la conversione dei cuori.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]O[/dropcap]ggi ci viene presentato mentre, in carcere, invia i suoi discepoli da Gesù, per chiedergli se è il messia atteso. È una domanda misteriosa, sulla quale molto è stato detto. Essa, in realtà, nasce dal cuore paterno di Giovanni il quale, probabilmente, voleva che i suoi discepoli, ancora troppo attaccati a lui, si rivolgessero a Gesù. Li invia, dunque, perché vedano con i loro occhi le opere del Cristo e, ascoltando la sua voce, vi rimangano attaccati.
Gesù non fa loro un discorso, ma li invita a riferire proprio quanto sentono e vedono: Egli è veramente Dio perché al suo passaggio il deserto fiorisce e stilla l’abbondanza.
Chiediamo anche per noi la grazia di riconoscere nelle piccole o grandi cose di ogni giorno i segni del passaggio del Signore.

don Daniele Scorrano

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Domenica 8 dicembre 2013 – II del Tempo di Avvento / Immacolata Concezione della B.V. Maria

  • Prima lettura: Gen 3,9-15.20   Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna.
  • Dal Salmo 121: Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
  • Seconda lettura: Ef 1,3-6.11-12   In Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione…
  • Vangelo: Lc 1,26-38   Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.

ImmacolataConcezioneS1208[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a seconda domenica di Avvento coincide, quest’anno, con la solennità dell’Immacolata. Sono tante le strade che portano a Gesù, ma tutte si innestano, infine, in Maria. Ella è l’autostrada di Dio.
Il mistero dell’Immacolata Concezione è illuminato dalle letture della liturgia odierna, in particolare dal racconto tratto dalla Genesi. Dopo il peccato originale, Dio esce nel giardino alla ricerca dell’uomo: Dove sei? In questa domanda – che attraversa tutta la storia che Dio ha costruito con l’umanità – possiamo riconoscere il cuore paterno, ostinatamente misericordioso, del Creatore che, come un innamorato, non si arrende di fronte al rifiuto dell’amato. Adamo ed Eva si nascondono, ma Dio continua la sua ricerca, continua il suo “corteggiamento” dell’uomo. Decide di mandare suo Figlio. Egli schiaccerà la testa al serpente, all’ingannatore, al mistificatore.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap]cco allora il Vangelo dell’Annunciazione: Maria si è lasciata trovare da Dio. Quella domanda – dove sei? – che dall’inizio della Genesi era continuata a risuonare in tutti i secoli della storia, trova finalmente la sua risposta definitiva: eccomi, sono la serva del Signore. Maria è la creatura così come è stata pensata dal Creatore fin dalle origini. La sua bellezza rapisce perché risplende della purità originaria. Suscita in noi la nostalgia di tale purità. In lei «finalmente l’immagine della bellezza si leva sopra l’umanità senza mentire, senza turbare. Le creature tutte la rimirano ed esclamano: Sei veramente, sei realmente la bellezza: Tota pulchra es!» (Paolo VI).
Maria diventa così il modello di ogni uomo e di ogni donna. La sua bellezza – frutto della redenzione operata da suo Figlio, di cui lei, per un singolare privilegio, ha goduto in anticipo – ricorda ad ognuno il destino luminoso a cui il battesimo ci ha introdotto.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]io si è consegnato al grembo di una donna. Si è lasciato portare, nutrire da questo grembo. Si è lasciato formare da esso. Il Dio altissimo, come uomo, ha imparato da Maria a guardare il mondo. Lei gli ha insegnato ad amare. Da lei ha imparato a pregare. Come possiamo noi vivere, come possiamo dimorare veramente nel seno del Padre se non consegnando tutto noi stessi a Maria, senza lasciarci plasmare da lei come Dio stesso si è lasciato formare dal suo grembo? Siamo noi forse più grandi di Dio?
Ognuno di noi deve rivivere, come membra di un unico corpo, la stessa generazione che il nostro capo ha vissuto. Dio, per entrare in rapporto con l’uomo, sceglie sempre una forma storica, concreta, identificabile. Una persona, un’amicizia, una comunità… questo luogo è il grembo della Chiesa, cioè il grembo di Maria. Non dobbiamo aver paura di consegnarci al luogo che Dio ha scelto per generarci alla fede.

don Daniele Scorrano

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Domenica 1 dicembre 2013 – I del Tempo di Avvento

  • Prima lettura: Is 2,1-5   Il Signore unisce tutti i popoli nella pace eterna del suo Regno.
  • dal Salmo 121: Andiamo con gioia incontro al Signore.
  • Seconda lettura Rm: 13,11-14   La nostra salvezza è più vicina.
  • Vangelo: Mt 24,37-44   Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.

AA010  1^ Domenica di Avvento[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]V[/dropcap]egliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Sono le parole di Gesù con cui la Chiesa oggi ci introduce all’Avvento.
È un periodo luminoso, nel quale può essere inscritto tutto l’itinerario della nostra vita. L’attesa, infatti, è ciò che massimamente caratterizza l’esistenza umana. Non a caso è il tema per eccellenza di tutte le letterature e della poesia.
«Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora, perché attendiamo?». In questa espressione di Cesare Pavese sono racchiuse l’inquietudine e, nello stesso tempo, la grandezza dell’uomo. Inquietudine: perché tutti, quasi inavvertitamente, sentiamo la mancanza di qualcosa che non sappiamo ben definire, ma che intuiamo essenziale per la nostra felicità. Grandezza: poiché l’uomo è l’unica creatura al mondo che ha coscienza di questo e può, quindi, attendere, vigilare, pregare per affrettare l’avvento di questo qualcosa. Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia. […] / Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? / Che colmi tutta la terra della tua assenza? (P. Lagerkvist).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]oi cristiani abbiamo la grazia di poter dare un nome a questo struggimento che tutti gli uomini avvertono: è il desiderio di Cristo, inscritto nel più profondo del nostro animo e persino nelle pulsioni disordinate del nostro corpo. Siamo stati fatti per lui e tutta la nostra vita è attesa di lui.
Le letture di questa domenica intercettano proprio queste corde del nostro cuore. San Paolo, in particolare, ci esorta a prendere coscienza del momento che stiamo vivendo: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. 
La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gesù nel Vangelo parla di questo giorno come di una sorpresa. Tenetevi pronti – conclude – perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]V[/dropcap]errà dunque. E sarà un ladro per coloro che, come gli uomini al tempo di Noè e del diluvio, sono distratti, ripiegati sulle loro piccole cose. Come uno sposo, invece, per coloro che lo attendono operosi, secondo l’indicazione di san Paolo: gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno… Chi ama non sta ozioso, ma attende continuamente l’amato. Le sue parole e i suoi silenzi, il suo lavoro come il suo riposo, tutto è sempre abitato dall’attesa di Lui. Vigilo l’istante / 
Con imminenza di attesa […] / Ma deve venire, / Verrà, se resisto
 / A sbocciare non visto, / Verrà d’improvviso, / Quando meno l’avverto: / Verrà quasi perdono
 / Di quanto fa morire, / Verrà a farmi certo / 
Del suo e mio tesoro, / Verrà come ristoro / 
Delle mie e sue pene, / Verrà, forse già viene (C. Rebora).

don Daniele Scorrano

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Domenica 24 novembre 2013 – Festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

  • Prima lettura: 2Sam 5,1-3   Unsero Davide re d’Israele.
  • Dal Salmo 121: Andremo con gioia alla casa del Signore.
  • Seconda lettura: 2Ts 3,7-12   Chi non vuole lavorare, neppure mangi.
  • Vangelo: Col 1,12-20   Ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore.

CO340 festa di Cristo Re dell'Universo[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L’[/dropcap]anno liturgico è lo specchio della nostra vita. Attraverso la liturgia, la Chiesa – come una madre – ci prende per mano e ci accompagna a considerare le nostre esistenze alla luce dei misteri della vita di Cristo.
In questa domenica siamo condotti all’ultima tappa di questo percorso, in cui tutto viene ricapitolato: la solennità di Gesù Cristo Re dell’universo.
La regalità di Cristo è la trama dell’intero anno liturgico e di ogni esistenza cristiana. Gesù è il centro del cosmo e della storia, il senso profondo di tutte le cose e il destino di tutti i cuori.
San Paolo, nella seconda lettura, ci consegna delle parole misteriose, in grado di illuminare questo mistero: In lui furono create tutte le cose… Piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza… Per mezzo di lui e in vista di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificandole con il sangue della sua croce. Le parole di Paolo, mentre descrivono la divinità di Cristo, ci svelano un aspetto centrale della sua signoria: il suo essere salvatore, fonte di riconciliazione e pacificazione di tutte le cose.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]on a caso, nella solennità odierna, il Vangelo ci presenta Gesù crocifisso, coronato di spine, avvolto nel manto purpureo del suo sangue. È un’immagine inusuale per un Re. E infatti, prima i capi del popolo, poi i soldati e infine uno dei due ladroni crocifissi con lui, provocano Gesù a manifestare la sua regalità scendendo dalla croce. È il solo modo che il mondo conosce di esercitare la regalità e il potere: salvare se stessi. Gesù invece rimane, silenzioso, sulla croce. Le uniche sue parole riportate dal vangelo di oggi sono quelle rivolte al buon ladrone ed esprimono il senso vero del suo potere: Oggi sarai con me in Paradiso. Proprio nel momento di più alta umiliazione ed impotenza, Gesù fa una promessa propria solo di un Dio e nella redenzione manifesta, in modo sommo, la sua regalità. Egli non salva se stesso per salvare tutti noi.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]e parole di Benedetto XVI nella Messa di inizio del suo pontificato costituiscono, a mio parere, il commento più chiaro a tutto ciò e ci offrono nel contempo una chiave di lettura di quanto anche papa Francesco sta dicendo alla Chiesa.
«Non è il potere che redime, ma l’amore! …Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione… Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini».

don Daniele Scorrano

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Domenica 17 novembre 2013 – XXXIII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Ml 3,19-20   Sorgerà per voi il sole di giustizia.
  • Dal Salmo 97: Il Signore giudicherà il mondo con giustizia.
  • Seconda lettura: 2Ts 3,7-12   Chi non vuole lavorare, neppure mangi.
  • Vangelo: Lc 21,5-19   Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

CO330 XXXIII del Tempo Ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]utti vi abbandoneranno e sarete traditi persino dagli amici… Tutto ciò vi darà occasione di rendere testimonianza.
Nel Vangelo di questa domenica, mentre descrive gli ultimi tempi, Gesù parla in realtà di se stesso. È lui che sarà abbandonato e tradito persino dai suoi apostoli. È lui il testimone fedele che glorificherà il Padre con la sua obbedienza luminosa.
Giunto ormai a Gerusalemme, Cristo desidera introdurre gli apostoli, e noi con loro, in ciò che sta per accadere. Vuole prepararli alla passione che dovrà attraversare prima di risorgere. Apre loro il suo cuore perché non si scandalizzino quando tutto questo accadrà, ma anche perché si preparino a vivere nelle loro esistenze la vita del maestro: Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno a causa del mio nome… Sarete odiati da tutti a causa del mio nome.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]O[/dropcap]ggi queste parole ci interrogano in modo particolare. Una falsa idea di tolleranza, infatti, ci porta spesso a scendere a compromessi e ad abbandonare la radicalità del Vangelo. La pace sociale, il desiderio di dialogo, il rispetto per la sensibilità altrui sono valori altissimi, ma a volte diventano maschere dietro cui ci nascondiamo per sfuggire il richiamo di Gesù, tagliente più di una spada a doppio taglio. In un’altra occasione Egli aveva detto: preoccupatevi quando tutti diranno bene di voi… Noi invece ci preoccupiamo del contrario.
Costantemente alla ricerca del consenso degli uomini, siamo pronti per questo anche ad annacquare la pretesa totalizzante di Cristo e a svendere la nostra identità.
La realtà del martirio – che Gesù indica come elemento essenziale dell’identità cristiana: Tutto ciò vi darà occasione di rendere testimonianza – ci spaventa e ci sembra inammissibile in una società progredita come la nostra.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] ormai imminente la fine dell’anno liturgico e in questa domenica la Chiesa ci invita a considerare gli ultimi tempi e a ricomprendere la nostra vita alla luce del giudizio finale. Saremo giudicati sull’amore. E saremo giudicati dall’amore. Lasciamoci afferrare da questo amore, lasciamolo vivere in noi. Durante una giornata possiamo lavorare tanto, sottoporci ai più grandi sacrifici, correre da una parte all’altra senza un minuto di requie. E non solo per i nostri interessi personali. Possiamo spenderci anche interamente per gli altri. Ma, alla fine, che cosa rimarrà di tutto questo? Solo ciò che avremo fatto per amore. Solo ciò che avrà avuto come sua più profonda ragione la testimonianza a Cristo.
Chi non mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io non lo riconoscerò davanti al Padre mio. Adoperiamoci allora per dare testimonianza a Dio e così, dice Gesù, neanche un capello del nostro capo perirà.
Ecco la certezza, ecco la luce, ecco la pace.

don Daniele Scorrano

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Domenica 10 novembre 2013 – XXXII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: 2Mac 7,1-2.9-14   Il re dell’universo ci risusciterà a vita nuova ed eterna.
  • Dal Salmo 16: Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.
  • Seconda lettura: 2Ts 2,16-3,5   Il Signore vi confermi in ogni opera e parola di bene.
  • Vangelo: Lc 20,27-38   Dio non è dei morti, ma dei viventi.

CO320 XXXII domenica del tempo ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a storia dei sette fratelli Maccabei, che incontriamo nella prima lettura di questa domenica, è un portale che ci introduce nel cuore del vangelo.
Nel II secolo a.C., durante la persecuzione di Antioco IV Epifàne, questi coraggiosi fratelli testimoniarono con il sangue la loro fede nella vita eterna. Piuttosto che rinnegare Dio e le sue leggi, come era stato intimato loro dal re a forza di flagelli e nerbate, accettarono la morte: Tu ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per lui, ci risusciterà a vita nuova ed eterna.
La fede virile di questi giovani riempie il nostro cuore di ammirazione e, nel contempo, ci svela il segreto della libertà a cui tutti aspiriamo.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] la speranza l’anima della libertà, la speranza come certezza sul futuro che invade il presente. La prospettiva della resurrezione non è appena una verità “consolante”, che ci aiuta ad avere uno sguardo sereno sull’aldilà. Essa influisce già nella vita presente, poiché ha la forza di mutare il nostro rapporto con la realtà, di renderci liberi di fronte ad essa.
Non è la stessa cosa pensare che tutto finisca qui o sapere che siamo destinati all’eternità. Cambia tutto. Ogni cosa, ordinata al suo destino eterno, assume il suo giusto peso. E diventa possibile persino dare la vita per affermare ciò che non finisce.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] quanto anche il nostro Rolando Rivi ci insegna ed è ciò che Gesù, nel vangelo di oggi, ci rivela: Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi.
Egli trae spunto da una domanda paradossale postagli dai Sadducei, i quali volevano mettere in ridicolo l’ipotesi stessa della resurrezione. Anche qui troviamo sette fratelli i quali muoiono uno appresso all’altro, dopo aver preso in moglie una stessa donna per obbedire alla “legge del levirato”, che obbligava un uomo a sposare la vedova del fratello qualora fosse morto senza lasciare figli. Se esiste la resurrezione, di chi sarà moglie quella donna nella vita eterna?
Gesù non cade nel tranello che gli viene teso e conduce il discorso a un altro livello. Parte dalla medesima considerazione dei Sadducei, che si appellano a Mosè, per far veder loro quale sia stata, più in profondità, proprio l’esperienza di Mosè, da cui la legge deriva. Richiama alla loro memoria l’episodio del roveto ardente e la rivelazione “storica” di Dio come Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Un Dio che si implica con l’uomo fino a farlo entrare nella definizione stessa del suo santo nome.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a vita eterna non è appena un prolungamento della vita presente, così come presuppone la domanda dei Sadducei. Essa consiste nel partecipare alla vita stessa di Dio. È lui la vita e chiunque vive in lui e per lui sperimenta fin da ora la vita nuova che non finisce.

don Daniele Scorrano

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Domenica 3 novembre 2013 – XXXI del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Sap 11,22-12,2   Hai compassione di tutti, perché ami tutte le cose che esistono.
  • Dal Salmo 33: Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
  • Seconda lettura: 2Ts 1,11-2,2   Sia glorificato il nome di Cristo in voi, e voi in lui.
  • Vangelo: Lc 19,1-10   Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto

