La Società di San Prospero all’origine del sigillo e dello stemma di Reggio

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La Società di San Prospero

Il 27 gennaio 1306 i Reggiani cacciavano Azzo d’Este, figlio di Obizzo, chiamato alla Signoria di Reggio nel 1289 dalle famiglie nobili dei Fogliani, Canossa e Sessi. Finiva il breve periodo di riconciliazione cittadina. Esso era stato voluto dalle grandi famiglie nobili reggiane, nemiche tra loro e consapevoli, ciascuna, di non poter dominare Reggio da sola. Il Comune già da tempo aveva aperto le porte ai nobili feudatari del contado.
Nel 1306 le forze economiche della città, sviluppatasi sotto la protezione del vescovo, ricomponevano il governo comunale attraverso la Societas S. Prosperi populi Regii et artium Civitatis Reggii, ossia la Società di San Prospero del popolo di Reggio e delle arti della Città di Reggio, il cui nome ufficiale era in latino. Era una tregua nella lotta continua tra le forze economiche che credevano nei valori dei municipii romani, aperti ad una visione trinitaria del potere, e le forze feudali del Sacro Romano Impero, legate alla forza originaria dell’impero romano.

Il sigillo e lo stemma di Reggio

La Società di San Prospero era guelfa e chi vi partecipava poneva sulla facciata della casa lo stemma della Società, che era una croce rossa in campo bianco. Il sigillo della Società fu coniato in bronzo e ha il diametro di sei centimetri e mezzo. Nel campo ci sono due santi: San Prospero e San Grisostomo, in ricordo della fine della tirannia degli Este, avvenuta il 27 gennaio, giorno in cui si ricorda San Grisostomo. I due santi reggono il gonfalone della Società con la croce rossa in campo liscio e tre gigli in ogni settore al di sopra della croce a ricordo del potere papale. Sul bordo è la scritta: Dat Regii scriptis populus sua vota sub istis ossia Il popolo di Reggio dà i suoi voti con questi scritti.
Il sigillo sanciva la validità di ogni atto pubblico del Consiglio generale del Comune. Esso è rimasto attivo, simbolo della libertà del Comune, fino alla rivoluzione francese, che lo chiuse nell’Archivio Comunale.

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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