Pestilenze e colera tra scienza e carità

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Dai tempi di Galeno ci si è chiesto quale sia la causa delle pestilenze e della loro contagiosità e la scienza del tempo risponde essere l’aria comune che tutti respiriamo. Essendo comune l’aria respirata in un paese o in una regione, diventa comune e condivisa la malattia fra tutti gli abitanti del territorio, ed eccoci allora alla epidemia o, come specifica Fernelio, il Galeno dell’età moderna (nato a Mont-Didier, Amiens, nel 1486), alla pandemia, cioè alla malattia contemporanea di tutto un popolo. E specifica, rifacendosi a Ippocrate: “È certo che i contagi nascono nell’aria quando questa va in putrefazione. Quando l’aria è piena di quegli inquinanti che offendono la natura umana, è allora che gli uomini si ammalano” e – chiarisce – si trasmettono l’un altro la malattia, soprattutto per contatto, come una mela marcia fa marcire la mela che le è accanto.

Questo ci spiega perché, fin dalla più remota antichità, il primo mezzo per difendersi dalle varie pestilenze era quello di fuggire dal luogo infetto e di isolarsi per quanto possibile dai vicini per paura del contagio. Ma fuggiva chi poteva, chi aveva mezzi e ville di campagna come vediamo al tempo del Boccaccio. Chi non poteva restava sul luogo e moriva dal contagio. Si pensi alla grande pestilenza del 1373, quando Barnabò Visconti si rifugia nelle sue ville in mezzo ai boschi e ordina al podestà di Reggio “che appena in una persona si manifestasse lieve segno del male, la si portasse nei cascinali di campagna o ne’ boschi e là si lasciasse fin che fosse morta o guarita”.
C’era una scienza, in tanta parte valida ancor oggi. Ma dov’era la solidarietà? Dove la carità cristiana?

Gli anni 1373 e 1374 sono gli anni anche della grande pestilenza – amplificata dalle guerre e dalle carestie locali – che affliggono la montagna reggiana e che vedono l’intervento del vescovo Pinotti delegare i suoi poteri sui casi “riservati” al parroco di Busana, delegare le sepolture alle cappelle plebane e non più alla sola pieve, adottare tutte quelle misure spirituali e temporali che fanno di lui uno dei vescovi più vicini alla popolazione nei tempi delle maggiori calamità. Possiamo dire che, accanto alla salvezza dei sani, egli pone come irrinunciabile la cura dei malati.

Bloccare i movimenti della popolazione perché è con le persone che viaggia il contagio; isolare i contagiati: ecco le misure che le autorità civili reggiane adottano per contrastare la grande peste che colpisce soprattutto la valle padana dal 1630 al 1632. A Reggio e in tutto il territorio del Ducato, a cura dell’Ufficio della Sanità viene affissa e pubblicata la grida dal titolo Ordini et bandi in materia di contaggio. Non vi campeggia il consueto stemma ducale, ma l’immagine della Madonna della Ghiara. È un fatto significativo: rende visivamente il concetto che accanto alla scienza, e per la sua stessa piena applicazione, deve porsi anche la carità.

Continua a leggere il testo integrale dell’articolo di Giuseppe Giovanelli su La Libertà dell’1 aprile

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