CO310 XXXI domenica del T.O.[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“I[/dropcap]l Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che è perduto”. In queste parole di Gesù è raccolto tutto il senso non solo della liturgia di questa domenica e dell’incontro con Zaccheo, ma dell’intera vita di Cristo.
Zaccheo era un grosso appaltatore, senza scrupoli, un traditore del popolo che riscuoteva le tasse per conto dei Romani. È comprensibile, dunque, che fosse odiato e additato come pubblico peccatore.
Non sappiamo perché quest’uomo, alla notizia del passaggio di Gesù, abbia desiderato vederlo. Curiosità? Timore? Interesse? Sta di fatto che egli, “piccolo di statura”, sale su un sicomoro, per poterlo vedere. A causa della folla, infatti, non ci riusciva.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap] questo punto accade l’imprevedibile: Gesù, in mezzo a tutta quella confusione, si ferma e fissa i suoi occhi su Zaccheo, come se fosse entrato in Gerico apposta per lui. Con questo sguardo Gesù lo mette a nudo ed egli si sente quasi annientato, come se si specchiasse in tutti i propri limiti, in tutta la propria fragilità; smascherato fino a quel punto in cui l’orgoglio e la vergogna non lasciano entrare nessuno. Eppure nello sguardo di Gesù non c’era solo questo, altrimenti non si spiegherebbe la reazione di Zaccheo. Per la prima volta in vita sua egli si sente abbracciato, guardato con affetto. Lo sguardo di Gesù non solo non lo condanna, ma inspiegabilmente lo erige ad un’altezza di stima straordinaria: “Oggi devo dimorare in casa tua”.
Si alza un mormorio pieno di indignazione. Persino i discepoli non capiscono questa uscita del maestro. Zaccheo non sembra sentir nulla di quanto accade attorno a lui. Ancora una volta si innalza al di sopra della folla.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]utto il suo cuore e la sua mente sono stati riempiti da quello sguardo e da quelle parole. È pieno di gioia. Scende in fretta dall’albero e accoglie Gesù in casa sua, pronto a lasciare tutto per lui. L’evangelista raccoglie il dinamismo della conversione di Zaccheo attorno a un verbo: “Zaccheo, alzatosi, disse al Signore…”. Non è scritto che si fosse mai seduto. Proprio per questo quell’alzarsi esprime innanzitutto un movimento interiore: dal ripiegamento su di sé, alla statura di uomo nuovo. È, nella radice, uno dei verbi con cui sarà espressa la resurrezione di Gesù.
Anche a noi è possibile la stessa esperienza di resurrezione vissuta da Zaccheo. Basta lasciarci guardare da Gesù. Ma per questo occorre ergerci, come Zaccheo, al di sopra della folla. La folla dei nostri pensieri, dei nostri calcoli, delle nostre barriere.
Sono tanti i sicomori sui quali possiamo salire: la preghiera, la Sacra Scrittura, i Sacramenti, soprattutto la Confessione e l’Eucarestia. Anche gli amici sono alberi che Dio ci mette accanto per aiutarci ad alzare lo sguardo verso di lui.

don Daniele Scorrano

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Domenica 27 ottobre 2013 – XXX del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Sir 35,15-17.20-22   La preghiera del povero attraversa le nubi.
  • Dal Salmo 33: Il povero grida e il Signore lo ascolta.
  • Seconda lettura: 2Tm 4,6-8.16-18   Mi resta soltanto la corona di giustizia.
  • Vangelo: Lc 18,9-14   Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.

XXX domenica del Tempo Ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]nche nella parabola degli invitati che prendono i primi posti (ascoltata alcune domeniche fa), Gesù conclude: “Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”.
Dobbiamo lasciare che gli altri e prima di tutto Dio misurino la nostra qualità. Nella parabola dei due in preghiera, Gesù ci avverte che anche quando ci mettiamo di fronte a Dio possiamo cadere nella doppia trappola: esaltare noi stessi e disprezzare gli altri; ci spinge anche a pensare che questo rischio riguarda prima di tutto le persone che eseguono la parola di Dio, ma che perfino nel rendere grazie a Dio in realtà lodano solo se stesse.
Quando riconosciamo il nostro peccato siamo più disposti ad affidarci a Dio e a riconoscere che da lui dipendiamo. Quando condanniamo il peccato, dovremmo sempre evitare di condannare il peccatore e chiederci: chi sono io per giudicare? Troviamo qui anche una breve preghiera che possiamo facilmente portare con noi: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Il libro del Siracide richiama una qualità fondamentale di Dio; Egli è giudice imparziale: “per lui non c’è preferenza di persone”. Soprattutto, non si lascia incantare dalla ricchezza, anzi ha uno sguardo di favore sul povero e sul debole, come ci testimonia tutta la Scrittura e la parabola di oggi.
Ritroviamo, come domenica scorsa, anche la fiducia nel fatto che l’Altissimo ristabilisce la giustizia.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ella seconda lettera a Timoteo, di nuovo Dio è ricordato come giudice affidabile: “Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione”.
Vediamo anche come possiamo nel modo corretto riconoscere la bellezza del nostro cammino: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”; qui non c’è l’esaltazione di sé, ma il riconoscimento dell’opera del Signore: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza”. Neppure c’è la condanna degli altri: “tutti mi hanno abbandonato… non se ne tenga conto”. E infine con il Salmo possiamo esprimere tutto questo: “Benedirò il Signore in ogni tempo… Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino … Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti … non sarà condannato chi in lui si rifugia”.

don Filippo Manini

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Domenica 20 ottobre 2013 – XXIX del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Es 17,8-13   Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva.
  • Dal Salmo 120: Il mio aiuto viene dal Signore.
  • Seconda lettura: 2Tm 3,14-4,2   L’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.
  • Vangelo: Lc 18,1-8   Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui.

CO290[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l racconto dell’Esodo, in questa XXIX domenica del Tempo ordinario, esprime bene alcuni nostri desideri: la preghiera che immediatamente porta a un risultato, a una vittoria di Dio sui nostri nemici…
Ma se leggiamo altri racconti del cammino del deserto vediamo la fatica e le difficoltà, dovute soprattutto alla mancanza di fede del popolo.
Il Vangelo invita alla piena fiducia in Dio che fa giustizia: Dio è ben di più d’un giudice ingiusto che cede per l’insistenza d’una vedova; eppure resta sempre per noi il dubbio sui tempi, che non sono i nostri: cosa significa “prontamente” agli occhi di Dio?
La lettera agli Ebrei dice che Gesù chiese d’essere liberato dalla morte e fu esaudito: con la risurrezione, che non gli ha evitato d’attraversare la morte.
Siamo riportati a due domeniche fa: alle parole di Abacuc (il termine fissato; il giusto che vive per la sua fede) e al vangelo sulla fede piccola che sposta il gelso. Anche qui, alla fine, l’accento è sulla fede: quella degli ultimi tempi, quando Gesù tornerà glorioso, ma anche la nostra fede ora: “troverà la fede…”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]nche la lettera a Timoteo (seconda lettura) ci esorta: “Rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente”.
Così ci affidiamo al Signore e l’invochiamo con la stessa fiducia del salmo: “Da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. … Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele…”.
La seconda lettera a Timoteo (che è rivolta prima di tutto ai ministri, ma si può per molti versi estendere a tutti) ci offre qualche spunto sulla Scrittura.
“Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia”: questo ci chiede di non tardare a far conoscere la Bibbia ai più piccoli, per alimentare una lunga familiarità.
Le Scritture “possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù”: se aspiriamo alla salvezza e se vogliamo coltivare la fede, non dobbiamo trascurare le Scritture.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“T[/dropcap]utta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”: la Parola di Dio scritta è tale per opera dello Spirito ed essenziale per la formazione del ministro, e del credente in generale.
Al ministro, e a tutti, vicendevolmente, è poi affidato il compito, da compiere con cuore generoso: “Annuncia la Parola…”.

don Filippo Manini

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Domenica 13 ottobre 2013 – XXVIII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: 2Re 5,14-17   Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore.
  • Dal Salmo 97: Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
  • Seconda lettura: 2Tm 2,8-13   Se perseveriamo, con lui anche regneremo.
  • Vangelo: Lc 17,11-19   Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero.

CO280[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]n tutta la Scrittura l’elezione del popolo d’Israele (di cui Gesù, figlio di Davide, fa parte) è per il bene di tutti i popoli, com’è promesso ad Abramo; perciò non ci sorprendono le parole del salmo: “Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.” Né dobbiamo dimenticare il favore della Legge per lo straniero. Anche Eliseo mostra la benevolenza verso lo straniero, e da parte sua Naaman la gratitudine per il Signore, che da quel momento sarà il suo unico Dio. Eliseo inoltre, con il suo disinteresse, testimonia la gratuità del dono di Dio.
D’altra parte la Scrittura non tace i conflitti tra i popoli; una particolare avversione può nascere tra i vicini: così l’inimicizia tra Giudei e Samaritani, che per esempio condividono la Legge di Mosè ma hanno un tempio diverso.
Nel vangelo di Luca si ricorda quest’inimicizia quando Gesù, che va al Tempio di Gerusalemme, non è ospitato da alcuni samaritani e rimprovera i discepoli che vorrebbero invocare la punizione divina su di loro.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]ome nella parabola del buon samaritano, nell’episodio dei dieci lebbrosi il samaritano, unico che esprime la riconoscenza a Gesù per la guarigione, è portato come esempio, particolarmente stimolante proprio perché viene da uno straniero.
La celebrazione dell’Eucarestia, che prende il nome dal ringraziamento, tra l’altro c’insegna a rendere grazie a Dio dei suoi doni, in ogni momento della vita, con la certezza d’un legame in cui la fedeltà da parte del Signore non può deludere: “Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso”. Su questo fondamento ci sono stati e ci sono credenti che soffrono per il Vangelo “fino a portare le catene come un malfattore”, con la fiducia incrollabile: “Ma la parola di Dio non è incatenata!”.

don Filippo Manini

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Domenica 6 ottobre 2013 – XXVII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Ab 1,2-3;2,2-4   Il giusto vivrà per la sua fede.
  • Dal Salmo 94: Ascoltate oggi la voce del Signore.
  • Seconda lettura: 2Tm 1,6-8.13-14   Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro.
  • Vangelo: Lc 17,5-10   Se aveste fede!

CO270[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]lla richiesta di accrescere la fede, Gesù risponde: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: Sràdicati e vai a piantarti nel mare, ed esso vi obbedirebbe”. Forse vuol dire che importa partire dalla fede che abbiamo: è già sufficiente per camminare secondo il Vangelo, non scusandoci dal farlo aspettando di essere straordinari. D’altra parte fare tutto quello che il Signore ci chiede (e ci dona di fare) non deve portarci a vantarcene: “… quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Quest’esortazione è rivolta in particolare agli apostoli: possiamo allargare a tutti, ciascuno secondo il suo compito, ma in particolare a chi esercita un ministero. Questo vale anche per la seconda lettera a Timoteo, che tra l’altro ricorda il rischio non del vanto ma della timidezza: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza…”. Guardando l’esempio di Paolo (“sono in carcere per lui”), oggi possiamo pensare ai tanti cristiani che soffrono e danno la vita per il Vangelo; noi godiamo di ampie possibilità di testimoniare, se non siamo vinti dalla timidezza e sopportiamo qualche sofferenza per il Vangelo.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]erto, Abacuc non tace la fatica di credere di fronte all’ingiustizia e alla violenza: “Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti… Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”.
Il popolo di Dio è sempre esposto a questa domanda, che una fede pensosa non può evitare; e può cadere nel mettere alla prova Dio, dubitando radicalmente di lui, pretendendo che intervenga secondo quanto ci attendiamo: “mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere”.
Una fede che s’esprime nel servizio disinteressato, che sopporta la sofferenza della testimonianza senza timidezza, che continua a interrogare Dio senza staccarsi da lui è solido fondamento: “il giusto vivrà per la sua fede”.
Proprio in quest’affermazione di Abacuc Paolo ha espresso la sua fiducia nella grazia della vita piena, offerta da Dio e accolta nella fede.

don Filippo Manini

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Domenica 29 settembre 2013 – XXVI del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Am 6,1.4-7   Ora cesserà l’orgia dei dissoluti.
  • Dal Salmo 145: Loda il Signore, anima mia.
  • Seconda lettura: 1Tm 6,11-16   Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore.
  • Vangelo: Lc 16,19-31   Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.

CO260[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a parabola illustra molto chiaramente il contrasto tra i poveri e i ricchi; il vescovo Baroni la commentava anche richiamando il rapporto tra Paesi di diverso benessere.
Possiamo soffermarci su quest’immagine: “… bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe”.
Anche nel tempo della crisi, certo in misura minore, lo spreco di chi ha possibilità basterebbe a vestire e sfamare i bisognosi. Possiamo pensare anche alla sproporzione di certi compensi, la cui distanza dalla retribuzione di base si è accresciuta enormemente negli ultimi decenni.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a parola di Amos risuona sempre attuale contro la spensieratezza dei potenti che non si curano di usare il loro potere e la loro ricchezza per il bene del popolo, anzi, per la sua rovina. Il Vangelo alimenta poi la fede nel Dio che rovescia le sorti e ristabilisce la giustizia: oltre la storia, e nella storia.
A noi è dato di manifestare il volto di Dio nelle tante forme in cui soccorriamo i poveri e lavoriamo per una società più giusta. Così avveriamo, per quanto Dio ci dona, quello che diciamo di lui nel salmo: “Il Signore rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati … protegge i forestieri…”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]ome dice la lettera a Timoteo “Nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo”: ci è dato però di testimoniare come si è fatto conoscere nella storia della salvezza.
Le parole di Gesù – “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”, “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti” – ci ammoniscono sulla forza della Parola di Dio (già quello che chiamiamo Antico Testamento, senza il Nuovo, che chiaramente ai tempi degli evangelisti non esisteva ancora).
Abbiamo questa ricchezza tra le mani e l’ascoltiamo ogni domenica, eppure andiamo a cercare cose prodigiose (trascurando perfino la risurrezione di Gesù dai morti, quando nel tempo di Pasqua ci distraiamo con altre devozioni).
L’esortazione a Timoteo riguarda i ministri: tutti però nel popolo di Dio, con la loro testimonianza, li sostengono nel compito loro affidato: tanto più tutti i credenti tendono “alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”, tanto più possono sperare di essere serviti da ministri degni, nella speranza della “manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” alla fine della storia.

don Filippo Manini

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Domenica 22 settembre 2013 – XXV del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Am 8,4-7   Contro coloro che comprano con denaro gli indigenti.
  • Dal Salmo 112: Benedetto il Signore che rialza il povero.
  • Seconda lettura: 1Tm 2,1-8   Si facciano preghiere per tutti gli uomini a Dio il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati.
  • Vangelo: Lc 16,1-13   Non potete servire Dio e la ricchezza.
CO250[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a parabola invita a riflettere su come “i figli di questo mondo verso i loro pari” siano “più scaltri dei figli della luce”: spesso si vede più abilità nel male che nel bene; anche ciascuno di noi può chiedersi quanta energia e attenzione dedichi a orientare la propria vita al Signore, o segua altri interessi.
In particolare, come spesso nel vangelo – in particolare in Luca – l’avvertimento riguarda l’uso della ricchezza: “fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne”. I beni materiali possono essere amministrati e spesi per il bene comune e per soccorrere i bisognosi. Possiamo richiamare alla memoria, tra l’altro, la parabola del povero Lazzaro. La ricchezza può diventare la regola suprema della vita: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]e leggi economiche e il mercato possono assurgere a legge ineluttabile e indiscutibile. Amos lo sapeva già: non c’è spazio per il riposo e per Dio: “quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere… e il sabato per smerciare usando bilance false…”; le persone non valgono nulla: “calpestate il povero e sterminate gli umili del paese”.
A quello che vediamo nei nostri Paesi aggiungiamo le testimonianze dei missionari. E ugualmente non trascuriamo d’osservare i segni di speranza: la laboriosità onesta, la sobrietà, l’inventiva e la lotta nel migliorare i rapporti di lavoro…[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ella prima lettera a Timòteo troviamo la radice della nostra preghiera dei fedeli o preghiera universale: “Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.
L’universalità della preghiera (anche di quella solitaria) ci unisce all’intenzione di Dio che “vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità”.
Il dono che di sé ha fatto Gesù per mediare questa volontà si riflette nello stile della preghiera: “alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese”.[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]n questa domenica, col Salmo lodiamo e ci affidiamo al Signore, che si prende cura dei deboli; e come sempre, pregare e lodare c’impegna a contribuire a compiere quello che chiediamo e a mostrare qualcosa del volto di Dio che esaltiamo: “Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto e si china a guardare sui cieli e sulla terra? Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo”.

don Filippo Manini

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Domenica 15 settembre 2013 – XXIV del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Es 32,7-11.13-14   Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.
  • Dal Salmo 50: Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.
  • Seconda lettura: 1Tm 1,12-17   Cristo è venuto per salvare i peccatori
  • Vangelo: Lc 15,1-32   Ci sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte.

