Calcio virtuale

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Mi ha fatto molto sorridere la foto di mister Mourinho sbigottito di fronte ai propri giocatori che, al termine di una partita di campionato, anziché festeggiare la vittoria tutti insieme, si sono preoccupati di prendere lo smartphone in mano. Chissà a chi dovevano telefonare!?

E mi sono ritrovato molto nell’allenatore portoghese avendo assistito spesso a queste scene dopo tante partite.

Quante volte dopo una vittoria sono rientrato nello spogliatoio carico e sorridente e anziché vedere i ragazzi festanti li vedevo che furtivi sbirciavano il telefono. O quante volte dopo una sconfitta, sono rientrato nero e arrabbiato negli spogliatoi e ho trovato i ragazzi amorfi, come se nulla fosse, già alle prese con le loro cose, e totalmente estraniati dalla partita appena giocata.

Ricorderò sempre quella volta che eravamo in ritiro per un torneo.  All’ora di cena, dopo un pomeriggio intenso con due belle partite vinte, a tavola nessuno parlava. E non perchè erano tutti con la bocca piena, ma perchè ognuno era alle prese con il proprio cellulare.

E tu, mister cosa puoi fare? Vietare i cellulari a tavola! Tanto poi li utilizzano tutta la notte nelle loro stanze. Così li confischi anche dalle stanze, con buona pace di quelle mamme tanto preoccupate perchè non possono dare la buonanotte ai loro ragazzi.

Ma come facevamo noi alla loro età?! Che c’erano solo telefoni fissi!?

Vero che i tempi sono cambiati, che oggi i nostri ragazzi sono iperconnessi e super tecnologici, ma è altrettanto vero che li stiamo costringendo ad anestetizzare il loro cuore, a mettere a tacere le loro emozioni e le loro passioni. A cominciare dal gioco del calcio, che come metafora di vita, è foriero di gioie e delusioni, fatiche e soddisfazioni.

Non credo di dire un’eresia se la maggior parte dei ragazzi oggi pensa che il calcio sia l’equivalente della playstation: si gioca comodamente, senza fare troppa fatica, ci si sceglie l’avversario in base alle proprie abilità e se si perde basta uscire dalla partita e iniziarne una nuova. Provare per credere!

E sai che soddisfazione.

Purtroppo però non è solo quello che i ragazzi pensano del calcio, ma è anche come interpretano la vita: basta spingere un bottone, usare una app e via tutto cambia in un secondo.

Se anche il calcio sta perdendo il suo fascino, vuol dire che non stiamo facendo del nostro meglio per le nuove generazioni. Del resto cosa può fare un allenatore da solo per 10 ore la settimana? Come allenare la loro passione e la loro voglia? Quali corde dei loro cuori vanno stimolate per insegnargli che nessuno ti regala niente, come in tanti fanno credere, e che per realizzarsi serve fare fatica?

Abbiamo permesso che si azzerasse l’amor proprio di questi ragazzi, sempre più conformati e appiattiti cosi come vuole la nostra società 2.0.

Non è così impossibile imbattersi in cuori anestetizzati, incapaci di gioire per una vittoria o rattristarsi per una sconfitta perchè troppo mitragliati da tante, troppe cose che la nostra vita iperconnessa ci costringe a fare e pensare.

La falsa democrazia di internet ci spinge a campare solo diritti: capita così che a 18 anni, un ragazzo esordiente nel campionato di Promozione, si prenda il lusso di arrabbiarsi con allenatore e società se al suo posto ha giocato un ragazzo più giovane e meritevole.

Allora cosa dovrebbe dire il 35 enne seduto in panchina che di esperienza e partite giocate ne ha da vendere eppure non si lamenta !?!? E quella parola chiamata riconoscenza, che fine ha fatto? O quell’altra parola, pazienza, dove è finita? C’è anche un’altra parola che non va più di moda, si chiama umiltà. L’umiltà di dire “non sono capace”, o di dire “insegnami” o quella di dire “mi metto nelle tue mani”. Parole desuete, che non vengono più pronunciate nei campetti di calcio (e in tante case e famiglie) sostituite da altre come: successo, fama, e dalla famosa frase “quello non capisce niente” che tanti genitori servono come assist formidabile all’incapacità dei propri figli di saper fare autocritica e ammenda.

Noi mister dobbiamo esse trascinatori e avere l’appeal giusto per tirare fuori il meglio dei nostri ragazzi. Possiamo aiutarli a scoprire la loro passione, a perseguirla, anche ad aiutarli a rialzarsi dopo ogni caduta, ma non possiamo sostituirci a loro: la vita non è un virtual set e troppo spesso noi adulti abbiamo permesso che la playstation e gli smartphone prendessero il nostro posto.

Sulle pagine social cantiamo le gesta dei grandi eroi del pallone, ormai miti alla stregua dei personaggi omerici: gente come Maradona, Pelè, Baggio, Van Basten, Messi…sembrano fuori dal tempo per come si sono costruiti, per i sacrifici fatti, per le delusioni e le sofferenze vissute, per le tante cadute che fanno parte della vita e per la forza di essersi sempre rialzati. Vicende troppo umane, per chi oggi ragiona solo accontentandosi di vivere la propria vita come alla playstation.

A noi grandi il compito di insegnare che la realtà è tutta un’altra cosa, ma che è la cosa più bella che si possa desiderare di vivere anche se spesso può far male e se si perda una partita la soluzione non è spegnere e ricominciarne un’altra ma è invece rimanere in gioco, aspettando la prossima, facendo tesoro degli errori commessi.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

 

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