E se qualcuno ti dà una mano…

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Un caro amico e frequentatore di queste mie note, M. C. per la cronaca – lascio solo le iniziali come si faceva nei ‘feuilleton’ dell’ottocento per indicare una persona nota senza peraltro renderla riconoscibile a tutti onde evitare polemiche e lamentele – mi ha suggerito di andarmi a leggere le ultime considerazioni sul ‘blog’ che Michele Smargiassi pubblica sul sito di Repubblica sotto il nome di ‘Fotocrazia’. In calce vi lascio il link se volete leggervelo.

Siamo ancora una volta a Luzzara, nella primavera del 1953, quando Paul Strand sta lavorando al progetto ‘Un Paese’ ideato da Cesare Zavattini, ecc. ecc. perché poi la storia la conoscete benissimo. Il fotografo americano ci va accompagnato da Hazel Kingsbury, la donna che il fotografo americano ha sposato, in terze nozze, due anni prima. La signora Strand oltre che essere la moglie, gli fa da assistente, mestiere con cui aveva dimestichezza avendolo già praticato al fianco di Louise Dahl, a cui dobbiamo aggiungere Wolfe dopo il matrimonio, fotografa americana nota soprattutto nel campo dalla moda negli anni a cavallo della II Guerra mondiale. Il sito della Regione Emilia Romagna, in occasione di una mostra sul lavoro fatto a Luzzara dalla signora Strand, sostiene che, e cito: “Hazel tiene i contatti con gli abitanti del paese in grado di aiutarli nella scelta dei soggetti, studia gli itinerari e accompagna il marito durante ogni uscita, occupandosi anche di distrarre i curiosi che intralciano il suo lavoro. Nel frattempo, con la sua Rollei, scatta foto anche lei: 44 rullini in cui tornano i luoghi e i volti che popolano le immagini di Paul, come in un diario di lavoro. O come in una sinopia, che oggi si rivela ai nostri occhi.”

Qui va fatta una prima considerazione: secondo me i contatti, gli itinerari, le uscite ecc. ecc. è più facile immaginare che siano stati suggeriti da Zavattini, visto che a Luzzara ci è nato e ci ha vissuto un bel po’ di anni, piuttosto che dalla ‘signora’ che per la prima volta vede il paese padano, ma è solo una mia idea e prendetela come tale.

Ma torniamo al testo di Smargiassi dove si discute di una foto, questa:

Hazel Kingsbury Strand, La famiglia Lusetti

Ci si chiede se la fotografia della ‘famosa famiglia’ – metto qui sotto quella scattata da Strand – sia stata fatta prima da Paul o prima dalla moglie e di chi sia stata l’idea. In soldoni, perché a me piace essere chiaro, se il merito o l’opportunità, come la chiamano loro, del riprendere ‘La famiglia Lusetti’ sia dell’uno o dell’altra.

Paul Strand, La famiglia Lusetti

Questo è l’antefatto. Che cosa ne penso io: è una questione di lana caprina, la fotografia è di Paul Strand e se qualcuno gli ha dato una mano nel farla, secondo me ci entra anche Zavattini a piene mani, ben venga. E se a dargli una mano è stata sua moglie che cosa c’è di strano?

Al ritiro del premio Nobel il matematico John Nash, come è raccontato con qualche licenza nel film ‘A beautiful mind’, ringrazia in modo struggente la moglie per essergli stata a fianco. Certo che l’avrà aiutato, era sua moglie, e in qualche modo avrà lui ricambiato l’aiuto, magari lei avrà messo in ordine la scrivania e lui tagliato l’erba del giardino, faccio per dire, ecc. ecc., ma con gli studi sulla ‘teoria dei giochi’, lei, sicuramente non aveva niente a che spartire.

Altro esempio è quello di Diane Nemerov, diventata Arbus dopo aver sposato Allan. Aprono uno studio insieme e lavorano insieme per parecchi anni, tanto che nel 1955 una loro fotografia compare nella monumentale mostra ‘The family of man’ di Edward Steichen con la didascalia: ‘USA, Diane and Allan Arbus, Vogue’. Non credo sia mai venuto in mente a qualcuno di chiedersi se qualche merito dello straordinario lavoro di Diane Arbus vada al marito.

Tralascio la vicenda di Edward Weston e Tina Modotti, perché vorrei proprio vedere chi, stando accanto ad una persona che è riuscita a scattare delle fotografie a dei semplici peperoni facendoli diventare quello che sono diventati, non imparasse qualcosa, creando a sua volta delle immagini molto importanti, senza stare lì a chiedersi a chi va il merito. Questioni di lana caprina come dicevo più su. Tutti abbiamo avuto dei maestri a cui va il merito, se ci sono riusciti, di aver insegnato bene, ma le fotografie le scatto io.

Due cose per finire. C’è stato un tempo in cui il noto fotografo Stanislao Farri andava la domenica per giri fotografici a cercare, con diversi amici, quella che lui chiamava una bella fotografia. Era il suo modo di riposarsi dopo aver lavorato tutta la settimana ad accontentare clienti in giro per l’Italia. Ebbene c’era un tale, M. C. anche stavolta ma è solo una coincidenza, che badava bene a che obiettivo usava e dove metteva i piedi il buon Farri, per scattare anche lui la bella fotografia, ma Farri è Farri e di M.C. se ne sono perse le tracce.

L’altra è che recentemente ho acquistato il libro ‘Avedon at work in the american west’ dove le immagini di Laura Wilson – è una fotografa non una assistente – documentano il lavoro del fotografo americano durante il progetto durato 6 anni. Che facciamo: anche qui diamo qualche merito a lei, perché magari gli ha detto qualche volta di spostare una mano del soggetto fotografato o di sistemare meglio uno dei pannelli usati per il set?

Nessuno nasce ‘imparato’ – vale sempre il  ‘So di non sapere’ di socratica memoria – perché tutti ci siamo fatti aiutare, ma il merito dello scatto, con buona pace di tutti, è di quello che preme il bottone.

https://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2020/07/28/paul-hazel-strand-cancian-luzzara-lacedonia-fotografia-senigallia/ 

 

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