CO240[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]n questo brano di Luca si capisce subito qual è la situazione per cui le parabole vengono raccontate, ovvero per far riflettere quelli che non accettano il comportamento di Gesù con i peccatori: “… accoglie i peccatori e mangia con loro…”. Le parabole propongono dei casi che somigliano a quel che si deve affrontare, tuttavia, non parlando direttamente di peccatori, lasciano più liberi di valutare che cosa capita con le pecore e le monete, o con il padre generoso, per poi tornare a considerare Gesù che sta con i peccatori. Presentiamo, come sempre, solo alcuni spunti.
Una prima riflessione: si cerca quello che si perde, si gioisce per ciò che si ritrova; allo stesso modo l’attenzione di Gesù si rivolge a chi è bisognoso di conversione, e Dio gioisce per chi si converte.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]U[/dropcap]na seconda riflessione: il figlio minore se ne va lontano dal padre, il maggiore resta vicino. Ma quando torna il minore, allora si svela che il maggiore non ha pienamente goduto della vicinanza del padre e ora non ne comprende la misericordia; anche il minore non s’aspetterebbe un perdono così pieno.
Possiamo chiederci: desideriamo la rovina o la conversione del malvagio (come insegna anche il profeta Ezechiele)? Siamo contenti se qualcuno cambia la vita in meglio? Ancora: crediamo che il perdono del Signore può cambiarci? Come dice la Prima lettera a Timoteo: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io.” Il Salmo esprime bene la fiducia nella capacità di Dio di trasformarci col suo perdono: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.”
Ci possiamo chiedere anche se il nostro rapporto con Dio è di comunione, come descritto dalla frase del padre della parabola: “Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a figura di Paolo presentata nella Prima lettera di Timoteo è un modello di come il Signore possa cambiare la vita; Paolo, giunto alla fede in Gesù, riconosce che il suo precedente zelo contro i suoi seguaci era mal orientato.
Il Libro dell’Esodo racconta un momento fondamentale della storia della salvezza: Dio stringe l’alleanza con il suo popolo; ma questo subito cade nell’infedeltà. La risposta di Dio è di punizione e di perdono. Questo segna tutta la storia: le infedeltà del popolo e la fedeltà del Signore, che rimane fermo al proprio impegno di beneficare e di punire, ma con larga preferenza alla misericordia.
E il libro del Deuteronomio ricorda che Dio non ha scelto Israele per la sua grandezza o per una sua particolare obbedienza, ma solo per il proprio amore gratuito.
Secondo questa misura continuiamo a rivolgerci a lui: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità”.

don Filippo Manini

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Domenica 8 settembre 2013 – XXIII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Sap 9,13-18   Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
  • Dal Salmo 89: Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
  • Seconda lettura: Fm 1,9-10.12-17   Accoglilo non più come schiavo, ma come fratello carissimo.
  • Vangelo: Lc 14,25-33   Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

CO230[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]esù non s’accontenta d’essere seguito da una folla, ma vuole che chi lo segue lo faccia con piena consapevolezza: bisogna considerare bene la gravità della scelta, quanto incida su tutta la vita.
Il discepolo deve amare il Maestro più di chiunque altro e della propria vita: nessun legame deve ostacolare la fedeltà al Vangelo, fino al martirio; la croce non è qualsiasi sofferenza, ma quella che deriva da questo primato assoluto del Vangelo. La derisione per aver lasciato a metà il lavoro sferza spesso i nostri cattivi esempi. Gli averi sono un ostacolo (anche di recente non hanno offuscato la testimonianza della Chiesa?).
Qui dovremo considerare Gesù stesso e chi radicalmente l’ha seguito e lo segue in una povertà estrema; almeno perseguire la sobrietà che esprimiamo nella richiesta del pane quotidiano.
Aggiungiamo, per cenni: guardando ai nostri paesi, riconosciamo il frutto del lavoro che negli ultimi decenni ha permesso a molte persone di uscire dalla miseria, per una vita dignitosa; ugualmente (ancora in tempo di crisi) lo spreco, la dimenticanza del bene comune. Per esempio: ammiriamo la qualità di oggetti prodotti sia dalla ricerca scientifica sia dal gusto per il bello; ma sappiamo che possono nascondere lo sfruttamento, l’elusione delle tasse. Ancora, allargando lo sguardo: troppa disuguaglianza, troppo sfruttamento, l’inganno di vedere come legge ineluttabile dell’economia ciò che dipende da scelte umane.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]alla lettera a Filemone traiamo due spunti. I rapporti tra persone, illuminati dalla sapienza e dal Vangelo, incidono sulla società: “Non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore.” Sarà però necessario anche lavorare sulle strutture (per esempio economiche, come accennato).
Come Gesù non cerca folle non convinte, così Paolo non s’accontenta di ottenere col comando: “Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.”
In queste domeniche siamo illuminati anche dalla sapienza. Uno dei pregi dell’intelligenza è di riconoscere il proprio limite: “Quale uomo può conoscere il volere di Dio?”. E si apre all’ascolto: “Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito?”. Abbiamo già incontrato da poco il salmo che ci conduce a considerare la nostra fragilità e a trarne saggezza alla luce del Signore: “Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte… Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.”

don Filippo Manini

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Domenica 1 settembre 2013 – XXII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Sir 3,19-21.30-31   Fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore.
  • Dal Salmo 67: Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
  • Seconda lettura: Eb 12,18-19.22-24   Vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente.
  • Vangelo: Lc 14,1.7-14   Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

CO220 - XXII Domenica del  Tempo Ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap] vangeli ci raccontano che Gesù era ospite di banchetti. Qui è ospite d’un fariseo: il fatto che ci fossero differenze tra l’insegnamento di Gesù e quello dei farisei non impedisce di sedere alla stessa tavola.
Durante il pasto Gesù coglie l’occasione per due insegnamenti.
Il primo consiste in una regola pratica: “Quando sei invitato… va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: «Amico, vieni più avanti!». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali”.
Ma ne ricava un principio più generale: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.”
Il verbo al passivo ci fa pensare non solo allo sguardo delle altre persone, ma all’azione di Dio: a lui si deve affidare il giudizio sulla nostra grandezza o piccolezza; la via da seguire è quella della piccolezza e della povertà di Gesù, che così testimonia la grandezza del Regno di Dio.
Come discepoli, non cerchiamo una nostra esaltazione, ma che attraverso di noi passi la parola di Dio.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l secondo insegnamento è un modo di praticare il primo, e riguarda un altro punto caro al vangelo: la cura per i poveri e il disinteresse: “Quando offri un pranzo o una cena… invita poveri…”. Non dovremmo tener conto di questo anche quando prepariamo in pranzi per le feste in parrocchia? (con delicatezza, senza esaltarsi della propria carità.)
Il brano del Salmo esalta Dio proprio per la cura che ha per i poveri e i deboli: “Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora.”
Il disinteresse nel tempo presente si nutre della speranza della risurrezione: “Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti.”
Possiamo richiamare qui il brano della lettera agli Ebrei come invito a gustare la vicinanza “alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste…all’adunanza festosa… al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, …a Gesù…”; il testo mette in risalto la differenza del momento presente rispetto ad altri della storia della salvezza.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l Siracide ci aiuta a comprendere l’insegnamento di Gesù (che a suo tempo può essersi ispirato proprio a questo libro, e che in ogni caso ha attinto al tesoro della sapienza): “Compi le tue opere con mitezza… quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore…”. È motivo di gioia quando s’incontrano persone di grandissimo valore che, quasi con leggerezza, sono umili e miti.
Non va lasciata poi cadere quest’indicazione sul come acquisire e coltivare la sapienza: “Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio.”

don Filippo Manini

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Domenica 11 agosto 2013 – XIX del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Sap 18,6-9   Come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te.
  • Dal Salmo 32: Beato il popolo scelto dal Signore.
  • Seconda lettura: Eb 11,1-2.8-19   Aspettava la città il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
  • Vangelo: Lc 12,32-48   Anche voi tenetevi pronti.

CO190 - XIX Domenica del Tempo Ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a parola di Gesù che leggiamo oggi in Luca è di quelle che facilmente dal tempo in cui furono scritte arrivano a noi. Prima di tutto la rassicurazione “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”: il compito di testimoniare il Regno di Dio non è superiore alle nostre forze, perché il Signore ce lo affida. Non dobbiamo guardare al nostro numero e alle nostre forze, ma a Lui. “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina”. Non dobbiamo sforzarci d’attenuare la richiesta con il commento, perché difficilmente rischiamo d’essere troppo radicali. Già nel discorso ai settantadue discepoli Gesù richiama alla povertà di mezzi nell’annuncio, grazie alla quale spicca la forza propria del Vangelo.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l rischio è che i mezzi oscurino la testimonianza; spesso anche nelle nostre comunità molte forze sono assorbite dalla necessaria cura dei beni. Questo richiamo ci permette un’altra riflessione: spesso si contrappongono alla parola del Vangelo o in generale alla giustizia e ai diritti le leggi dell’economia, come se fossero leggi di natura immodificabili, mentre si tratta di prassi umane che si possono orientare. Lo stesso vale nella vita personale e familiare, dove il necessario non deve distogliere dal “tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.”

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]erto, sarebbe più facile vivere secondo queste parole, se fossimo più “simili a quelli che aspettano” con speranza e trepidazione (“nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo”) e consapevoli della responsabilità che portiamo secondo i compiti affidatici (“A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”).
Possiamo ritrovare tutto questo, con altre parole, nell’esempio della fede di Abramo e Sara. E nutrire ed esprimere la nostra speranza con le parole del Salmo: “L’anima nostra attende il Signore: …Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]A[/dropcap]nche nel libro della Sapienza troviamo il popolo in attesa della salvezza dei giusti.
Troviamo anche una breve espressione che definisce molto chiaramente che cosa significa appartenere a un popolo: “si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli, intonando subito le sacre lodi dei padri”: godere dei vantaggi del vivere insieme e dare il proprio contributo, orientarsi all’avvenire (l’attesa di cui abbiamo parlato) e conservare la memoria delle generazioni precedenti.
Questo vale per la comunità credente e per ogni aggregazione di cui facciamo parte, dal condominio fino alla nazione e alle unioni internazionali e, infine, al genere umano.

don Filippo Manini

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Domenica 28 luglio 2013 – XVII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Gen 18,20-32   Non si adiri il mio Signore se parlo
  • dal Salmo 137: Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto
  • Seconda lettura: Col 2,12-14   Con lui Dio ha dato vita anche a voi, perdonando tutte le colpe

letture[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l dialogo di Abramo con il Signore c’invita a usare la stessa confidenza, e a intrattenerci con Dio sulle vicende del mondo, in particolare nella forma dell’intercessione, perché anche poche persone giuste siano un riparo per tutti. Certo, a volte ci diciamo: ma non sento Dio parlarmi; in realtà la sua parola ci è rivolta nelle Scritture e la nostra preghiera è già una risposta all’interno di un dialogo.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a preghiera di Gesù ci spinge – come quel discepolo che gli chiede “Insegnaci a pregare” – a seguire il suo esempio. Nel Padre nostro, che Luca riporta in forma più breve di Matteo, troviamo non solo parole di cui appropriarci, ma la regola di ogni nostra preghiera. Tutto si riassume nel “Padre” iniziale: sempre ci rivolgiamo al Padre, secondo quella figliolanza che ci insegna e trasmette Gesù con tutta la sua vita. La lettera ai Colossesi ci ricorda che  n dal battesimo la nostra esistenza è dono di Dio in Cristo. Luca ci dice poi che tutto quello che dobbiamo chiedere si può riassumere nello Spirito; e pensando a Paolo (in Romani e Galati) aggiungiamo che lo Spirito stesso invoca in noi il Padre. La liturgia non cessa di educarci a rivolgerci al Padre in Cristo nello Spirito.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]on dimentichiamo che, come ascoltavamo alcune domeniche fa (7 luglio), Dio si paragona a una madre: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” (Isaia 66). “Sia santificato il tuo nome” è la richiesta che il Padre sia riconosciuto così come si è manifestato in tutta la storia della salvezza e in Gesù, come Dio che è oltre ogni nostra immaginazione e che proprio nella sua grandezza e bontà incalcolabili si cura dell’umanità: e sta a noi testimoniare e non offuscare il Nome. “Venga il tuo regno”: chiediamo che il dominio benefico di Dio si manifesti senza più nessuna ombra; la richiesta si lega all’annuncio del Regno di Dio che Gesù proclama.

“Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano”: chiediamo il necessario per vivere, senza accumulare, ricordando di dipendere dal Padre. “E perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”: chiediamo di non soccombere alla tentazione d’abbandonare la via del Vangelo; per questo abbiamo bisogno del perdono che vince i nostri peccati e di perdonarli a nostra volta.

Poi Gesù insiste sulla fiducia d’essere esauditi; ma ci aiuta anche a esaminare che cosa chiediamo: “Il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”. In ne, come sempre, nel salmo troviamo parole per esprimere e alimentare la nostra preghiera e la nostra lode; il libro dei Salmi ci aiuta a rivolgerci a Dio nella gioia e nella sofferenza, senza tacergli nulla, in ogni circostanza della vita, in comunione con Israele e le Chiese, in una tradizione viva che attraversa le generazioni.

don Filippo Manini

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Domenica 7 luglio 2013 – XIV del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Is 66,10-14   Io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace.
  • dal Salmo 65: Acclamate Dio, voi tutti della terra.
  • Seconda lettura: Gal 6,14-18   Porto le stigmate di Gesù sul mio corpo.
  • Vangelo: Lc 10,1-12.17-20   La vostra pace scenderà su di lui.

