Calcio e vita

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L’ultimo scorcio di questo maledetto 2020 è stato funestato, come se non bastasse, anche dalla morte di Paolo Rossi, l’attaccante che ha fatto impazzire tutta Italia nel 1982.

Il cordoglio, l’emozione e la tristezza per la sua scomparsa ha evidenziato ancora di più quanto il calcio non sia solamente uno sport ma quanto ci sia cucito addosso fuori e dento al campo. Vuoi perché ogni campione ci ricorda un’epoca della nostra vita, vuoi perché questi uomini hanno rappresentato molto di più  che dei semplici atleti, ma ci si  accorge come il calcio sia un fenomeno che va al di là del terreno di gioco.

Come Maradona che rappresentava il simbolo del riscatto del sud del mondo con la vittoria del Mondiale 86 o del sud d’Italia con gli scudetti conquistati a Napoli, anche Rossi è il simbolo di quell’Italia mundial, una squadra che, come si è detto, ha riunito il nostro Paese lacerato e diviso dopo gli anni di Piombo.

Oltre ai ricordi e alle emozioni che questi campioni ci suscitano, oggi il calcio ci invita a riflettere su un altro grande tema dell’esistenza: la morte.

Nella metafora della vita come una grande partita di calcio da giocare, la morte è certamente l’avversario più forte da affrontare.

Argomento delicato, di solito riservato ai filosofi o agli uomini di fede.

Eppure anche il pallone si è fermato, seppure per qualche minuto, di fronte a questa cosa così tragica ma che fa parte della vita. Esiste un modo per aggirare un avversario così forte?!

La risposta forse la troviamo proprio grazie al lascito che giocatori come Rossi hanno trasmesso e ben visibile nello sconfinato amore della gente.

Di Maradona si è detto tutto, di Paolo Rossi, invece abbiamo scoperto i doni della sua persona, la sua generosità, i valori della sua vita riportati sia in campo che fuori. Sicuramente la soddisfazione più grande non è nelle ricchezze accumulate giocando, bensì in ciò che ha lasciato nei tifosi e non solo: gratitudine ed emozioni come ci hanno fatto vedere le immagini dei telegiornali di questi giorni.

Di Pablito si può dire che ha dato tutto pur di realizzare il proprio sogno. Riuscendoci.

Quanti di noi, invece, per pigrizia, paura e sfiducia non sanno sfruttare il proprio talento!? Molto spesso ci dimentichiamo dei nostri talenti. E troppo spesso non aiutiamo i più giovani a scoprire i loro. Quante volte rinunciamo di giocare la nostra partita o manchiamo l’appuntamento col gol perché sopraffatti dalle preoccupazioni o paralizzati da alibi dovuti alle più disperate esperienze che la vita ci ha riservato.

Nelle biografie dei grandi campioni leggiamo di tante cadute e della costante forza di rialzarsi nonostante tutto: infortuni, sacrifici, squalifiche… anche per loro non deve essere stato facile, eppure nulla li ha mai scoraggiati, anzi li ha sempre più fortificati e motivati a rialzarsi.

Da loro possiamo imparare a non giocare sulla difensiva, inibiti dalla paura di sbagliare. La loro eredità è quella di giocare la nostra partita per realizzare i nostri sogni “rischiando”.

È del rischio richiamato da papa Francesco che parlo: quello di far fruttare i propri talenti per dare un senso alla vita, mettendosi in gioco. Rischiare non dipende da quanto mettiamo da parte ma dal frutto che portiamo. Ognuno di noi può portare frutto.

Ecco che allora, alla luce di una partita giocata così pienamente, anche quell’avversario più temibile può essere saltato.  Ciò che lasciamo in eredità, l’amore che seminiamo, è ciò che ci tiene in vita, è la nostra vittoria.

Concludo con queste righe di Henry Scott Holland lette al funerale di Paolo Rossi:

 

La morte  non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu.

Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare; parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.

Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.

Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore, ne ritroverai la tenerezza purificata. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

 

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

Pubblicato in A bordo campo, Articoli

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