L’acqua del proprio mulino

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Il 30 settembre scorso sulla pagina della cultura del Resto del Carlino, chiamata Il Caffè, è comparsa una intervista a Gianni Berengo Gardin a firma di Stefano Marchetti. Il notissimo fotografo – uso il superlativo assoluto a ragione perché se ha pubblicato qualcosa come 250 libri se lo merita tutto – nasce a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre del 1930, raggiungendo così quest’anno il suo novantesimo genetliaco. Con la cittadina ligure, però, non ha niente a che fare: i suoi genitori sono di Venezia ed erano lì in vacanza, infatti lui si considera veneziano di nome e di fatto. Proprio come me mi verrebbe da dire, ma la similitudine finisce lì, che sono nato a Nismozza perché i miei erano nel paese in villeggiatura. Il raggiungimento della veneranda età ha dato occasione a importanti mostre retrospettive, una appena chiusa alla ‘Fondazione Forma per la fotografia’ a Milano ed un’altra in corso, chiuderà il prossimo 20 novembre, al Castello aragonese di Otranto.

Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959

Il pezzo del Carlino, me lo ha inviato S.M. sempre per non far nomi, titola “No al digitale, la mia religione è il negativo”, con le virgolette perché sono parole testuali di Berengo Gardin, a cui aggiungerei anche ‘in bianco e nero’. Come non essere d’accordo con lui sul negativo ed il bianco e nero, visto che nel mio piccolo praticamente tutti i libri che ho pubblicato sono dello stesso stampo. Però c’è un però riguardo alla demonizzazione del digitale.

Ben inteso che la mia stima per il fotografo veneziano è indiscutibile, ma veniamo al senso del titolo. Quando ho letto il pezzo la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che ognuno di noi tende sempre a portare l’acqua al proprio mulino. Cosa naturale quindi che uno che ha scattato per settant’anni con le Leica, caricate con dei rullini in bianco e nero e con notevole successo, ami continuare a farlo e non veda la necessità di cambiare tecnica. Non mi trova d’accordo quando demonizza l’avvento della fotografia digitale, per il solo motivo che non la usa.

Per chiarire meglio il mio pensiero vi racconto quello che successe, oramai diversi anni fa, durante una conferenza di Olivo Barbieri. Il fotografo di Carpi sostenne, non capendo chi fotografava in bianco e nero, che lui usava solo il colore perché il mondo è a colori. Qualcuno di rimando gli disse però che era sì a colori, ma anche in movimento e lo invitava, allora, a realizzare dei film e non delle fotografie.

Nella storia dell’umanità qualsiasi rivoluzione tecnologica ha avuto sempre chi si è schierato pro e chi contro, perciò anche per quella digitale non mi stupisce la posizione di Gianni Berengo Gardin. Effettivamente c’è chi la usa e chi ne abusa.

Per capirci un esempio può valere per tutto: quando è stato inventato il coltello, c’era chi lo usava per tagliare il pane, ma anche chi per tagliare le gole. Ogni nuova tecnologia non compie azioni, ma queste sono solo il risultato di chi la usa.

E allora anche nel campo del digitale, in fondo, quello che conta, come sempre, è il risultato.

Per commentare la rubrica scrivi a giuseppemariacodazzi@laliberta.info

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