CO140[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]olo il vangelo di Luca racconta che Gesù, oltre il gruppo dei Dodici, sceglie e istruisce Settantadue discepoli, per preparargli il cammino. Le sue istruzioni erano praticate dai predicatori itineranti poveri dei primi tempi della Chiesa, e nel corso della storia – fino a oggi – alcuni le hanno vissute e le vivono radicalmente. Si tratta di vivere d’elemosina, ospiti di qualche famiglia, a volte accolti a volte rifiutati: “In qualunque casa entriate … Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno…”.
Per noi stessi possiamo ricavare indicazioni per la testimonianza e l’annuncio, commentando alcune espressioni del Vangelo. “A due a due”: la testimonianza è sempre non individuale, ma di più d’una persona, alla fine è ecclesiale. “Pregate dunque…”: la preghiera è essenziale per l’annuncio. “Come agnelli in mezzo a lupi”: il credente espone la propria vita al pericolo e non ha difesa se non in Dio (“chi vuol venire dietro me, rinneghi se stesso…”). “Non portate…”: la forza del Vangelo risplende nella povertà dei mezzi. Tante volte ci rendiamo conto di come strutture anche utili appesantiscano o oscurino la nostra testimonianza o assorbano troppo delle nostre energie. “Guarite i malati … dite loro: È vicino a voi il regno di Dio”: le opere accompagnano le parole. Anche se non facciamo miracoli, le parole che diciamo devono essere accompagnate da gesti coerenti.
“Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”: non dobbiamo avere paura di nessuna forza maligna, il Signore è vittorioso; siamo come pecore in mezzo ai lupi, ma abbiamo la certezza “Nulla potrà danneggiarvi.” Paolo lo dice in altro modo: “… non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”. Il credente non ha nulla in comune con il mondo (inteso come ciò che può allontanare da Dio), c’è una separazione simile alla morte.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a gioia più grande, però, non è di vincere il male, ma di appartenere a Dio e di camminare verso la pienezza di vita con lui: “rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”; ‘conta’… l’essere ‘nuova creatura’.
Alla gioia c’invita anche Isaia; siamo riportati alla ricostruzione di Gerusalemme dopo l’esilio. E come sempre la parola profetica si rinnova continuamente e ci apre alla speranza per la pace della Gerusalemme storica e all’attesa della Gerusalemme celeste degli ultimi tempi. Una gioia che s’allarga alla città, al popolo d’Israele, a tutti i popoli: così anche nel Salmo è rivolto a tutti i popoli l’invito a lodare il Signore per quanto ha fatto nella storia della salvezza e quanto compie per ciascuno di noi: “Acclamate Dio, voi tutti della terra… cambiò il mare in terraferma… narrerò quanto per me ha fatto. Sia benedetto Dio…”.

don Filippo Manini

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Domenica 30 giugno 2013 – XIII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: 1Re 19,16.19-21   Eliseo si alzò e seguì Elia.
  • dal Salmo 15: Sei tu, Signore, l’unico mio bene.
  • Seconda lettura: Gal 5,1.13-18   Siete stati chiamati alla libertà.
  • Vangelo: Lc 9,51-62   Prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme. “Ti seguirò ovunque tu vada”

CO130 XIII domenica Tempo Ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]el vangelo di domenica scorsa Gesù annunciava la sua morte e risurrezione. Oggi si orienta senza esitazioni verso Gerusalemme, mentre si sta avvicinando il tempo finale della sua vita: “mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto”. L’elevazione rimanda all’ascensione, narrata alla fine del vangelo e all’inizio degli Atti degli apostoli; rimanda anche alla salita a Gerusalemme e all’innalzamento sulla croce. La fermezza di Gesù nel portare a compimento la sua missione sarà imitata da Paolo, quando deciderà di recarsi a Gerusalemme e poi a Roma, come racconta il libro degli Atti. [dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l rifiuto dei samaritani deriva dal contrasto che c’era tra loro e i giudei: condividevano la Legge di Mosè, ma divergevano su diversi punti; in particolare i samaritani non accettavano il tempio di Gerusalemme. Questo rifiuto d’accogliere Gesù anticipa l’opposizione che lo porterà alla morte.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]G[/dropcap]iacomo e Giovanni vorrebbero una manifestazione punitrice della potenza divina, ma non è questo il senso del cammino di Gesù: mai eserciterà la forza per difendersi, anzi subirà l’ingiustizia per la nostra salvezza. Di Elia si racconta che abbia fatto scendere il fuoco dal cielo; di Eliseo la clemenza verso dei nemici catturati in battaglia (1Re 1 e 6).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]omenica scorsa già abbiamo ascoltato le condizioni che Gesù richiede per seguirlo; ora ne ascoltiamo altre, rivolte a tre persone. Il cammino di Gesù non garantisce nessuna stabilità: “Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. L’annuncio del Regno di Dio viene prima di tutto con urgenza e senza possibilità di ripensamenti: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio…Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro…”. È questa la cornice del nostro essere cristiani. Minore è l’urgenza d’Elia quando prende al proprio servizio Eliseo. Le parole di Paolo ci aiutano a comprendere come la sequela di Gesù non sia una strettoia, ma una via di libertà. Si contrappongono la carne e lo Spirito: la carne è chiusura in se stessi, il rifiuto di Dio e degli altri; lo Spirito orienta a Dio e vivifica i nostri desideri più autentici, la libertà di aderire a Dio e di servire gli altri senza riserve. Così si compie la Legge praticando il comandamento del Levitico: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. (Bisognerà poi dedicare molto tempo alla lettera ai Galati per cominciare a comprenderne tutti i passaggi.)

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]on il Salmo possiamo dire il nostro abbandono e la nostra piena fiducia nel Signore, con la certezza della sua continua vicinanza – in una comunione che sfida la morte – ed esprimere così il nostro cammino di discepoli: “Mi indicherai il sentiero della vita…”.

don Filippo Manini

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Domenica 23 giugno 2013 – XII del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Zc 12,10-11;13,1   Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto
  • dal Salmo 62: Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
  • Seconda lettura: Gal 3,26-29   Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.
  • Vangelo: Lc 9,18-24   Tu sei il Cristo… Il Figlio dell’uomo deve soffrire…

CO120 XII domenica del Tempo Ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]uca ricorda più spesso degli altri vangeli la preghiera di Gesù che esprime il suo legame con il Padre. Il luogo è solitario, ma ci sono i discepoli, che egli interroga, sulle notizie sentite e sulla loro posizione personale. La gente ha alta stima di Gesù e lo considera un profeta dei tempi messianici (i tempi del Messia, in greco Cristo), che erano attesi in modi diversi. Non dimentichiamo che i profeti – come da ultimo Giovanni – erano controversi, fino a soffrire per annunciare la parola di Dio. A loro volta i discepoli, per bocca di Pietro, comprendono Gesù nel quadro di quell’attesa e l’identificano con il Messia stesso. Cristo è chi riceve l’unzione, segno dell’investitura del re o del sacerdote. Dalle figure storiche dei re (tra cui è esemplare Davide), soprattutto dopo la caduta della monarchia, era nata la speranza di una figura che alla fine restaurasse il regno di Dio.
“Egli ordinò… di non riferirlo…”. Questo comando è necessario, perché si comprende che Gesù è il Cristo soltanto percorrendo tutto il cammino, fino alla morte e risurrezione. (In Matteo e Marco si capisce meglio, perché Pietro si oppone a Gesù quando annuncia la passione; Luca non riporta la scena.) Anche chi, come noi, conosce tutto il Vangelo dev’essere consapevole che la fede è questione di tutta la vita, che si conferma “ogni giorno”. Subito Gesù comincia a preparare i discepoli alla propria morte e risurrezione, che annuncia completando la professione di fede di Pietro: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto… e risorgere…”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]roviamo ora un’altra espressione legata alle speranze messianiche: “Figlio dell’uomo”, che indica l’umanità, ma ancora più allude alla figura regale del capitolo 7 del Libro di Daniele. La parola di Zaccaria è oscura (non sappiamo bene per che avvenimento sia stata detta), ma rimane viva per illuminare la vicenda di Gesù. Non solo per i discepoli, ma per tutti, c’è un insegnamento: “Se qualcuno vuole venire dietro a me…”. Seguire Gesù significa rinunciare a difendere se stessi e caricarsi della fatica del cammino con lui giorno per giorno. Non dobbiamo svalutare la croce, parlandone per qualsiasi difficoltà: croce è quella sofferenza che deriva dalla fedeltà al vangelo. Rileggiamo poi in questo modo “Se qualcuno vuole venire dietro a me, mi segua”: la sequela non è altro che seguire Gesù, in lui trova senso e ragione.

Segue un altro detto: “Chi vuole salvare la propria vita…”. È proprio del saggio riconoscere che la vita ha valore se non si chiude in se stessa ma è volta al bene degli altri; per il credente questo avviene a motivo di Gesù, che perde la propria vita e risorge per la salvezza di tutti. Il salmo esprime il desiderio di Dio, che supera ogni altro desiderio: “Il tuo amore vale più della vita”. Così è vissuto Gesù, così vive chi lo segue. Paolo, con altre parole, parla dell’essere discepoli e della novità dirompente che resta sempre come meta da raggiungere: “Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”.

don Filippo Manini

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Domenica 16 giugno 2013 – XI del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: 2Sam 12,7-10.13   Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai.
  • dal Salmo 31: Togli, Signore, la mia colpa e il mio peccato.
  • Seconda lettura: Gal 2,16.19-21   Non vivo più io, ma Cristo vive in me.
  • Vangelo: Lc 7,36-8,3   Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.

CO110 XI del Tempo Ordinario[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]uca ci lascia perplessi accostando due affermazioni diverse: “Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco.” Forse ci vuol far comprendere due vie che s’incrociano: si accoglie il perdono attraverso l’amore e la fede (“La tua fede ti ha salvata”); ricevere il perdono spinge ad amare (come spiega la parabola dei due debitori).
Inoltre l’amore che la donna esprime a Gesù potrebbe essere già la risposta al perdono che Gesù manifestava nel suo ministero e che la donna era fiduciosa di ricevere.
Oltre a perdonare la donna, Gesù istruisce il fariseo con buon esito (“Hai risposto bene”), perché superi il suo giudizio su Gesù (“se fosse un profeta”) e sulla donna (“è una peccatrice”).
Gesù non si lascia turbare dal gesto insolito della donna e dalla sua condizione di peccatrice notoria, ma coglie il valore del suo gesto: lei è ospite migliore del padrone di casa, il suo amore e la sua fede aprono al perdono e alla salvezza.
Gesù mostra la stessa libertà dalle abitudini sociali nel farsi accompagnare non solo da discepoli ma anche da discepole. (Si noti che la peccatrice non s’identifica con Maria Maddalena.)

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]P[/dropcap]aolo nella lettera ai Galati in altri termini parla del perdono: essere giustificati significa essere sottratti al potere del peccato. Paolo tratta soprattutto dell’inizio del cammino che porta alla salvezza: l’adesione al vangelo e la fede in Gesù Cristo.
Tutta la storia della salvezza insegna il primato di Dio: è lui che si muove per primo: per esempio per creare, per fare la sua promessa ad Abramo, per stringere un’alleanza con il popolo. A noi è richiesta la fede come risposta alla sua opera.
Capiamo che Paolo dà una valutazione nuova della legge, perché riconosce in Gesù il Cristo (o Messia) attraverso cui il Padre dona di essere giusti e trasforma radicalmente l’esistenza, che ora consiste nel “vivere per Dio”: “…Non vivo più io, ma Cristo vive in me … questa vita … la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.”
Davide arriva al pentimento e al perdono grazie alla parole del profeta Natan, che convince Davide del suo peccato raccontando una parabola (non riportata nella liturgia di oggi).
Il salmo infine ci aiuta a esprimere la gioia di essere perdonati. Dovremmo richiamare altre pagine del vangelo che ci ammoniscono a perdonarci gli uni gli altri, dato che siamo perdonati da Dio. Ci basti vedere come Gesù nel perdonare la donna si cura d’istruire il fariseo e di abbattere le barriere e i giudizi che ci separano gli uni dagli altri.

don Filippo Manini

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Domenica 9 giugno 2013 – X del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: 1Re 17,17-24   Tuo figlio vive.
  • dal Salmo 29: Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
  • Seconda lettura: Gal 1,11-19   Si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché lo annunciassi in mezzo alle genti.
  • Vangelo: Lc 7,11-17   Ragazzo, dico a te, alzati!

CO100 - X domenica del Tempo Ordinario - 9 giugno 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]D[/dropcap]io, “padre degli orfani e difensore delle vedove” (Salmo 68), attraverso il profeta Elia e attraverso Gesù restituisce la vita al figlio della vedova di Sarepta e a quello della vedova di Nain, consolando il dolore della perdita d’un figlio, che in questi casi s’aggiunge al peso della vedovanza.
Non si tratta della risurrezione finale, che dà inizio alla vita nuova su cui la morte non ha più potere: i due riprendono la nostra vita mortale; tuttavia questa potenza vivificatrice già preannuncia la risurrezione di Gesù, primizia della risurrezione dei morti.
La vedova di Sarepta, che ospitava il profeta, di fronte alla morte vede l’uomo di Dio come una minaccia, ma quando il figlio le è restituito riconosce pienamente Elia come profeta: “Ora so veramente che tu sei uomo di Dio e che la parola del Signore nella tua bocca è verità.”
La parola di Dio è accompagnata dalla testimonianza delle opere. La folla che vede Gesù ridare la vita al figlio della vedova di Nain riconosce che Dio continua a mandare profeti al suo popolo: “Un grande profeta è sorto tra noi. Dio ha visitato il suo popolo.”
In questi casi la parola e l’opera del profeta sono riconosciute; ma la Bibbia ci racconta anche casi in cui trovano opposizione. Paolo rappresenta le due cose: racconta lui stesso, nella lettera ai Galati, d’avere prima osteggiato la parola di Gesù testimoniata dai suoi discepoli, poi di essere stato chiamato (come gli antichi profeti) ad annunciarla soprattutto oltre i confini d’Israele. Lo racconta per richiamare i destinatari della lettera a non abbandonare il Vangelo che Paolo ha annunciato, Vangelo d’origine divina.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]ornando alla risurrezione, possiamo trovare nel salmo alcuni spunti di riflessione e preghiera. Prima di tutto c’è la lode al Signore di chi scampa a pericoli mortali e alle minacce degli oppressori. Ma in tante occasioni anche meno estreme, il sollievo ci spinge a lodare Dio e a cogliere nel presente tracce della risurrezione dei morti. Vorremmo come Elia e Gesù tendere la mano e ridare vita, e trattenere i nostri cari quando scivolano nella morte. Ma ogni morte è illuminata dalla speranza della risurrezione.
In ogni caso, a tutti è dato d’avvicinarsi a chi è nel lutto con la compassione di Gesù, la stessa del samaritano e del padre delle parabole del vangelo di Luca (capitoli 10 e 15).
Dobbiamo anche essere grati delle possibilità di salute e guarigione offerte largamente nella nostra società, anche se con ancora troppe disuguaglianze.
Così abbiamo molte occasioni di ripetere con il salmista: “Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia … hai mutato il mio lamento in danza, Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre”.

don Filippo Manini

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Domenica 2 giugno 2013 – Corpus Domini

  • Prima lettura: Gen 14,18-20   Offrì pane e vino.
  • dal salmo 109: Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore
  • Seconda lettura: 1Cor 11,23-26   Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore.
  • Vangelo: Lc 9,11-17   Tutti mangiarono a sazietà.

CP110 Corpus Domini 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]eguiamo le parole di Paolo. “Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia siamo nella tradizione che dal Signore e dagli apostoli di generazione in generazione giunge fino a noi; tradizione viva che si conserva e si rinnova e abbraccia tutta la vita della Chiesa. Anzi siamo perennemente innestati nell’alleanza mai revocata tra il Signore e Israele: “… è la Nuova Alleanza nel mio sangue…”. “Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito prese del pane e, dopo aver reso grazie…”: il fatto di essere tradito non impedisce a Gesù di rendere grazie e di lasciare il segno della propria vita donata: così ci ritroviamo a ringraziare il Signore in ogni circostanza della vita, nella gioia ma anche nelle avversità e nel lutto. “Questo è il mio corpo, che è per voi… Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue… Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice…”: la vita donata sulla croce diventa alimento della nostra vita e quella morte, che sembrerebbe irraggiungibile, diventa accessibile per noi. Quella morte in nostro favore non è la fine, perché è vinta dalla risurrezione.
“ … ogni volta … in memoria di me … finché egli venga.” Il nostro tempo è segnato dal ripetersi dell’eucarestia, mentre ricordiamo quello che il Signore è stato per noi e speriamo il suo ritorno alla fine dei tempi. La nostra memoria è nutrita dal Vangelo e animata dallo Spirito Santo. Il pane e i pesci distribuiti ai cinquemila ci ricordano che l’ultima cena è il culmine dei diversi pasti cui Gesù ha partecipato e in cui ha pronunciato le parole di benedizione, come fanno i credenti per riconoscere che tutto ciò di cui godiamo è frutto non solo del nostro lavoro e del lavoro di altri, ma, in radice, è dono del Padre. Dio ha cura del suo popolo: come le guarigioni, il pane è un segno del regno di Dio: “Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.”

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l pane è distribuito e gli avanzi conservati. Possiamo ricavarne due considerazioni. Vediamo una crescente diseguaglianza: da una parte ricchezze e potere che si concentrano non per il bene comune (per esempio finanze che sfuggono le tasse e non danno lavoro) e dall’altra parte miseria degradante. Vediamo anche spesso (meno in tempo di crisi…) spreco di cibo e devastazione dei beni del creato.
Il rendimento di grazie aiuta a guardare la realtà con più attenzione e a curare e condividere tutto quello di cui disponiamo. Condividere il pane eucaristico orienta a condividere il pane quotidiano. Nelle nostre celebrazioni a volte questo si vede chiaramente nella raccolta di alimenti per i bisognosi. Infine, Melchidesek allarga il nostro sguardo fuori del popolo di Dio a tutti quelli che elevano parole di benedizione a Dio. La lettera agli Ebrei – citando anche il salmo di questa domenica – riconosce in lui una figura del Cristo.

don Filippo Manini

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Domenica 26 maggio 2013 – Santissima Trinità

  • Prima lettura: Pr 8,22-31   Prima che la terra fosse, già la Sapienza era generata.
  • dal Salmo 8: O Signore, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la Terra!
  • Seconda lettura: Rm 5,1-5   Andiamo a Dio per mezzo di Cristo, nella carità diffusa in noi dallo Spirito.
  • Vangelo: Gv 16,12-15   Tutto quello che il Padre possiede è mio; lo Spirito prenderà del mio e ve lo annuncerà.

