Sono tornato in camera oscura

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“Stampare mi esaurisce, Se qualche volta sono irritabile è mentre stampo. La cosa c’entra con l’economia. Se la prima stampa è quasi giusta,  l’economia dice che va ‘abbastanza bene’, ma l’artigiano dice che ‘abbastanza bene non è abbastanza’.”

Le parole sono di Edward Weston e sono talmente vere che da anni sono attaccate, oltre che nella mia, sulla testa del mio ingranditore.

Edward Weston nella sua camera oscura nel 1948

Da quando ho iniziato a fotografare, era il 1977, il mio legame con bacinelle, tank e chimici vari non si è mai interrotto, fino all’arrivo del digitale. Sono stato uno degli ultimi ad usarlo, ho cercato di resistere anche quando entravo al C.A.F. di via Turri, allora il negozio più fornito in città, facendomi ridere dietro perché acquistavo pellicole e carta baritata ai sali d’argento: “Sei rimasto indietro, mi diceva Andrea da dietro il bancone, ma lo sai che con una scheda puoi fare centinaia di scatti e vederli subito senza bisogno di chiuderti al buio a sviluppare.” Nel grande negozio c’erano allora sei o sette armadi-frigo pieni di pellicole a rullo e pellicole piane per le macchine di grande formato, ma col passare del tempo gli armadi pian piano diminuivano, fino a sparire, fin tanto che è sparito anche il C.A.F. Non che sia colpa del digitale, ma certo ci ha dato una bella botta e sicuramente io non ci trovo niente da ridere.

Oggi il digitale lo uso quotidianamente, con la fretta che c’è in giro non posso fare altrimenti, tuttavia ritorno spesso in camera oscura, dove, con gli stessi gesti ripetuti in tanti anni, trovo sempre quella tranquillità e quella pace sempre più rare nel frenetico mondo di oggi. L’emozione nell’estrarre il foglio di carta bianca, proteggerlo dalla luce e appoggiarlo nel marginatore prima di illuminarlo con quella dell’ingranditore, è quella di sempre. E poi i tre minuti minimi di attesa perché lo sviluppo faccia il suo lavoro e poi l’arresto ed il fissaggio ed infine la luce accesa per vedere il risultato, ma non è finita, si continua con il lavaggio finale di un’ora e poi l’asciugatura e la messa a dimora fra due fogli di carta assorbente con sopra un bel po’ di peso. Dalla preparazione della chimica necessaria è passata quasi tutta la giornata per tirare, quando va molto bene, sette o otto copie 30×40 cm. Con il digitale ci avrei messo certo molto meno, ma non voglio parlare di: è meglio questo o è meglio quello. Voglio solo dire che amare significa anche aspettare e siccome amo molto la fotografia, amo aspettare anche le mie stampe su carta.

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