Kobe e la ricerca della perfezione

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Kobe Bryant non era propriamente un mito della mia generazione, lo sarebbe stato, certo, per tutte le successive. Era prima di tutto un ragazzo della mia generazione. E come tutti i nati nella seconda metà degli anni Settanta, i suoi miti erano quelli, più o meno, che componevano il Dream Team dominatore dell’Olimpiade di Barcellona 1992. E, fra quelli, uno sopra tutti, che per caratteristiche, attitudine, ruolo, mentalità non poteva non attirare lo spirito di emulazione di Kobe: Sua Leggerezza, His Airness, Michael Jordan. Colui che aveva fatto uscire l’NBA da una crisi di pubblico e visibilità, negli anni Novanta, per renderla un fenomeno planetario. Con le sue movenze aeree, ma ancor più con la sua forza, determinazione, capacità costante di concentrazione su entrambi i lati del campo.

Kobe da Jordan prese tantissimo: finte, modo di giocare, tiri; Jordan lo capì e a sua volta prese sotto la sua ala questo ragazzetto volitivo e determinato, dichiarando da subito, ammirato: “a quell’età io non saltavo così tanto…!”. Epico fu lo scontro all’All Star Game 2003, l’ultimo, quello dell’addio di Michael, dove Kobe rispose a ogni singolo canestro del Re, impedendogli di vincere quella partita, pur nella cornice tutta preparata per lui e solo per lui. Jordan, così diceva il suo sardonico sorriso, lo amò e lo odiò insieme, per quel buzzer beater che rispondeva al suo – con cui pareva aver chiuso gloriosamente gara e carriera – e portava la sfida al secondo supplementare, dove poi vinse l’Ovest di Kobe.

Kobe, come i suoi Lakers dove rimase una vita, lo si amava o lo si odiava. Ragazzino terribile quanto sfacciato, fu il primo o di certo il più famoso a dischiararsi eleggibile senza neppure un giorno di College, inaugurando una moda che poi fece danni, in molti superficiali emulatori. La saga coi Lakers e il suo litigio con Shaquille O’Neal – compagno di squadra e già all-star quando Kobe muoveva i suoi primi passi in gialloviola -, la sua volontà di avere più spazio, che lo portò ai ferri corti anche col “mostro sacro” degli allenatori, Phil Jackson, alimentava i suoi haters nonostante i tre titoli NBA vinti. La scelta della dirigenza di liberarsi di Shaq per tenere lui, in ragione di una incompatibilità che, scherzandoci anni dopo, i due protagonisti riconoscevano aver tolto almeno altrettanti titoli alla franchigia di Los Angeles, sembrò decretare la definitiva ambivalenza del personaggio: Kobe lo amavi. Oppure lo odiavi.

Leggi il resto dell’articolo di Matteo Fortelli su La Libertà del 5 febbraio

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