CP100SantissimaTrinita'[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a domenica dopo Pentecoste invita a fissare l’attenzione sul mistero di Dio; le orazioni e il prefazio e più ampiamente il Credo ci richiamano le parole dei grandi Concili ecumenici. Nelle letture, con la sua Parola, Dio ci conduce a sé per conoscerlo come si conosce una persona cara.
Possiamo percorrere almeno quattro vie. Del Vangelo di Giovanni ascoltiamo (come in domeniche precedenti) parte del discorso d’addio di Gesù nell’ultima cena. Padre, Figlio e Spirito sono e agiscono uniti profondamente; la gloria è la manifestazione e presenza della bellezza e della bontà divine, attraverso il Figlio e lo Spirito; in altri termini: la verità è quello che il Padre fa conoscere di sé nelle parole e nei segni di Gesù, che lo Spirito ricorda e fa sempre più comprendere ai discepoli. Il culmine della gloria si raggiunge nella morte e risurrezione: per questo i discepoli prima non possono portare il peso delle parole di Gesù, ma solo dopo averlo incontrato risorto e aver ricevuto lo Spirito.
Nelle nostre comunità continua di generazione in generazione quest’opera dello Spirito. La lettera ai Romani ci dice che attraverso la fede in Cristo accogliamo il dono gratuito del Padre, un dono che precede ogni nostra azione.
Il suo amore per noi riempie la nostra esistenza: lo Spirito stesso è in noi e alimenta la nostra speranza. Intanto il nostro percorso non è privo di difficoltà, che temprano la nostra costanza e che superiamo certi di non essere delusi dal Signore.
In queste prime due vie riconosciamo che la salvezza è opera del Padre nel Figlio e nello Spirito e che tutta la nostra esistenza è segnata dalla Trinità.
Nelle altre due vie ci volgiamo alla creazione.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l salmo canta la grandezza del nome di Dio e la piccolezza dell’uomo di fronte al creato; eppure all’uomo, immagine di Dio, è affidato il mondo. Il volto di Dio è oscurato quando le persone e la natura sono rovinate dallo sfruttamento, dall’avidità, dall’ingiustizia. Quando invece siamo buoni amministratori del creato – nel lavoro, nell’uso dei beni, nel costruire la società – allora traspare qualcosa della grandezza e della bellezza di Dio che contempliamo nel cielo stellato. Si tratta in altre parole di vivere secondo la sapienza iscritta nella creazione.
La via che possiamo percorrere per inabissarci in Dio è anche quella di pensare all’origine di tutto, ripetendo con il libro della Sapienza: “quando non ancora…”. Possiamo pensare e parlare su Dio perché si fa conoscere nel creato e perché ci ha parlato, ma sappiamo che rimane oltre ogni parola e ogni pensiero; resta alla fine (come nei salmi) la lode e la gioia cui s’abbandona la Sapienza nella gratuità del gioco: “Ed ero la sua delizia ogni giorno:
giocavo davanti a lui in ogni istante…sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo.”

don Filippo Manini

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Domenica 19 maggio 2013 – Pentecoste

  • Prima lettura: At 2,1-11   Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare.
  • dal Salmo 103: Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra
  • Seconda lettura: Rm 8,8-17   Quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio.
  • Vangelo: Gv 14,15-16.23-26   Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa.

Pentecoste_EP090C[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“I[/dropcap]o pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14,16). Sono le parole pronunciate da Gesù, durante l’ultima Cena, così come ce le riporta il testo giovanneo di questa domenica. C’è una promessa, così come l’abbiamo udita anche domenica scorsa, nell’Ascensione del Signore: “Ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49). La promessa si compie. Negli Atti degli Apostoli (I lettura) troviamo la descrizione di quanto allora accadde: un impetuoso soffio divino investe quel gruppo di uomini e donne riempiendoli di potenza che viene dall’alto. Così viene confermata la parola di Gesù: il suo “andarsene” apre definitivamente all’uomo l’accesso al Padre e ai suoi doni, primo fra tutti il suo Spirito, cioè la sua Vita.
San Paolo, nella lettera ai Romani (II lettura), esprime una solida certezza: “Siete sotto il dominio dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi”, descrivendo l’esperienza cristiana come una vita vissuta sotto il segno dello Spirito e “non più sotto il dominio della carne”: è l’esistenza da figli di Dio. “Avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi”: questa è la conseguenza dell’amore rivolto al Figlio primogenito che si esprime nell’osservanza della sua parola. Tutto ciò si è già compiuto. Quando noi preghiamo invocando lo Spirito, allora, non lo facciamo perché Dio ce lo doni, ma per disporci a riceverlo con sempre maggiore consapevolezza e disponibilità. Il Paràclito, colui che prende le difese di chi è minacciato dal maligno, vivifica la storia di chi osserva i comandamenti e le parole di Gesù. Egli è “con” noi “per sempre”: è una compagnia fedele perché fedele è l’amore di Dio.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]n tutto ciò non c’è nulla di automatico o dovuto. È lo Spirito che conduce i figli verso l’eredità, ma riserva all’uomo la decisione di vivere una “vita spirituale”, cioè docile allo Spirito. La bellezza della gloria di Dio, che è forza trasformante, chiede di avere il primato nella vita del cristiano e della Chiesa, per poter accogliere quella pace e gioia che nessun altro può dare. Occorre cioè decidersi per il Signore e ciò va rinnovato quotidianamente. Via maestra rimane l’ascolto delle parole di Gesù, rese efficaci dall’azione dello stesso Spirito. Con l’insistenza che si riserva alle cose importanti il Vangelo ci ricorda: “Lo Spirito santo che il Padre vi manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”.
La vita nello Spirito non è una realtà statica, conclusa; al contrario è sempre aperta agli sviluppi che derivano dal dialogo continuo tra le diverse esperienze e situazioni della vita e le parole del Vangelo; solo allora pregare, vivere la carità, ricercare la giustizia, perdonare, pazientare, progettare, correggere, discernere saranno espressione di una vita autenticamente spirituale.
Spirito divino, sii tu il nostro maestro interiore, guida la Chiesa!

don Davide Fiori

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Domenica 12 maggio 2013 – Ascensione del Signore

  • Prima lettura: At 1,1-11   Fu elevato in alto sotto i loro occhi.
  • Dal Salmo 46: Ascende il Signore tra canti di gioia.
  • Seconda lettura: Eb 9,24-28;10,19-23   Cristo è entrato nel cielo stesso.
  • Vangelo: Lc 24,46-53   Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.

CP080Ascensione[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“E[/dropcap]d essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio”. Sono le parole conclusive non solo del brano evangelico di questa domenica, ma anche di tutto il Vangelo di Luca. E come tali hanno grande valore. È pur vero che l’ascensione di Gesù è narrata due volte da Luca: appunto come conclusione del Vangelo e come inizio degli Atti (I lettura). In tal modo questo evento diventa la cerniera tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa chiamata, nella potenza dello Spirito, a renderlo presente in ogni parte del mondo, “fino ai confini della terra”, e in ogni tempo attraverso la propria testimonianza e l’annuncio del Vangelo: ecco il nuovo modo di essere presente da parte del Risorto accanto ai suoi, accanto a tutti gli uomini e le donne. La forza di questa testimonianza è lo Spirito santo.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]P[/dropcap]ossiamo allora riconoscere nella “grande gioia” sperimentata dai discepoli, che non vedono più il Maestro con i loro occhi, la certezza di un dono ricevuto, non la nostalgia di un distacco e tanto meno il turbamento di un’assenza. Ancora una volta sono le parole di Gesù ad illuminare mente e cuore degli apostoli aiutandoli a ricomporre gli avvenimenti della sua vita, soprattutto quelli della passione e morte, dentro l’orizzonte di Dio: “Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà il terzo giorno”; sintesi delle Scritture e loro chiave di interpretazione è il Crocifisso, che offre il volto di Dio come amore misericordioso che non si tira indietro e che perdona. Gesù termina la sua missione mostrando la fedeltà di Dio e il suo vero volto e aprendo il tempo nel quale i suoi discepoli – che lo riconoscono Signore, infatti si “prostrano davanti a lui” – dovranno “predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati”, cioè la possibilità di un rapporto autentico con Dio e tra gli uomini.
La sottolineatura dell’evangelista dello stare “sempre nel tempio lodando Dio” da parte dei discepoli dice tutta la novità dell’esperienza che hanno poi trasmesso: il tempio, dimora di Dio, è ora dimora dell’uomo. Anzi, Dio si fa dimora dell’uomo e l’uomo – la sua storia – dimora di Dio.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]iente a che fare col chiudersi nelle sagrestie! Chi ha imparato a conoscere Dio nella rivelazione di Cristo è un uomo e una donna che cammina per le strade del mondo, ma ormai cittadino del cielo.
Costoro non sono spaesati, né sprovveduti o ingenui: non rifugiandosi in tradizioni e pratiche religiose fini a se stesse, conoscono e amano il mondo in cui vivono raccogliendone sfide e attese, assumendosi con generosità le loro responsabilità, vigilando per riconoscere e contrastare in sé e negli altri il male che scava continuamente profondi solchi che dividono l’uomo da se stesso, da Dio, dai fratelli. Amano ogni uomo, ma non ogni pensiero e ogni comportamento. Sapendo che il mondo non è la loro dimora definitiva, con umiltà e fermezza custodiscono un alto senso dei valori, sapendo di essere sale e lievito perché il mondo stesso possa conoscere il mistero di Dio. Ecco la vera lode a Dio.

don Davide Fiori

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Domenica 5 maggio 2013 – VI domenica di Pasqua

  • Prima lettura: At 15,1-2.22-29   È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie.
  • Dal Salmo 66: Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
  • Seconda lettura: Ap 21,10-14.22-23   L’angelo mi mostrò la città santa che scende dal cielo.
  • Vangelo: Gv 14,23-29   Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.

VI domenica di Pasqua 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l Vangelo di questa domenica ci invita a ritornare nuovamente alle parole di Gesù pronunciate durante quella Cena che ha mutato definitivamente il rapporto degli uomini con Dio e tra loro. “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”: è il comandamento nuovo – ascoltato domenica scorsa – che viene affidato agli apostoli. Ci viene ora svelata la condizione per poter realmente vivere, mettere in pratica, la novità di questo amore: amare lui. Amare Gesù, il Signore, è il centro del cristianesimo. I discepoli l’hanno visto farsi servo mentre lavava loro i piedi, anche a coloro che l’avrebbero tradito e rinnegato; hanno conosciuto l’amore fedele, fondamento della nuova ed eterna Alleanza. Vinta la paura e il dubbio potranno rispondere ricambiando questo amore con l’amore, diventando cioè simili a lui; amando lui diventiamo come lui è e possiamo amare i fratelli con il suo amore, vivendo come lui.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“L[/dropcap]e parole di Gesù sono difficili da spiegare, perché semplici come l’acqua e il pane: le conosce chi ne gusta”. Davvero illuminante questa considerazione espressa da un biblista. Quando abbiamo a che fare con la Parola di Dio è certamente importante capire attraverso la riflessione; ma più ancora lo è il gustare e vivere tale parola: ciò stabilisce il rapporto intimo con il Signore, aprendoci ad una comprensione nuova della vita, di noi stessi, di Dio. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”. Osservare è più che ascoltare, va ben oltre la superficie: significa guardare con cura, custodire, eseguire; ha a che fare con il capire, con il volere, con l’agire. L’amore cristiano – per Dio e per le persone – non può essere solo un sentimento: tutto l’essere viene coinvolto. Un’osservanza che si fonda non sul dovere e tanto meno sulla paura o sull’interesse, ma sul sapersi amati. La conseguenza è cogliere come Dio non è lontano, ma addirittura è in noi: “Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Dimora di Dio, sua casa, suo tempio, luogo della sua presenza e manifestazione è l’essere umano che ama con l’amore di Gesù.
È possibile che la creatura possa esprimere l’essenza del Creatore? Può l’essere umano, posso io, amare come Gesù? Sorprendente la risposta di Gesù alla questione. Dio stesso si fa carico di abilitarci a questo: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]hi ama il Figlio con cuore sincero sperimenterà come la Vita divina, lo Spirito, agirà in lui: istruendo interiormente oltre ogni intelligenza e imprimendo nel cuore (ricordare) ciò che Gesù ha detto, perché possiamo viverne. Il frutto maturo di questa azione di Dio, che chiede la mia libera collaborazione, è la pace profonda, il dono per eccellenza: perché “suo” dono, perché fondato nell’amore, perché aperto alla gioia.
Vinci le nostre resistenze, guidaci nell’esperienza dell’amore, donaci la tua pace, Signore!

don Davide Fiori

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Domenica 28 aprile 2013 – V domenica di Pasqua

  • Prima lettura: At 14,21-27   Riferirono alla comunità tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro.
  • Dal Salmo 144: Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
  • Seconda lettura: Ap 21,1-5   Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.
  • Vangelo: Gv 13,31-35   Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.

CP050 - V domenica di Pasqua 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“E[/dropcap] Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). L’insistenza del testo dell’Apocalisse (I lettura) sulla nuova realtà è evidente: cielo e terra nuovi, la Gerusalemme nuova, nuove tutte le cose, così come nuovo, ma sempre fedele a se stesso, è il modo di essere di Dio in mezzo agli uomini. “Le cose di prima sono passate”. Tale è l’esito della rivelazione dell’opera di Dio in Gesù, l’Agnello immolato che sta ritto in mezzo al trono, che è anche svelamento del senso della storia e del male che è nel cuore dell’uomo e del mondo. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” è insieme una promessa e un’affermazione di fronte all’impotenza dell’uomo di cambiare realmente le cose, pur desiderandolo, e al pessimismo rassegnato.
Le parole di Gesù – donate in questa V domenica di Pasqua – ci indicano la via per conoscere e aderire a questa novità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. Sono parole che ci riportano a quell’ultima cena così come ce la consegna l’evangelista Giovanni. Parole che rivelano in sé tutta la loro forza di novità, ma anche per il momento nel quale sono pronunciate: immediatamente dopo la lavanda dei piedi, tra gli annunci del tradimento dell’apostolo Giuda e del rinnegamento dell’apostolo Pietro. Gemma di splendore divino incastonata nel cuore della fragilità umana.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“C[/dropcap]ome io ho amato voi, amatevi tra voi”. E Lui ha amato i suoi – e noi – così: a chi lo sta per tradire o rinnegare lava i piedi e offre il Pane della Vita. Gesù rivela se stesso e chi sia veramente Dio entrando nella tenebra del cuore umano, nel luogo della perdizione, della disperazione e della sfiducia, della visione distorta e orgogliosa della realtà; entra insomma nel mistero del Male, e lo svuota dall’interno. Lì incontra l’uomo e gli offre la possibilità di emergere dall’abisso. Ancora una volta ci viene annunciato che il peccato e la fragilità umana non sono un ostacolo per Dio, ma anzi il luogo perché possa manifestarsi per quello che è: amore che non si nega neppure a chi lo nega. Dio, in Gesù, ama Giuda, Pietro, me e ogni uomo più di se stesso, perché è Dio. Questa è la glorificazione del Figlio e del Padre: il momento della rivelazione dell’amore più grande. Ecco la forza e la novità del comandamento che Gesù dona ai suoi, non come imposizione, ma come possibilità di un nuovo modo di guardare a se stessi e agli altri: la “qualità” del suo amore diventa sorgente e modello per vivere, in Cristo, da figli e da fratelli. Giuda non saprà accogliere questa mano tesa; Pietro si convertirà definitivamente al Vangelo a partire dalla coscienza del proprio peccato perché conoscerà la fedeltà di Dio. Si apre una nuova opportunità, e una sfida: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri”. L’amore tra i discepoli (tra tutti i cristiani!) e per tutti è e sarà il segno di riconoscimento del popolo nuovo, di una reale appartenenza; al contempo linguaggio comprensibile a tutti perché tutti possano incontrare il Signore. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

don Davide Fiori

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Domenica 21 aprile 2013 – IV domenica di Pasqua

  • Prima lettura: At 13,14.43-52   Ecco, noi ci rivolgiamo ai pagani.
  • Dal Salmo 99: Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
  • Seconda lettura: Ap 7,9.14-17   L’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
  • Vangelo: Gv 10,27-30   Alle mie pecore io do la vita eterna.

