Quanto bene si fa nelle case protette

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Gentile Direttore,
circa due anni fa mio padre, ora novantunenne, a seguito della rottura del femore le cui conseguenze hanno aggravato alcune patologie e una condizione già instabile, è stato accolto nella casa per anziani “Don Cocconcelli”, a San Pellegrino. è stato un sacrificio “affettivo” per me e mia madre accettare questo distacco. Eppure questo sacrificio è divenuto pian piano e paradossalmente una gratitudine.
Per come vedevo mio padre ben curato dal punto di vista sanitario e sempre più sereno, capace addirittura di una ritrovata allegra simpatia. Inoltre, ho saputo, ha ricominciato a pregare. Ricordo con commozione che una residente mi fermò per un braccio, un giorno, solo per dirmi tutta contenta di come papà avesse cominciato a recitare il rosario insieme agli altri. Momento di preghiera proposto alla libertà di chi desidera partecipare. Ma proposto.
Posso dire che la “Don Cocconcelli” è veramente una casa e il clima che si respira è quello di una grande famiglia in cui chi si prende cura degli anziani è evidente che lo fa perché vuole loro bene. E la stessa evidente professionalità di ciascuno (direttrice, infermiere, fisioterapisti, OS, cuoche…) esprime ed è valorizzata da questo affetto.

Continua a leggere tutto l’articolo di Daria Ferretti su La Libertà del 29 aprile 2020 

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