La promessa

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Nei primi capitoli del visionario Ubik (1969) di Philip K. Dick il lettore fa la conoscenza di Glen Runciter: un uomo tanto buono e leale quanto rude, titolare di un’importante azienda della quale condivide la responsabilità con la moglie Ella, morta appena ventenne. Ella infatti non riposa in un cimitero, ma in un moratorium: qui i defunti, chiusi in feretri trasparenti e avvolti da nebbie ghiacciate, sono conservati in “semivita”. Da questa animazione sospesa possono essere temporaneamente richiamati per comunicare.

Maledetto questo apparecchio auricolare,  brontolò mentre si aggiustava il disco di plastica sul lato della testa. E questo microfono; tutti ostacoli a una comunicazione naturale. Si sentiva impaziente e a disagio, mentre si muoveva in continuazione sulla sedia inadeguata che Vogelsang, o come diavolo si chiamava, gli aveva fornito; la guardò mentre riacquistava le percezioni sensoriali e desiderò che facesse presto. Poi impaurito pensò: Forse stavolta non ce la fa; forse si è consumata e non me l’hanno detto. Oppure non lo sapevano”. Runciter non ha smesso di amare la moglie, e ancora si consulta con lei per ogni decisione riguardante l’azienda. Non senza sensi di colpa: ciascun risveglio avvicina questi “morti viventi” al punto di non ritorno.

Ella, carina e con la pelle diafana; i suoi occhi, nei giorni in cui erano stati aperti,  erano lucenti e di un azzurro luminoso. Questo non sarebbe accaduto più;  poteva parlare e ascoltare le sue risposte;  poteva comunicare con lei… ma non l’avrebbe mai più vista con gli occhi aperti; né lei avrebbe mai più mosso la bocca. Non avrebbe più sorriso al suo arrivo. Non avrebbe più pianto alla sua partenza.  Ne vale la pena? si chiese. È meglio della morte vecchio stampo,  la strada diretta dalla vita alla tomba? Lei è ancora con me, in un certo senso, decise. L’alternativa è il nulla. Nell’auricolare si formarono alcune parole, lente e indistinte: pensieri circolari di nessuna importanza,  frammenti del sogno misterioso in cui lei ora dimorava. Cosa si provava,  si chiese, a essere in semivita? Non era mai riuscito a capirlo da quello che Ella gli diceva; il suo fondamento,  la sua esperienza,  non potevano essere realmente trasmessi. […] Ma neanche lei lo sapeva; se lo chiedeva, e faceva delle congetture”.

Ho sempre trovato inquietante questa immagine: una macabra galleria di esseri umani intrappolati nelle loro tombe di vetro, aggrappati a un simulacro sbiadito di vita – l’annientamento come destino ultimo. E, senza scomodare la frontiera transumanista, sembra proprio che nella sua tormentata sensibilità Dick abbia colto un tratto tipico dei nostri giorni: vivere più che si può e meglio che si può, prima di precipitare per sempre nell’infinito vuoto del nulla.

Mi capita di ripensare alle pagine del romanzo quasi per contrasto, trovandomi impegnata come guida nella mostra dedicata ai Santi della porta accanto: giovani beati, servi di Dio, testimoni della fede. A un primo, frettoloso sguardo si potrebbe essere tentati di scambiare questa sequela di volti sorridenti per un moratorium dei giorni nostri: un modo per mantenere in vita chi non c’è più attraverso ricordi, qualche foto, racconti pittoreschi; o per esorcizzare l’inquietudine della morte che incombe e che falcia indistintamente giovani e vecchi, sani e malati.

“Per fortuna c’è Gesù mamma, se no sarebbe terribile”. Il commento dei miei figli, che hanno visitato la mostra con la loro scuola, va dritto al punto. Il vero fascino di persone come Chiara Corbella, Carlotta Nobile, Rosario Livatino, Clare Crockett, Pier Giorgio Frassati, Carlo Acutis (questi ultimi due in assoluto i preferiti dei miei maschietti) non sta in quello che hanno fatto, per quanto grande possa essere. Se tutto si riducesse a questo, l’ultima parola sarebbe ancora quella della morte.

La loro grandezza si concentra interamente in un gesto di accettazione radicale, in un sì ripetuto nelle circostanze più infime e banali prima ancora che nelle grandi occasioni.

Da quei pannelli si affaccia spavalda una promessa: non è per noi il silenzio del non essere, non è per questo che siamo stati fatti. Ed ogni vita, persino quella più breve, racchiude la possibilità di esprimere la pienezza dell’eterno. Non per forza propria, ma per quella del Mistero che conserva ogni cosa nell’essere. Un Mistero che è una Persona, che chiede tutto mentre tutto dona. E che attraverso la concreta carnalità di quei “sì” (ciascuno diverso, ciascuno unico) si lascia intuire anche da noi, come in trasparenza. È già mantenuta quella promessa, vale la pena scommetterci la vita – persino offrirla, persino (tremano nei polsi le vene) accettare di perderla.

Vale la pena la fatica di tanti sì, così fragili eppure misteriosamente già compiuti e salvati dal dono radicale che ci viene fatto: da quel Dio nella mangiatoia, da quella Potenza celata nella debolezza più indifesa. Da quella Gloria fatta Bambino, il riso di tutti i Cieli che viene a cercarci: e già si scioglie il gelo del nulla.

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