CP040 - IV domenica di Pasqua[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“I[/dropcap]o e il Padre siamo una cosa sola”. Questa frase e i pochi versetti proclamati nel Vangelo della IV domenica di Pasqua sono il motivo della condanna a morte di Gesù. Ma contemporaneamente è il culmine della rivelazione di Gesù sulla sua identità e sul volto di Dio. Di conseguenza è anche rivelazione del nostro volto e il motivo della nostra speranza.
Ciò chiede di ascoltare tali parole senza la patina dell’abitudine e di avere rispetto per coloro che, contemporanei di Gesù, donne e uomini del passato, del presente e del futuro, fanno fatica ad accoglierle nella propria vita. Perché ciò che Gesù rivela è sorprendente, è l’annuncio del volto di un Dio vicino, misericordioso e tenace, che vuole generare stupore e gratitudine anche in cristiani di lunga data.
“Io e il Padre siamo una cosa sola”. Il Padre e il Figlio sono piena comunione d’amore, di volere, di azione. A tal punto che, rispondendo all’apostolo, Gesù dice: “Filippo, non credi che chi vede me, vede il Padre?”.
Il versetto successivo ai nostri mostra i Giudei, pronti a lapidare Gesù, che ufficializzano il motivo della condanna: “Tu, che sei uomo, ti fai Dio”.
L’indisponibilità ad accogliere questa rivelazione porta all’indurimento dei cuori, al rifiuto. È ciò che accade anche nella predicazione apostolica testimoniata nel racconto tratto dagli Atti (I lettura): alla chiusura di una parte dei Giudei si contrappone la disponibilità dei pagani: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a rivelazione della comunione tra il Figlio e il Padre non è soltanto uno squarcio aperto sul mistero di Dio; riguarda anche la nostra vita. Il testo giovanneo riporta l’affermazione di Gesù che, proprio in forza di quella comunione, offre a tutti la possibilità di essere in una profondissima unità col Padre.
Attraverso di Lui. L’essere Figlio, che gli è proprio, l’essere in comunione con il Padre – questa è la vita eterna – è offerto a tutti coloro che, come pecore del buon Pastore, “ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna”. Possiamo riconoscere in quest’ultimo versetto la descrizione del discepolato, dell’esperienza cristiana: si passa dalla scoperta di Gesù (attraverso l’annuncio del Vangelo e la testimonianza dei cristiani), alla conoscenza (il rapporto con il Signore si fa profondo nell’ascolto della sua voce), all’accoglienza (comprendo che c’è un dono offerto, che quella via e vita sono anche per me) fino ad arrivare all’adesione (è l’esperienza piena della fede che fa pronunciare le parole di Tommaso: “Mio Signore e mio Dio” o di Pietro: “Signore, tu sai tutto. Tu sai che ti voglio bene”).
Prego il Signore che non ci abituiamo mai a tutto ciò.

don Davide Fiori

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Domenica 14 aprile 2013 – III domenica di Pasqua

  • Prima lettura: At 5,27-32.40-41   Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo.
  • Dal Salmo 29: Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
  • Seconda lettura: Ap 5,11-14   L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza.
  • Vangelo: Gv 21,1-19   Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro, così pure il pesce.

III domenica di Pasqua 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“M[/dropcap]i ami?”. È la domanda decisiva. Perché da qui tutto parte e tutto giunge. Gesù morto e risorto rivolge a Pietro e a ogni lettore queste parole.
Ciò accade nel contesto del cap. 21 del vangelo di Giovanni che ci propone di considerare i temi esposti nelle pagine precedenti in una situazione più ordinaria, quotidiana, di una Chiesa che già svolge il mandato di rivelare il volto del Padre affidatole dal Cristo risorto: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. A coloro a cui perdonerete i peccati, sarà perdonato”, sono le parole ascoltate domenica scorsa. Questo “andare” ha però delle condizioni da rispettare perché sia un vero “andare nel Signore”, con la certezza che Lui si manifesti. Tra gli aspetti richiamati dall’evangelista ne possiamo cogliere alcuni: la pesca, l’ascolto, il mangiare.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap] discepoli pescano, sono all’opera  – la Chiesa è all’opera –  traendo gli uomini di ogni tempo dall’abisso della morte e della paura alla luce della vita e della fede; ricordiamo la missione affidata a Simon Pietro dopo il suo primo incontro con Gesù: “Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10). Questa azione è ben descritta nell’annuncio contenuto nella pagina degli Atti degli Apostoli proposta come prima lettura. La pesca risulta sovrabbondante, ma non per merito dello sforzo degli apostoli: “Quella notte non presero nulla”, ricorda Giovanni. Non si tratta di incapacità nell’agire, quanto di una consapevolezza nata dall’esperienza di fede: ogni azione della Chiesa, della comunità cristiana, di ogni singolo discepolo  – anche la meglio programmata e organizzata –  andrà incontro al fallimento se non sarà frutto di un ascolto, l’ascolto della sua Parola. È molto forte il richiamo che ci raggiunge in questo tempo delicato della nostra società e della Chiesa. C’è in quell’ascolto un atto di fiducia dei discepoli che apre all’incontro con il Risorto. L’ascolto delle parole di Gesù rinnova la comunione con lui e ciò dà molto frutto. Una comunione con il Signore che trova il suo culmine nel condividere il pasto: “Venite a mangiare”. È il richiamo al banchetto eucaristico: “Gesù prese il pane e lo diede loro”. La missione della Chiesa e del cristiano parte dell’Eucaristia e porta all’Eucaristia, luogo dell’offerta della vita per gli amici.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l nostro amore è risposta all’amore ricevuto da Dio. Ecco perché Gesù domanda: “Mi ami tu?”. Il dialogo serrato con Pietro, alludendo al triplice rinnegamento, ci rivela come l’amore più grande viene da un cuore che ha conosciuto il perdono più grande. Il ripetersi della domanda è quasi un cammino di guarigione dall’orgoglio, dalla presunzione e dal senso di colpa. Solo allora potremo dire, con Pietro: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Con stupore potremo scoprire la fiducia che il Signore pone in ciascuno dei suoi discepoli e nella Chiesa, rappresentata da Simon Pietro e dai suoi successori: “Pasci le mie pecore”, cioè custodisci e prenditi cura di coloro che ti affido. Tu, Signore, non smettere di invitarci: “Seguimi”.

don Davide Fiori

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Domenica 7 aprile 2013 – II domenica di Pasqua

  • Prima lettura: At 5,12-16   Venivano aggiunti credenti (…) una moltitudine di uomini e di donne.
  • Dal Salmo 117: Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
  • Seconda lettura: Ap 1,9-11.12-13.17-19   Ero morto, ma ora vivo per sempre.
  • Vangelo: Gv 20,19-31   Otto giorni dopo venne Gesù.

II Domenica di Pasqua 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“C[/dropcap]ome il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Le parole di Gesù risorto che sta in mezzo ai discepoli aprono il cammino, il tempo della Chiesa: la missione di Gesù diventa la missione della Chiesa, la mia missione. Si potrebbe riassumere in questa semplice e sorprendente affermazione la buona notizia, il vangelo, proclamata in questa II Domenica di Pasqua.
E la prospettiva aperta da tali parole la vediamo in atto nel racconto degli Atti degli Apostoli (I lettura): ciò che accadeva per l’opera di Gesù – il compiersi di segni e prodigi, l’accorrere delle folle, la liberazione dalle forze del male – ora accade per opera degli apostoli. Non si tratta, tuttavia, di una semplice imitazione. La continuità è dovuta all’opera di quello Spirito che dapprima si è posato e ha dimorato nel Figlio, nella sua vicenda umana, rendendola rivelazione del Padre, e che ora è offerto ai discepoli: “Detto questo soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo”. In questa Pentecoste, così come la riconosce l’evangelista Giovanni, avviene nella Chiesa il miracolo della misericordia per rimettere i peccati: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap]cco come la missione di Gesù prende forma definitiva nella missione affidata ai discepoli, alla Chiesa. Questa meravigliosa pagina ci ricorda che per gli apostoli è stato però necessario l’incontro personale con il Risorto. Non è bastato vedere la tomba vuota e neppure ricevere l’annuncio della Maddalena: sono stati passaggi necessari, ma non sufficienti. Occorre l’incontro con Lui, riconoscere quelle ferite che lo identificano col Crocifisso che appare ora nella sua verità: non uno sconfitto dal male, un fallito, ma il vincitore della morte. Ecco in che modo il Signore tira fuori i discepoli dai loro sepolcri di paure e dubbi per farli testimoni e annunciatori. La vicenda di Tommaso rimarca che questo incontro personale avviene nell’esperienza della comunità: il suo essere assente e il suo non fidarsi delle parole degli amici lo portano a non poter gioire con gli altri, lo portano a non credere. Il suo cammino verso la fede – espressa poi dalla stupenda professione “Mio Signore e mio Dio!” – passa attraverso il vedere e il toccare il Signore. C’è un vedere e toccare che è stato riservato ai contemporanei di Gesù per renderli testimoni e un vedere e toccare di chi crede in lui e lo ama grazie alla loro testimonianza. Ecco il compito della Chiesa e dei cristiani: custodire il mistero di Cristo e, in questa memoria – che si fa celebrazione e carità – vincere il male con il bene attraverso il perdono dei peccati.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]R[/dropcap]ingraziamo di essere nella Chiesa, di essere la Chiesa. Purificata continuamente dal Vangelo che custodisce e annuncia, superando lamentele e contrapposizioni, possa mettere sempre in rapporto gli uomini e le donne di ogni tempo con il Signore Risorto.

don Davide Fiori

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Domenica 31 marzo 2013 – Pasqua di Risurrezione

  • Prima lettura: At 10,34.37-43   Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione..
  • Dal Salmo 117: Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo.
  • Seconda lettura: Col 3,1-4   Cercate le cose di lassù, dove è Cristo.
  • Vangelo: Gv 20,1-9   Egli doveva risuscitare dai morti.

Pasqua di Risurrezione - Domenica 31 marzo 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“Q[/dropcap]ualunque cosa capiti agli altri o a me, io ho nella tua risurrezione, Signore, nella tua felicità infinita ed eterna, una sorgente di felicità inesauribile, una base di felicità che niente può togliermi: qualunque cosa possa accadere a me, accadere agli altri, il mio più grande desiderio, la mia aspirazione di gran lunga più ardente, il bisogno della mia anima più profondo e senza confronti è pienamente soddisfatto, realizzato” (Charles de Foucauld). Le parole di questo affascinante “esploratore della fede”, che ha passato la vita nel desiderio di imitare Gesù, possono riassumere il senso della gioia cristiana, che nella Pasqua viene offerta e augurata a tutti: la risurrezione di Gesù come la sorgente inesauribile e incrollabile della felicità. Proprio per questo è sorprendente come la liturgia del giorno, tanto atteso e preparato con l’itinerario quaresimale e con la Settimana Santa, ci offra un Vangelo in cui non ci sono risposte certe alle tante domande, ma piuttosto deboli segni da riconoscere. Perché la grande sorpresa del mattino di Pasqua è il sepolcro vuoto. Solo questo. Un’assenza capace di angosciare più della stessa morte perché toglie anche l’ultima certezza: che con la morte tutto abbia fine.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap]ppure parte proprio da qui l’esperienza della fede: essa non è cieca (neppure credulona), ma lettura della realtà di segni e fatti che risultano significativi solo per chi li intende. E presuppone non un cammino solitario, ma il contributo di chi viene coinvolto; è quanto viene testimoniato dal racconto giovanneo. Maria di Màgdala testimonia la forza di un legame “fedele” che non viene meno nonostante il gelo della morte: ecco perché la troviamo “Il primo giorno della settimana al sepolcro di mattino, quando ancora era buio”. Vede la pietra ribaltata, non capisce, cerca subito la spiegazione più facile: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. È ancora una lettura superficiale dei fatti. Di fronte a quella notizia Pietro capisce che c’è qualcosa di strano; anche Giovanni, che giunge per primo senza entrare nel sepolcro, vede i teli ma non capisce. Pietro entra, vede un certo ordine delle cose davanti a lui e questo lo colpisce, lo fa riflettere. È Giovanni ad andare ancora più avanti: entra, vede, crede.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]È[/dropcap] attraverso la ricerca, il desiderio, lo sguardo, la riflessione, l’amore di ciascuno condiviso con gli altri che germoglia la fede, ancora immatura, in ciascuno dei personaggi coinvolti.
Anche la Chiesa di oggi è chiamata a fare la stessa esperienza: si va alla ricerca di segni da parte di diverse persone, sensibilità, mentalità. Ci sono diversi percorsi, diverse vocazioni e doni spirituali: tutti però si possono aiutare a vicenda a riconoscere i segni della presenza e dell’azione di Dio, si possono sostenere nella fede alimentando la comunione. “Correvano insieme tutti e due”, ricorda l’evangelista: con velocità differenti, ma senza competizione; così come Maria aveva cercato l’appoggio degli Apostoli e più avanti porterà loro l’annuncio dell’incontro col Risorto. Siano questi i frutti di questa Pasqua.

don Davide Fiori

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Domenica 24 marzo 2013 – Domenica delle Palme

  • Prima lettura: Is 50,4-7   Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare confuso (Terzo canto del Servo del Signore)
  • Dal Salmo 21: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
  • Seconda lettura: Fil 2,6-11   Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò.
  • Vangelo: Lc 22,14-23,56   La passione del Signore.

DomenicadellePalme[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]ra gli scopi dell’abbondante Parola di Dio della liturgia della Domenica delle Palme c’è quello di annunciare, in uno sguardo complessivo, il mistero della passione e morte di Gesù. Le parole dell’inno contenuto nella lettera di S. Paolo (II lettura) ci consegnano una delle chiavi per entrare in quel mistero: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù…”. Siamo come invitati, pregando, a partecipare all’ora decisiva della vita obbediente di Gesù per conoscere la fedeltà del Padre verso il Figlio e verso di noi. Occorre disporsi a vivere bene e intensamente questi santi giorni che si aprono davanti a noi.
Desidero offrire solo qualche semplice spunto di riflessione e preghiera. La forma solenne della liturgia prevede, nella processione con palme e ulivi, il testo di Luca, che inizia così: “Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. C’è un “andare” messo in evidenza, diverso dalle altre volte, quasi più voluto, con un carico di decisione-urgenza-tensione che segna l’inizio di quel “compimento” che ha guidato tutta la vita di Gesù. Egli è consapevole di ciò che sta per accadere e sceglie di rimanere fedele alla strada intrapresa a partire dal battesimo al Giordano: è un passo ulteriore del suo offrirsi. Il dono che misteriosamente passa attraverso il soffrire. Nella fede riconosciamo che Dio, attraverso Gesù, sta compiendo qualcosa per noi, per me.
Il Vangelo della Passione si apre portandoci alla tavola dell’Ultima Cena e rivelandoci il pensiero del Signore: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi”. Desiderio comunicato ai discepoli di allora come a quelli di oggi.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]on trepidazione, coraggio e umiltà accogliamo tale volontà sorprendente che è anche un invito di comunione: troverò un luogo dell’anima dove vivere con intensità la Pasqua di quest’anno. Egli mi farà capire come vuole insegnarmi dare la vita per gli amici, a morire per amore.
Nel racconto ricco di gesti e parole ce n’è uno sempre capace di turbare: “Uno dei dodici si avvicinò a Gesù per baciarlo”. Un segno di tenerezza che si trasforma in luogo di tradimento. L’uomo è capace di tutto questo; ma la potenza misericordiosa di Dio è capace di risanare anche le ferite più profonde procurate o subite.
Chiediamo al Signore che ci permetta, guardando a Lui crocifisso, di restituire a questo segno la sua verità: possa esprimere il nostro povero ma intenso amore per Lui e per i fratelli che ci pone accanto. Anche questo è credere alla fecondità della Croce.
Una nuova capacità di amare che passa attraverso l’incrocio di sguardi, come è accaduto a Pietro che “Uscito fuori, pianse amaramente”.
Da quelle lacrime scaturirà una fede purificata, umile e solida. Ci accompagni, in questi giorni, lo Spirito del Signore.

don Davide Fiori

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Domenica 17 marzo 2013 – V di Quaresima

  • Prima lettura: Is 43,16-21   Ecco, io faccio una cosa nuova e darò acqua per dissetare il mio popolo.
  • Dal Salmo 125: Grandi cose ha fatto il Signore per noi
  • Seconda lettura: Fil 3,8-14   A motivo di Cristo, ritengo che tutto sia una perdita, facendomi conforme alla sua morte.
  • Vangelo: Gv 8,1-11   Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.

