Saluti dal Madagascar

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Lettera di don Fornaciari: l’Oratorio, la casa in costruzione, le sfide

Riceviamo da don Luca Fornaciari, missionario “fidei donum” in Madagascar, questa sua lettera scritta nella festa della Beata Vergine di Lourdes, l’11 febbraio scorso:

Essere apostolo non consiste nel portare una torcia in mano, nel possedere la luce, ma nell’essere luce perché il Vangelo più che una lezione è un esempio, un messaggio trasformato in vita 1821vissuta” (Papa Francesco, Christus vivit, n. 75)

Carissimi, voglio esordire la mia lettera con questa citazione dell’Esortazione post-sinodale di Papa Francesco ai giovani, che stiamo meditando durante gli esercizi spirituali. Mi ha colpito particolarmente perché descrive l’atteggiamento di fondo che dovrebbe avere ogni cristiano, in particolare lo sento molto vero per i missionari. Non siamo noi italiani ad avere la torcia in mano, il monopolio della verità e della morale, può darsi che abbiamo una maggiore conoscenza del Catechismo, della Storia e della Tradizione della Chiesa, della vita dei santi, ma abbiamo ancora tanto da imparare, da farci raccontare.

Inoltre, la scarsa conoscenza delle abitudini di questa gente, la nostra difficoltà di fare dei discorsi profondi, delle prediche che siano capaci di intercettare l’attenzione dei cristiani malgasci, che ovviamente hanno priorità e categorie diverse rispetto alle nostre, ci impone di lavorare molto sul modo di presentarci, sugli atteggiamenti, sul messaggio non verbale che la nostra vita comune e la nostra vita spirituale testimonia. In questo senso può essere intesa come un aiuto la difficoltà a esprimersi in un malgascio corretto, sia dal punto di vista grammaticale che dal punto di vista culturale… un aiuto perché ci impedisce di insuperbirci, di limitarci alla sola oratoria, ma piuttosto di concentrarci su quella “vita vissuta” di cui parla il Papa.

I miei parrocchiani hanno una valanga di problemi, di tutti i tipi, una enorme varietà di drammi che affrontano quotidianamente con la semplicità del povero; dunque, lo sforzo di andare a visitarli tutti, uno per uno, cittadini e campagnoli, è ciò che mi permette di essere loro vicino e anche di farmi apprezzare nonostante tutto. A volte penso di poter fare davvero poco per loro, ne aiuto uno e se ne presentano altri dieci, non capisco come efficacemente poterli aiutare ad alzare la testa e risolvere i loro problemi… Meditavo in questi giorni di come Gesù abbia detto alle folle che lo seguivano: “Venite a me o voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò”. Gesù non ci dice che risolverà i nostri problemi, ma che ci ristorerà, cioè camminerà assieme con noi, affronterà i problemi assieme con noi e gioirà assieme con noi. Non ci esenta dal portare la croce, ma si offre di portarla assieme con noi, assicurandoci che la salita non sarà mai troppo ripida. Mi piacerebbe fare mio questo atteggiamento con questa porzione di popolo di Dio che mi è, e ci è, stata affidata.

Come avrete intuìto, quindi, sono tanti i problemi di questa gente, da quelli più immediati come la mancanza di cibo, di una casa, di infrastrutture fondamentali come ospedali, scuole, strade; a quelli meno concreti ma altrettanto preoccupanti come la mancanza di una famiglia, del padre soprattutto, l’ignoranza, l’incapacità di emanciparsi da tradizioni ancestrali che impediscono lo sviluppo e alimentano pregiudizi… inoltre i problemi dei cristiani, dove la pastorale sembra paralizzata all’offrire i sacramenti, senza proporre formazione, strutture adeguate, preoccupandosi poco dell’accoglienza dei giovani, di coloro che portano ferite spirituali e psicologiche profonde; i preti e le suore spesso si accontentano della vita ordinaria e faticano ad offrire una testimonianza gioiosa di “vita vissuta”, tanti sono i problemi dei consacrati a essere fedeli alle promesse di povertà e castità… nonostante tutto sono tante le vocazioni, tanti i giovani che vengono a messa e tanti i desideri che portano nel cuore.

Fa commuovere ascoltare i sogni dei ventenni di Manakara che vogliono fare, diventare, costruire, ma che poi si rendono conto di non poter realizzare praticamente nulla per le difficoltà oggettive della loro famiglia e del loro paese. È comunque bello che abbiano dei sogni, è un bel segno dei tempi che fa ben sperare che qualcosa si stia muovendo.Comunque, ci sono anche tante belle novità grazie a Dio. L’esperienza più grande e preziosa è certamente quella dell’Oratorio. È tutto iniziato come una scommessa, un tentativo, dopo pochi mesi dal nostro ingresso in parrocchia. A ottobre abbiamo proposto una settimana di grest sul modello salesiano e secondo ciò che abbiamo maturato nella nostra esperienza di oratorio in Italia. Parlo al plurale perché al mio fianco ho avuto Giulia di Novellara, che mi ha aiutato fin dall’inizio con grande entusiasmo e gratuità; lei ha co-fondato con me l’oratorio e ha creato dei legami importanti con i giovani; mi dispiace molto che in aprile torni a casa dopo più di due anni.

Oltre all’appuntamento di ottobre, abbiamo iniziato l’oratorio tutti i sabati pomeriggio e durante le vacanze di Natale. Non esagero nel dire che è stato un successo: tanti giovani, alcuni adulti, offrono il loro tempo e sono davvero capaci. Ci sono già tante dinamiche relative all’organizzazione, alla programmazione, alla partecipazione, e anche, purtroppo, alle invidie relative al ruolo di ognuno, che sono tipiche di un oratorio ben più navigato. Stiamo allestendo la sede, impostando bene il gruppo dei responsabili e degli animatori, cercando di trovare altri momenti oltre al sabato; arrivano anche da fuori parrocchia per dare un contributo. Ovviamente stiamo ancora parlando di numeri contenuti ma è un’esperienza che ha enormi potenzialità qui in Madagascar; questo lo capite anche da soli, infatti i bambini vengono volentieri anche un’ora prima e chiedono dell’oratorio, non avendo playstation o altre distrazioni, inoltre i cristiani guardano con grade interesse tutto ciò che facciamo noi bianchi considerando che le parrocchie sono piene di energie fresche e giovani ma sono povere di iniziative. Confido che non sia tutto un grande fuoco di paglia ma che l’esperienza regga, cresca e si diffonda.

Continua a leggere l’articolo di Luca Fornaciari su “La Libertà” del 19 febbraio

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