Porte chiuse, calcio aperto

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Porte chiuse sembra essere il mantra del calcio italiano in questo periodo di emergenza Coronavirus che sta paralizzando un po’ tutto il mondo del calcio tra ordinanze di chiusura o di riapertura parziale.

Non sta a me entrare nel merito delle decisioni, sempre molto difficili da prendere e altrettanto sempre molto facili da criticare, sta di fatto che un calcio a porte chiuse è una cosa obbrobriosa solo a pensarci.

Senza la gioia del tifoso, senza voci e frastuoni tipiche dello stadio le partite si riducono quasi ad allenamenti dove si sente indistintamente la voce dei mister e dei giocatori.

Partite scevre di atmosfera e di colori. Ma perché dover giocare a tutti i costi? Show must go on, cantavano i Queen. Il business non si ferma mai, soprattutto guardando il calendario delle partite che una squadra deve giocare da qui a fine stagione: non si può sospendere una partita perché non c’è una data disponibile per giocarne il recupero.

E se per i professionisti la parola d’ordine è porte chiuse appunto, per noi dilettanti della pedata la parola d’ordine è caos: appesi alle comunicazioni più o meno chiare delle autorità, tra l’esigenza di non fermare l’attività e quella di non diffondere il contagio.

Fortunatamente chi trova sempre rimedio a tutti questi problemi da “grandi”, sono i bimbi, che in barba ad ogni tipo di divieto, complice quest’inverno mite e soleggiato, hanno riempito i campetti dei paesi in questi giorni di “festa forzata” dalla scuola per ritrovarsi e giocare fin che fa buio. E indubbiamente hanno riscoperto l’essenza vera del calcio, del gioco puro con regole fai da te, senza lo zelante mister di turno pronto dare indicazioni e a sentenziare su ciò che è giusto o no.

“Chi fa questo vince” sarà tornato a riecheggiare tra lo sbraitare di una mamma che richiama a casa il figlio e la voglia di giocare fin che ce n’è.

La paura di sbagliare, il timore di un rimprovero, la titubanza di un passaggio (tipiche cose da allenamento o peggio da partita) lasciano allora spazio alla gioia di una risata sguaiata per un clamoroso buco nel fare una giocata; all’audacia di provare un dribbling alla Ronaldo; alla svirgolata più divertente mai vista; al coraggio di tirare in porta che magicamente diventa larga il doppio  senza la pressione del mister, dei genitori e del dover vincere ad ogni costo.

Di buono questa emergenza Covid-19 ci permette di riscoprire l’essenza delle cose, di noi stessi e paradossalmente (anche se non si potrebbe) dello stare insieme spensieratamente. Abbiamo l’occasione per gustare il sapore del tempo da dedicare a noi, senza più sentirci trottole in balia degli impegni che abbiamo in agenda.

Allora per una volta anche una domenica senza calcio può diventare una bell’occasione per allenare cuore e mente stando con le persone care.

E poi, alla sera, tutti al bar a vedere Juve-Inter a porte chiuse… si quelle del bar, perché di sera c’è ancora freddo e tra una gintonic e l’altro, tra un’imprecazione e una risata, il Coronavirus si vince anche così.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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