V domenica di Quaresima 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]Q[/dropcap]uante volte è stato processato, Gesù, prima di essere condannato? Il brano di Vangelo di questa V domenica di Quaresima – splendido e suggestivo nel contenuto e nell’andamento narrativo – si presenta come l’ennesimo tentativo di trovare un capo di accusa contro quel maestro di Nazaret che tanto disorienta gli uditori zelanti della legge, mentre trova consenso in coloro che sono giudicati da essa. Il “caso giudiziario” presentato a Gesù è semplice: quella donna è evidentemente colpevole e la Legge di Mosè parla chiaro; è del tutto superfluo consultare un ulteriore rabbì, se non fossero altre le intenzioni: “Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere un motivo di accusarlo”. Ecco il motivo: coglierlo in fallo sulla giustizia (e denunciarlo) o sulla misericordia (e screditarlo). Gesù accoglie la provocazione e porta la questione al livello che merita.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C’[/dropcap]è un’indicazione di posizione – essere posta “in mezzo” – che viene ripetuta e per questo merita attenzione: per scribi e farisei a essere posto nel mezzo è il peccato della donna, il male compiuto, e come conseguenza logica c’è la condanna; quando tutti abbandonano l’intenzione omicida, perché riconoscono che nessuno è innocente e immune dal peccato, lasciando solo Gesù con la donna, in mezzo, al centro, c’è la persona. È quanto Dio vede e di conseguenza agisce. Non si dice nulla sul pentimento della donna ed è giusto così, perché non è questa la condizione di espressione della misericordia divina: Dio non perdona perché noi siamo pentiti (nel brano non si parla né di pentimento, né di perdono come se fosse ‘ovvio’ nel contesto dell’annuncio della Buona Novella); Dio perdona perché ama. È la conoscenza di questo amore che suscita il pentimento. E di ciò Dio gioisce: “C’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15,10).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a ricerca di un colpevole da condannare, allontanare, isolare, eliminare è il meccanismo attraverso cui l’essere umano tenta di estromettere il male pur di non riconoscere che il male è nel cuore stesso dell’uomo. Se non si esce da quella logica, che porta a erigere barriere, adottare atteggiamenti che discriminano, la questione di una conversione – non solo spirituale, ma anche sociale – non verrà mai affrontata. In Gesù, Dio offre un orizzonte nuovo. Allora anche la Legge, i comandamenti, le norme, che Gesù non è venuto ad abolire, ritrovano la loro giusta collocazione: strumenti per aiutare la creatura a rimanere in relazione di vita, non di morte, con il Creatore. La scoperta di tutto ciò porta S. Paolo (II lettura) ad esprimersi con termini forti, considerando “spazzatura” quanto era stato per lui motivo di vanto, se ora confrontato con “la sublimità della conoscenza di Cristo Gesù”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ella logica evangelica la consapevolezza della propria umanità fragile diventa l’incitamento a sforzarsi di correre, protési alla meta della santità. Ancora una volta, in continuità con l’immagine del fico sterile e la pazienza tenace del contadino, e con la bella parabola del Padre misericordioso, l’atteggiamento e le parole di Gesù ci testimoniano quanto Lui creda nell’uomo, in noi, in me. La fiducia e il perdono del Padre, poi, aprono al futuro, alimentano la speranza, spingono all’impegno serio per rinnovare la propria vita: “Va’ e non peccare più”.

don Davide Fiori

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Domenica 10 marzo 2013 – IV di Quaresima

  • Prima lettura: Gs 5,9-12   «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».
  • Dal Salmo 33: Gustate e vedete com’è buono il Signore.
  • Seconda lettura: 2Cor 5,17-21   Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo.
  • Vangelo: Lc 15,1-3.11-32   Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

IV Domenica di Quaresima 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a pagina evangelica di questa IV domenica di Quaresima è fra le più note delle parabole di Gesù e, insieme alle due parabolette precedenti, costituisce il cuore dell’annuncio evangelico così come S. Luca l’ha colto per sé e proposto al lettore/uditore Teofilo: la buona notizia della paternità misericordiosa di Dio. La parabola ha come centro la rivelazione del Padre che ama ogni figlio; prima di ogni rimando alla vita dei discepoli e ai molteplici significati che possiamo cogliere in questo racconto, è da ascoltare con meraviglia l’invito ripetuto: “Facciamo festa, perché questo mio figlio (tuo fratello) era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. A rimarcare la sorprendente visione dei fatti sta quel “bisognava far festa”, una sorta di necessità per chi ha conosciuto il Padre, quel “rallegrarsi”, invito ulteriore a partecipare ad una gioia esuberante; necessità ed esuberanza che stonano e rimangono incomprensibili (anzi ingiusti!) solo al cuore indisponibile del fratello maggiore: “Egli si indignò e non voleva entrare”. È l’autoesclusione dalla gioia.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L’[/dropcap]introduzione alla parabola inquadra il racconto.
Tutto parte dal disappunto giudicante con cui viene guardata la disponibilità di Gesù verso i peccatori, un’apertura incomprensibile e malvista: come può un uomo pretendere di insegnare e di parlare di Dio e poi condividere con loro la tavola, oltretutto gioendo di questo? Una gioia inopportuna e sconveniente: così viene valutata da chi ha fondato il suo rapporto con Dio sull’osservanza rigorosa delle leggi e dei precetti a tal punto da non coglierne più il significato profondo e soprattutto perdendo la familiarità con quel Dio che ormai è solo da rispettare e temere, ma non certo da amare.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]l motivo della gioia di Gesù, espressione di quella del Padre, sta nel fatto che proprio quei peccatori, uomini e donne segnati da fragilità e cattiveria, si avvicinano a lui attratti dalle sue parole che convertono i cuori e le vite; dove la conversione sta nel cambiamento dell’immagine di Dio che giusto e peccatore devono fare per scoprire il suo volto di tenerezza. Così potrà avvenire il passaggio dalla delusione del proprio peccato – o dalla presunzione della propria giustizia – alla gioia di essere figli di quel Padre. Risulta così l’intenzione principale della parabola: portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia; passaggio estremamente complesso per chi vive una religiosità servile: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando”. Ma non c’è gioia in questo rapporto, anzi c’è rabbia. Non c’è libertà e speranza. Non c’è il riconoscimento del fratello, e di conseguenza non c’è compassione. L’Anno della fede indetto da Benedetto XVI porta con sé il forte invito a riscoprire il volto di Gesù e, attraverso di Lui, il volto del Padre; la risposta dell’uomo, la fede, è e sarà conseguenza di tale riscoperta e, insieme, grazia dello Spirito che guida alla conversione. Sia questo il dono del nostro cammino quaresimale: orientare lo sguardo a Colui che è totalmente rivolto a noi col suo amore.

don Davide Fiori

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Domenica 3 marzo 2013 – III di Quaresima

  • Prima lettura: Es 3,1-8.13-15   Io-Sono mi ha mandato a voi.
  • Dal Salmo 102: Il Signore ha pietà del suo popolo.
  • Seconda lettura: 1Cor 10,1-6.10-12   La vita del popolo con Mosè nel deserto è stata scritta per nostro ammonimento.
  • Vangelo: Lc 13,1-9   Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

III Domenica di Quaresima 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]T[/dropcap]anti sono gli avvenimenti di cui siamo testimoni e talvolta protagonisti; fatti, avvenimenti che compongono la storia: storie personali o di famiglie, comunità, popoli. Tutto ciò compone la storia umana. Ma in questa storia, Dio che ruolo ha? Domanda ancor più inquietante: se Dio è buono, perché permette ingiustizie, violenze, disastri naturali? Non si deve aver timore di esprimere tali interrogativi, né avere la pretesa di vedere tutto in modo chiaro e distinto: dobbiamo sempre riconoscere di essere di fronte al mistero di Dio e della vita. “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Sono le prime parole pronunciate da Gesù così come il Vangelo di Marco ci riporta; parole poi riprese dal Rito delle ceneri per dare avvio al cammino quaresimale di penitenza e conversione.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]M[/dropcap]a “conversione” da cosa? Chi deve convertirsi? Esiste un collegamento tra ciò che compone la storia, personale o collettiva, e l’invito alla conversione che ci viene dal Signore?Senza voler affrontare tutte le domande che abitano il cuore umano (anche del credente), il brano dell’evangelista Luca offerto in questa III domenica di Quaresima ci mostra un Gesù che, provocato dai suoi interlocutori, invita con forza a far pulizia di interpretazioni distorte che l’uomo ha dei fatti, per andare alla radice. E facendo ciò suggerisce di riconoscere nei segni del tempo il richiamo e l’occasione a verificare l’orientamento della propria vita. La mancata condanna, da parte sua, dell’azione del governatore romano non è per evitare di esporsi, ma per denunciare la logica che sorregge tutta la questione: la violenza per dominare sull’altro. Carnefici e vittime erano tutte animate dallo stesso intento. Solamente, una parte era più forte dell’altra. Il male è male, sia che lo si provochi sia che lo si subisca; che sia frutto della cattiveria umana o della violenza del creato, è contro la vita, e per questo contro l’uomo. Il male non si può giustificare, cioè non lo si può rendere giusto. Per ciò stesso non viene da Dio, amante della vita, che “non gode della morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33,11). Occorre essere saggi per non giungere a conclusioni superficiali o condanne affrettate.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C’[/dropcap]è un misterioso collegamento tra il male – presente nell’uomo o nelle cose – e il peccato. Ecco dove ci vuol portare Gesù: a riconoscere che tutti siamo coinvolti, anche senza una responsabilità diretta sui singoli avvenimenti, e perciò tutti esposti a raccogliere i medesimi frutti. L’invito alla conversione – cioè ad abbracciare una logica totalmente differente da quella del male, la via del Vangelo – ci riguarda dunque tutti da vicino, e ha un’urgenza pari alla drammaticità di molte situazioni che ci circondano. C’è tutto lo spazio per cercare cause e rimedi: ciò è affidato all’intelligenza umana, ma senza una chiara scelta di adesione a Gesù, ogni sforzo rischierà di essere vanificato. Impresa impossibile? La parabola che conclude la pagina evangelica apre a una grandiosa speranza.

don Davide Fiori

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Domenica 24 febbraio 2013 – II di Quaresima

  • Prima lettura: Gen 15,5-12.17-18   Dio stipula l’alleanza con Abram fedele.
  • Dal Salmo 26: Il Signore è mia luce e mia salvezza.
  • Seconda lettura: Fil 3,17- 4,1   Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso.
  • Vangelo: Lc 9,28-36   Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.

Seconda Domenica di Quaresima 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a fiduciosa obbedienza al Padre espressa da Gesù, come risposta al tentativi del maligno di sviarlo del cammino intrapreso, lo porta ad annunciare con parole e gesti la presenza efficace del regno di Dio in mezzo agli uomini, “l’anno di grazia del Signore”. Ma giunge il momento in cui, con una chiarezza e consapevolezza sconvolgente, Gesù parla per la prima volta ai suoi discepoli della sofferenza e del rifiuto a cui andrà incontro, della sua morte e della risurrezione il terzo giorno; insieme parla della necessità, per il discepolo, di prendere la croce ogni giorno e seguirlo senza vergognarsi di lui e delle sue parole. È la pagina evangelica che precede immediatamente quella della trasfigurazione proposta in questa seconda domenica di Quaresima (v. Lc 9,22-27).

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L'[/dropcap]importanza della collocazione del brano sta ne fatto che l’evangelista stesso afferma che “Circa otto giorni dopo queste parole, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare”. La scena della trasfigurazione, quindi, non è un sorprendente fatto isolato dal resto, ma una squarcio di luce tra l’annuncio della passione e gli eventi che accadranno a Gerusalemme – meta e luogo del compimento del cammino di Gesù – e che rivivremo nelle liturgie della Settimana santa; è questo il contenuto del dialogo con Mosè ed Elia: “Apparsi nella gloria, parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme”. Di fronte all’autocoscienza di Gesù di essere il Figlio amato e al tentativo di satana (e degli uomini) di mettere in discussione e negare ciò – o comunque di fronte alla fatica a riconoscere proprio in quella modalità, quella dell’offerta della vita fino alla morte in croce, il luogo della manifestazione della potenza e della fedeltà di Dio – giunge la risposta sfolgorante del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]V[/dropcap]eniamo nuovamente introdotti nel mistero di Gesù; ai tre discepoli testimoni della luminosa bellezza del Cristo glorioso, ma anche a tutti i discepoli che ascoltano la sua voce, è concesso di entrare nella conoscenza del Padre e del Figlio, in quel rapporto che è l’essenza di Gesù. La voce rivelatrice del Padre e il volto del Figlio sono una conferma a ciò che i discepoli di ogni tempo stentano a capire, cioè la necessità della croce.
San Luca mette in risalto, ripetendolo due volte, che quanto descritto accade durante la preghiera, respiro di Gesù e della vita cristiana: è, per Gesù e per il discepolo, il luogo della comunione filiale con Dio, dove lo si scopre Abbà, e dove la nostra vita viene trasfigurata se teniamo lo sguardo fisso sul volto di Gesù per comprendere il suo amore per il Padre e per noi. Richiamati dal tempo quaresimale, rinnoviamo il proposito di una preghiera assidua e fiduciosa, insieme ad un ascolto disponibile alle parole del Signore, per sperimentare nella nostra storia la bellezza di Dio.

don Davide Fiori

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Domenica 17 febbraio 2013 – I di Quaresima

  • Prima lettura: Dt 26,4-10   Professione di fede del popolo eletto.
  • Dal Salmo 90: Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
  • Seconda lettura: Rm 10,8-13   Professione di fede in Cristo.
  • Vangelo: Lc 4,1-13   Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo.

Prima domenica di Quaresima 2013[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L[/dropcap]a voce dal cielo che accompagna la discesa dello Spirito Santo su Gesù, dopo il battesimo al fiume Giordano, afferma “Tu sei il mio figlio amato, in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22). Una rivelazione divina che afferma il forte legame tra Dio e quell’uomo di Nazaret: un inaudito rapporto di paternità-figliolanza. Il brano evangelico di questa prima domenica di Quaresima ci svela come la tentazione del maligno cerchi di incrinare proprio questa relazione di Gesù col Padre celeste; ma questo è il senso di ogni tentazione che ciascuno di noi può sperimentare: la messa in discussione del nostro rapporto con il Signore. Individuare nella possibilità o volontà di fare del male l’unica forma di tentazione a cui si è sottoposti è troppo semplicistico e riduttivo: basterebbe una coscienza retta per svelarla e rifiutarla.
Il maligno è più astuto. La tentazione a cui viene sottoposto il Figlio di Dio – ogni figlio di Dio – va oltre, è più raffinata.
Oltre a insinuare il sospetto sulla reale figliolanza, il tentatore si concentra sul modo di esserlo: “Se tu sei figlio di Dio…” manifestalo così come ti sto indicando: soddisfacendo i bisogni, perché si possa vivere tranquilli; mostrando la tua grandezza e gloria, così che ci sia ordine; dimostrando che davvero Dio è con te, perché nessuno possa più dubitare. Tutto ciò motivato ragionevolmente – piegandola al proprio interesse – dalla stessa Scrittura! Ma tutto ciò contraddice la via intrapresa e manifestata col battesimo: la solidarietà con l’umanità dispersa e l’obbedienza fiduciosa al Padre. La fedeltà a questa via, che suscita gioia nel Padre (“In te ho posto il mio compiacimento”), ha il prezzo di una lotta contro la scelta contraria: è il prezzo della fedeltà e la fedeltà costa, all’uomo come a Dio.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]S[/dropcap]e poi – e questa è l’ultima mossa del maligno – la modalità diventa il fine, la sua vittoria è piena: questo accade ogni volta che una realtà scalza il primato di Dio. Quando l’ordine, la proprietà, il piacere, il lavoro, la libertà, il benessere, il partito, la scienza, il consumo, la chiesa, eccetera, tutti mezzi (anche buoni) diventano l’obiettivo delle scelte personali e comunitarie e su queste si organizza la vita, allora amministrano la vita stessa degli uomini: l’uomo senza Dio al primo posto diventa schiavo di se stesso e delle proprie paure. Ciò che Gesù attua, l’obbedienza fiduciosa al Padre e alla sua Parola (che per noi ha preso carne in Cristo Gesù) è l’unica condizione per custodire quel rapporto che ci mantiene uomini e donne autentici e liberi.
La prima Lettura invita a considerare come, nella preghiera e nei gesti del buon israelita, l’esercizio della memoria sia decisivo per camminare nella fedeltà al Signore: il ricordo della fedeltà stessa di Dio che ha fatto percorrere al popolo eletto il cammino alla terra promessa suscita la gratitudine e la restituzione dei doni, della vita stessa come dono. Sia questo il primo frutto del cammino quaresimale, affinché con fede possiamo proclamare le parole: “Gesù è il Signore!”.

don Davide Fiori

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Domenica 10 febbraio 2013 – V del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Is 6,1-2.3-8   Eccomi, manda me!
  • Dal Salmo 137: Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.
  • Seconda lettura: 1Cor 15,1-11   Così predichiamo e così avete creduto.
  • Vangelo: Lc 5,1-11   Lasciarono tutto e lo seguirono.

