Mistero d’amore, fonte della vita vera

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La riflessione proposta dal Vescovo al termine della Via Crucis 

Abbiamo assistito all’umiliazione e alla sconfitta di un uomo. Un uomo che certamente aveva sollevato tante aspettative durante la sua vita pubblica, a motivo della sua parola, dei suoi miracoli, dei suoi gesti.
Un uomo che aveva convocato intorno a sé un gruppo di discepoli che rappresentavano un segno di speranza: la speranza di una novità.
Ma anche gli stessi discepoli hanno smesso di considerarlo loro maestro, e lo hanno abbandonato.
Pietro gli aveva detto: darò la mia vita per te (Gv 13,37). E invece: tutti lo abbandonarono e fuggirono (Mc 14,50). Anche Pietro.
Questo è ciò che vediamo e percepiamo: morte e sconfitta.

Ma c’è un altro modo per leggere questi stessi eventi. Li possiamo comprendere alla luce delle parole che Gesù aveva pronunciato anticipando il senso della sua morte: il Cristo deve soffrire per entrare nella sua gloria (cf. Lc 9,22; 24,26). Li possiamo comprendere alla luce della sua Resurrezione.
E così scopriamo che egli ha accettato liberamente di andare incontro a questo terribile destino.
Dice Gesù davanti ai discepoli che volevano combattere con la spada coloro che erano venuti per arrestarlo: Credete che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? (Mt 26,53). Nello stesso tempo il desiderio della nostra salvezza diventa per lui un obbligo.

Leggi il testo integrale della riflessione del vescovo Massimo su La Libertà del 22 aprile 2020 

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