Ru486, laici reggiani solidali con il vescovo Massimo

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L’accorato e puntuale intervento del vescovo Massimo in merito alle notizie apparse in questi giorni relative all’interruzione della gravidanza, che verrebbe permessa con metodo farmacologico, ha il merito grande di richiamare ancora una volta l’attenzione di ciascuno sul dramma dell’aborto.

Una forte preoccupazione pastorale e soprattutto un’attenzione particolare per la donna – che si trova ad assumere una decisione grave e a vivere un’esperienza che certamente segna – sono sottese a questo documento del magistero di mons. Camisasca.

Di stringente attualità e di particolare rilievo assume il riferimento del vescovo Massimo all’”inverno demografico” e all’inadeguatezza della legislazione italiana a tutela e sostegno della maternità. Recenti statistiche hanno documentato come nel nostro Paese migliaia di lavoratrici madri e lavoratori padri abbiano dato le dimissioni per l’impossibilità di conciliare lavoro e cura dei figli.

Lo Stato deve avere a cuore la difesa della dignità della donna, la famiglia, la salvaguardia della salute di ogni cittadino; deve adottare provvedimenti legislativi adeguati e coraggiosi e investire in questi ambiti.

La Consulta esprime solidarietà e vicinanza a mons. Camisasca per questo suo importante e necessario intervento, che ha suscitato anche critiche e lo ringrazia per l’attenzione ancora una volta dimostrata verso problematiche che investono tutta la nostra comunità.

 

Don Giovanni Rossi

vicario episcopale per i movimenti, le associazioni e le aggregazioni laicali

 

 

Caro Direttore,

al Vescovo Camisasca di Reggio Emilia  è stato “intimato” di stare zitto dall’Associazione “Possibile” di Giuseppe Civati sull’uso della pillola abortiva RU 486 fino alla nona settimana in day hospital. L’Associazione “Possibile” accusa il Vescovo di “giudizi e ipocrisie che ci inorridiscono”.

In Italia esiste la libertà di pensiero, opinione e parola e il Vescovo è un cittadino che si esprime senza giudicare né condannare.

Non è vero che spostare da 7 a 9 settimane non comporti rischi. L’American College Obstetricians Gynecologists (ACOG) 2014 dice «Il rischio di perdite di sangue importanti e di trasfusioni è minore nelle donne che si sottopongono ad aborto medico in gravidanze fino a 49 giorni rispetto a quelle che si sottopongono ad aborto medico oltre 49 giorni di gestione (fino a 9 settimane)”.

Anche la pubblicazione dell’inglese Royal College Obstetricians Gynecologists (RCOG) scrive: “Le prove complessive suggeriscono che le donne hanno maggiori probabilità di soffrire di forti emorragie a seguito di aborto farmacologico rispetto all’aborto chirurgico per un durata media delle perdite di sangue con crampi accertata per 10 giorni”. Anche il report 2020 di “Nice”, l’organismo statunitense che stabilisce le buone pratiche di condotta clinica, sottolinea il “rischio che una gravidanza prosegua è più elevato e aumenta con la crescita dell’epoca di gestazione andando a determinare così l’insuccesso del metodo farmacologico”.

E poi, in modo paradossale, la donna che vuole abortire col metodo tradizionale può decidere di non abortire fino all’ultimo minuto e può scendere dal lettino, mentre dopo che ha assunto la pillola abortiva non può più tornare indietro e per tre giorni vivere un incubo fino all’espulsione del povero feto.

L’Associazione “Possibile” accusa il Vescovo ma è in grave errore e non conosce né gli studi scientifici né il fatto che il Consiglio superiore di Sanità per ben due volte si è espresso nel recente passato contro il day hospital per la RU 486.

 

Gabriele Soliani

 

 
Come da copione ecco l’intervento scandalizzato e critico di chi non accetta mai che un Vescovo ( o anche un semplice cittadino) esprima la motivata preoccupazione  per le ultime linee guida del ministero della salute in merito alla pillola R 486.
Da molto tempo e senza ragionarci troppo si sta facendo tabula rasa, con leggi sempre più devastanti, della legge naturale e quella parte di popolo , più o meno grande che non può accettare che ciò avvenga,  ha il diritto- dovere di opporsi ad una visione di società che non si sente di condividere.
Il pluralismo è la linfa vitale del nostro vivere e l’aspirazione politica, nel senso lato del termine, di dare al nostro vivere sociale contenuti di alto valore che esaltino l’uomo.
O alle istituzioni civili diamo il compito molto riduttivo di fare amministrazione e basta.
Forse che leggi che si susseguono dal referendum sull’aborto in poi non disegnano una concezione di società?
Non c’è possibilità di felicità nella vita per l’uomo che tenta di impadronirsi della vita in modo da esserne arbitro assoluto.
Se qualcuno si straccia le vesti su questo vuol dire che ha ben poco da spartire con il senso profondo della nostra Costituzione.

Maurizio Rizzolo

 

Caro direttore,

tra le reazioni del comitato Marielle Franco al comunicato di Mons. Camisasca sul tema dell’aborto una frase in particolare ci ha lasciati sbigottiti, ed è la seguente: «in uno Stato laico, su un tema che riguarda le donne, dagli uomini di Chiesa l’unica cosa che vorremmo sentire è il silenzio». Supponendo che un’istanza del genere scaturisca meno da nostalgie di regime che da semplice ignoranza, abbiamo ritenuto interessante l’occasione per scriverLe e per soffermarsi un attimo sul valore della laicità, invocato dagli attivisti reggiani. Che bella cosa, la laicità! È quella proprietà del nostro Stato che garantisce a tutti di poter avere ugualmente voce in capitolo. È quell’aria fresca che si respira quando un confronto adulto e costruttivo diventa possibile. E quando tutte le opinioni meritano uguale stima e rispetto. Tutte. Tranne quelle degli uomini di Chiesa, naturalmente. E no, cari attivisti. Se si è laici si è laici, non è che si può essere tutti uguali tranne alcuni. Che razza di uguaglianza possibile sarebbe?

E invece è proprio di laicità che c’è bisogno, su un tema così delicato. Di un dialogo aperto e discreto, in cui ognuno possa dire la sua, e la sua sia davvero personale e diversa per ciascuno. Non si può pretendere che tutti, dai politici di sinistra ai vescovi debbano per forza avere le stesse posizioni, no? C’è bisogno di laicità, cioè di dialogo e ascolto, perché l’aborto, comunque la si pensi, è un gesto con implicazioni e conseguenze importanti, da non prendere alla leggera, di fronte al quale occorrerà sempre avere un’apertura, un desiderio di capire meglio. Non ci potrà mai essere una decisione definitiva e conclusiva su questo tema, che metta improvvisamente a tacere qualunque obiezione, dubbio o timore da una parte o dall’altra, perché in gioco c’è una vita, o la possibilità di una vita. Perciò è bene che non si abbia fretta di spegnere il confronto, ma, piuttosto, sete di un’apertura sempre maggiore, per aspirare ad una posizione che possa abbracciare sempre di più ed escludere sempre meno. Che possa guardare in faccia anche il dolore senza doverlo banalizzare. È bene, anche in un’ottica educativa, mantenere viva la natura problematica di questo tema, e insegnare soprattutto alle giovani donne a riflettere sulla sua portata e a crescere nella consapevolezza, invece di augurarsi che possano abortire “senza che vengano fatte troppe domande”.

Stefano Mascetti e Giulia Marziani

 

LEGGI L’INTERVENTO DEL VESCOVO SULL’ABORTO

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