V Domenica del Tempo Ordinario - Anno C[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]“O[/dropcap]ggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). La Parola annunciata da Gesù nella sinagoga di Nazaret – il testo evangelico proclamato nelle due ultime domeniche – che suscita la reazione prima stupita e poi violenta dei suoi compaesani, mostra la sua vitalità. E si realizza traendo l’uomo dall’abisso: ecco l’opera di salvezza! La condizione per conoscere tutto ciò è l’ascolto obbediente di questa Parola che è Gesù stesso, la sua vita. Potremmo riassumere così il Vangelo, straordinario per la sua ricchezza, di questa domenica che ci rimanderà all’appuntamento del Rito delle Ceneri, ingresso personale e comunitario nel cammino di conversione quaresimale.
Tre linee si intrecciano in questa scena così come ce la presenta l’evangelista Luca, sempre rivolto all’illustre Teofilo con l’intenzione di confermare la sua fede: la fecondità della Parola, il riconoscimento della condizione di peccatori, l’invito ad associarsi alla missione di Gesù diventando suoi discepoli.
È ciò che sperimenta Simone nell’incontro con il Maestro: spettatore della predicazione di quel rabbi, mentre svolge il suo lavoro di pescatore, prima ne viene coinvolto, poi travolto. L’ordine di Gesù colpisce al cuore l’apostolo e gli uditori ed è un attacco diretto alla fede talvolta ripiegata su se stessa e timorosa che spesso rende “inoffensivi” i cristiani: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Una parola autorevole che smuove, che spinge, che invita a guardare lontano, che infonde coraggio. Contro ogni buonsenso, frutto dell’esperienza e della fatica quotidiana, e vincendo la paura di un ripetuto fallimento, Simon Pietro obbedisce: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. E nell’obbedienza Pietro scopre la potenza di quella parola e di colui che opera ciò che dice, scoprendosi al contempo peccatore.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]L’[/dropcap]incontro con ciò che introduce al cospetto di Dio suscita l’infinito senso di indegnità, di inadeguatezza: è anche l’esperienza del profeta Isaia nel racconto della sua vocazione (I lettura): “Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti”. Ma in entrambi i casi non è questo che blocca l’agire di Dio: al carbone ardente che purifica le labbra del profeta corrispondono le parole di Gesù: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]E[/dropcap]sistono parole più incoraggianti di queste? Non temere per la tua piccolezza, se ti senti lontano da me; fidati di me e prendi sul serio le mie parole che traggono dall’abisso del male e diventerai a tua volta strumento per trarre alla luce tanti uomini e donne. Ciò che si oppone a Dio non è la fragilità, il fatto di essere peccatori, ma la durezza, la caparbietà nel ritenersi giusti davanti a Dio grazie alle proprie azioni, l’autogiustificarsi.
Solo se animati da questa consapevolezza potremo anche noi, come l’apostolo Paolo (II lettura), riconoscere la grandezza della missione affidata, la gratitudine per l’azione operata da Dio: “Annunciatore del Vangelo… Indegno di essere chiamato apostolo… La sua grazia in me non è stata vana”.

don Davide Fiori

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Domenica 3 febbraio 2013 – IV del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Ger 1,4-5.17-19   Ti ho stabilito profeta delle nazioni.
  • Dal Salmo 70: La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.
  • Seconda lettura: 1Cor 12,31-13,13   …ma la più grande di tutte è la carità.
  • Vangelo: Lc 4,21-30   Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei.

IV Domenica del T.O.[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]osì nel Vangelo della Festa della Presentazione del Signore (2 febbraio): “Simeone disse a Maria, sua madre: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori»” (Lc 2,34-35). Le parole pronunciate al Tempio dal vecchio Simeone, mentre accoglie tra le braccia il piccolo Gesù, illuminano la scena che si svolge nella sinagoga di Nazaret (vangelo di questa domenica). La Parola in azione, Gesù Signore, parola che illumina le genti e manifesta il volto di Dio, gloria di Israele, penetra i cuori di chi ascolta mettendone in rilievo la meraviglia per la grazia e la benevolenza divina che si rendono visibili, ma anche la durezza che porta al rifiuto e ad una chiusa opposizione.

Che cosa ha suscitato, tra i compaesani di Gesù, una reazione così violenta? Quali sono i pensieri segreti che la presenza di Gesù ha svelato?
La risposta ha a che fare con la tendenza di Israele, denunciata e contrastata in particolare dai profeti, e dell’essere umano più in generale quando si pone di fronte a Dio: la pretesa di ‘possedere’ Dio, di gestirlo. I primi segni compiuti da Gesù in altri villaggi e il pensiero che manifesta attraverso il ricordo di episodi legati a due profeti molto cari alla tradizione giudaica (Elia ed Eliseo, nella I lettura) contrastano fortemente, nella logica degli uditori nazareni, con le pretesa di essere il consacrato di Dio inviato a portare il lieto annuncio. È come se dichiarassero: possiamo accettare che “Oggi si compie questa Scrittura che voi avete ascoltato”, ma allora “Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. La chiusura sta nel pretendere l’azione di Dio a proprio vantaggio; invece Gesù sta aprendo nuovi orizzonti, ha uno sguardo che supera i confini territoriali, religiosi o etnici, è coinvolto nello sguardo del Padre che, con gratuità, raccoglie l’umanità intera.

Così quella che viene intesa come “fede” – che richiede di aprirsi con obbedienza e coinvolgimento all’agire di Dio e alla sua volontà – risulta essere idolatria, cioè tentativo di “manipolare” il divino.
Gesù non si lascia imbrigliare: “Passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Non è preda del pensiero diabolico (a volte grossolano e facilmente riconoscibile, altre volte più velato e raffinato) che può compromettere l’esperienza religiosa; lo ascolteremo prossimamente nel vangelo della I domenica di Quaresima.
Sia, invece, quella della carità – richiamata dalla bellissima pagina che San Paolo indirizza alla comunità di Corinto (II lettura) – la via sulla quale metterci anche noi in cammino, obbedienti allo Spirito, per riconoscere che il Signore stesso continua a camminare in mezzo a noi risanando le ferite del peccato e manifestando l’amore del Padre.

don Davide Fiori

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Domenica 27 gennaio 2013 – III del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Ne 8,2-4.5-6.8-10   Leggevano il libro della legge e ne spiegavano il senso.
  • Dal Salmo 18:  Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.
  • Seconda lettura: 1Cor 12,12-30   Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.
  • Vangelo: Lc 1,1-4; 4,14-21   Oggi si è compiuta questa Scrittura.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]N[/dropcap]ell’esperienza di fede di un cristiano nascono, prima o poi, delle domande importanti che non possono e non devono essere ignorate: come colmare la distanza tra ciò che è accaduto in un passato ormai molto lontano – la vicenda storica di Gesù di Nazaret – e il mio presente, volendo raccogliere l’invito della fede a orientare verso il futuro uno sguardo carico di attesa e speranza per il Suo ritorno? In altre parole, che cosa c’entra Gesù con la mia vita concreta fatta di una quotidianità carica di impegni, responsabilità, gioie, fatiche, progetti, delusioni, dove il male appare sempre minaccioso e in azione, mentre Lui non è più presente e non è ancora tornato? Come posso custodire e alimentare il rapporto con Gesù il Signore non potendolo incontrare come è stato per i discepoli della prima ora?
L’evangelista Luca si fa carico di queste domande e nell’introduzione della sua opera invita il lettore, l’illustre Teofilo (che significa amico di Dio, quindi sono coinvolti tutti gli amici di Dio e coloro che vorrebbero diventarlo) a lasciarsi prendere per mano e farsi condurre ad un incontro – l’incontro con Gesù – che altri hanno fatto: i “testimoni oculari” presenti agli “avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi” e dei quali si sono fatti narratori, divenendo “servitori della Parola”. La loro esperienza, unica e irripetibile perché con i loro occhi hanno visto la Parola di vita, è offerta a tutti attraverso la loro testimonianza: non possono trattenere la loro gioia piena di stupore, coscienti della responsabilità loro affidata. Il racconto, la parola, diventa lo strumento per la trasmissione di questa esperienza affinché possa divenire l’esperienza dell’uditore stesso. “Il Verbo si è fatto carne” sotto i loro occhi; questa carne ora si è fatta Parola, annuncio, perché possa nuovamente incarnarsi nella vita loro e di chi la accoglierà e custodirà con fede, cioè perché possa diventare “attuale”, viva ed efficace (Eb 4,12) nel momento stesso in cui viene annunciata.
Gesù stesso, nella scena descritta nel Vangelo di questa domenica, si propone come la Parola di Dio che si compie, si attualizza: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. L’annuncio di liberazione e benevolenza di Dio diventa sulla sua bocca “vangelo”, cioè buona notizia, perché si realizza: tutta la sua vita sarà la manifestazione, il compimento, il mettere in atto quella promessa; un far accadere “oggi” ciò che si è ascoltato.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]C[/dropcap]i accada come per il popolo di Israele ritornato nella sua terra (I lettura), duramente provato dall’esilio in terra straniera, lontano dal Tempio e privato dei rotoli della Torah, che si sente profondamente coinvolto e grato nell’ascolto: “Tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge”, nella consapevolezza di essere “dinanzi al Signore”. È, questa, una meravigliosa grazia di Dio che non può vederci indifferenti o superficiali: quale tesoro tra le nostre mani!

don Davide Fiori

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Domenica 20 gennaio 2013 – II del Tempo Ordinario

  • Prima lettura: Is 62,1-5   Gioirà lo sposo per la sposa.
  • Dal Salmo 95:   Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore.
  • Seconda lettura: 1Cor 12,4-11   L’unico e medesimo Spirito distribuisce a ciascuno come vuole.
  • Vangelo: Gv 2,1-12   Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]”I[/dropcap]l tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). Con queste parole, nel racconto dell’evangelista Marco offerto nelle letture feriali di questi giorni appena trascorsi, inizia la predicazione di Gesù. L’attesa, richiamata dalle suggestive pagine bibliche nell’itinerario dell’Avvento, che esprime il desiderio di pienezza di vita presente nell’uomo, in Gesù trova il compimento, la risposta definitiva e fedele di Dio.

La scena che ci consegna il Vangelo di questa domenica, le nozze di Cana, ci invita a restare dentro l’annuncio di tale realizzazione contemplata nel mistero dell’Incarnazione: la “carne” del Verbo, l’umanità del Figlio di Dio (Natale), è apertura del cielo sulla terra, è dimora dello Spirito di Dio (Battesimo di Gesù), è luogo di comunione piena tra Dio e l’uomo (banchetto nuziale di Cana).

Esiste un “ora”, “ora” di Gesù e nostra, un “adesso” che occorre non lasciarsi sfuggire per essere partecipi di un avvenimento gioioso: l’incontro con lo Sposo. Proprio quella delle nozze è l’immagine più suggestiva che la Bibbia ci suggerisce per descrivere l’Alleanza tra Dio e il suo popolo: nel rapporto di autentico amore tra l’uomo e la donna possiamo cogliere l’amore fedele di Dio per Israele, rappresentante dell’intera umanità, così come ci suggerisce, con lo sguardo rivolto alla città di Gerusalemme, la pagina del profeta Isaia (I lettura): “Sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo… Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”.

Eppure la pagina evangelica ci mostra, nella constatazione attenta di Maria, la possibilità che tutto questo vada incontro al fallimento, non esprima tutta la sua bellezza: “Non hanno vino”. Manca l’elemento – anch’esso immagine cara alla tradizione profetica – che simboleggia la gioia. È il dramma di Israele e di ogni uomo il cogliere l’assenza di gioia, di vita e di amore.

È forse anche il dramma di comunità cristiane che talvolta appaiono stanche, irrigidite, e per questo poco missionarie. Dove posso trovare ciò che da sempre desidero? La prima comunità apostolica ci consegna la sua esperienza di fede: con Gesù, riconosciuto come lo Sposo, ognuno può gustare il vino buono, migliore di ogni altro, offerto con un’abbondanza sorprendente.

È qui il centro del racconto: in Gesù c’è il rinnovo di quella Alleanza che in lui diventa “nuova ed eterna”, irrevocabile.

La condizione per conoscere tutto ciò ed entrarvi con la propria vita è espressa in modo fermo e chiaro dalle parole di Maria rivolte ai servi, immagine di tutti coloro che sono disposti a custodire l’Alleanza: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Non ci sono altre vie. Gesù è la Parola creatrice fatta carne: se ascoltiamo lui l’acqua della nostra umanità si muta nel vino della sua divinità. Quanti accettano di entrare in questo rapporto col Signore riconoscerà che lo Spirito divino sta già operando in loro e attraverso di loro (II lettura): “Uno solo è lo Spirito, uno solo il Signore, uno solo Dio, che opera tutto in tutti (…) per il bene comune”.

don Davide Fiori

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Domenica 13 gennaio 2013 – “Battesimo del Signore”

  • Prima lettura: Is 40,1-5.9-11   Si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini la vedranno.
  • Dal Salmo 103:  Benedici il Signore, anima mia.
  • Seconda lettura: Tt 2,11-14;3,4-7    Il Signore ci ha salvato con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito
  • Vangelo: Lc 3,15-16.21-22   Mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì.

Battesimo di Gesù

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]”S[/dropcap]e tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19; meglio l’intero brano Is 63,7-19): il grande desiderio gridato dal profeta Isaia, espressione dell’umanità afflitta e smarrita in attesa di conoscere il volto benevolo di Dio, viene esaudito. In Gesù, nella sua umanità, nella sua obbedienza, nelle sue parole, il cielo si è aperto sulla terra; la sua vita è lo squarcio che toglie il velo di separazione tra il creatore e la creatura, che rimette in comunicazione diretta Dio con l’uomo chiuso, rinchiuso, nel peccato antico: la disobbedienza incredula.

È questo il mistero che ci è dato di contemplare in questa festa del Battesimo di Gesù che chiude il ciclo natalizio e ci traghetta al cammino del tempo ordinario. Le meravigliose e vertiginose parole ascoltate nel prologo di Giovanni il giorno di Natale – “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. …E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria” – hanno in questa pagina lucana una bella traduzione narrativa. Trovano nuovo slancio le parole di Isaia già ascoltate in Avvento: “Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio -. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta… Ecco il vostro Dio!” (I lettura). La potenza del Signore che viene si manifesta, però, in un modo sorprendente e inaspettato.

[dropcap font=”arial” fontsize=”36″]I[/dropcap]n Gesù ogni dono del Cielo è effuso sulla terra e l’uomo può ritrovare la sua collocazione di fronte a quel Dio che rinnova e rilancia, nel Cristo, la scelta di mettersi alla ricerca dell’uomo perduto. Ed ecco che troviamo il Figlio mischiato tra la gente, tra coloro che, accogliendo l’esortazione di Giovanni Battista, hanno riconosciuto il loro peccato e gridato la loro nostalgia di Dio: così il Verbo eterno fa propria l’angoscia di morte che segna l’uomo, Lui che non conosce peccato, in un atto di solidarietà che sarà lo stile della sua vita, fino alla croce, e la proposta di vita ai discepoli, alla Chiesa.
Si apre così la via nuova e insperata: questa comunione con l’uomo ottiene all’uomo di potersi immergere a sua volta nella morte di Gesù per risorgere con Lui alla vita nuova dei figli di Dio. Tale è il frutto dell’azione dello Spirito Santo sceso su Gesù al fiume Giordano che lo rivela come “l’amato”, fonte della gioia del Padre, così come conferma la voce dal cielo. Ma tale è il significato del nostro Battesimo: il frutto dell’azione dello Spirito su ogni battezzato è di renderci sua dimora e di unirci a Cristo in un unico corpo (non ce ne renderemo mai conto abbastanza!). Ciò permette a san Paolo di scrivere parole inaudite (II lettura) che motivano lo stile della vita del credente: “è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini… Egli ha dato se stesso per noi per formare un popolo che gli appartenga… Egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia…rinnovati nello Spirito effuso per mezzo di Gesù Cristo… eredi della vita eterna”. Eredi della vita di Dio, già da ora. Sia benedetto il nome del Signore!

don Davide Fiori