Il finito segno dell’infinito

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La novità della vita non può consistere nel ritorno alla normalità dopo il lockdown; è chiaro che il distacco vissuto da cose, persone e attività può favorire una riscoperta di esse, una stima ritrovata del loro valore, persa quando si dava per scontato che ci fossero; ma tale esperienza di novità è destinata a durare poco, come ogni anno dura poco la sorpresa primaverile della rinascita della natura dopo l’inverno, o come si esaurisce rapidamente la freschezza dei rapporti famigliari riscoperti dopo una vacanza o un periodo di distacco. Purché uno non rimanga all’apparenza e colga ciò che veramente provoca lo stupore nel ritrovare le presenze che si erano allontanate. Cosa c’è all’origine della meraviglia?

Nel libro Il senso religioso don Giussani invita ad immaginare come uno si sentirebbe nel momento della nascita, potendo avere la coscienza di un adulto: sarebbe colpito dalla presenza delle cose, come qualcosa che non solo c’è, ma come dati, cose date, perché non le faccio io; la parola dato equivale ad un altro termine ancora più significativo: dono, le cose, la realtà mi è data, donata. Ecco che cosa colpisce il nostro cuore nella riscoperta suddetta: la natura della realtà nella sua fattura originaria; non solo dopo il lockdown, ma normalmente le cose ci sono date, anche se su questo “tratto identitario” di esse si deposita l’abitudine che lo seppellisce e lo oscura.

Continua a leggere tutto il saggio di Daniele Semprini su La Libertà del 20 maggio 2020

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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