Il celibato, carisma positivo

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Un lettore e tre accoliti tra i seminaristi: l’omelia del Vescovo

Domenica 10 novembre, nella meravigliosa Basilica della Ghiara, il vescovo Massimo Camisasca ha presieduto la celebrazione dell’Eucaristia vespertina nella trentaduesima domenica del Tempo Ordinario, conferendo al seminarista Marcello Mantellini (parrocchia di Bagnolo in Piano, unità pastorale “Madre della Chiesa”) il ministero di lettore, e il ministero di accolito ai seminaristi Sebastiano Busani (Casalgrande, unità pastorale “Maria Regina della Pace”), Paolo Lusvardi (Rio Saliceto, unità pastorale “Discepoli di Emmaus”) e Bernardo Marconi (Taneto, unità pastorale “Gioia del Vangelo”).
Cuore del conferimento dei ministeri sono stati il dono della Parola di Dio e del Pane Eucaristico, segni eloquenti della Presenza del Signore non soltanto nella santa Messa attraverso la mensa dell’Eucaristia e della Parola, ma anche nell’annuncio di quella Parola di salvezza e nel servizio del Signore verso tutti, in modo particolare i poveri, gli ammalati e gli emarginati. Ricordando le parole del Papa nella recente omelia in San Giovanni in Laterano: “La città non può che rallegrarsi quando vede i cristiani diventare annunciatori gioiosi, determinati a condividere i tesori della Parola di Dio e a darsi da fare per il bene comune” poiché “non c’è cuore umano in cui Cristo non voglia e non possa rinascere”. Fulcro dei ministeri infatti è “portare una parola di vita e di speranza capace di fecondare i deserti dei cuori”.

Continua a leggere tutto l’articolo di Bernardo Marconi su “La Libertà” del 20 novembre

Ecco l’omelia che il vescovo Massimo ha tenuto in Ghiara domenica 10 novembre in occasione del conferimento del ministero del Lettorato e dell’Accolitato ad alcuni seminaristi reggiani. Le foto della celebrazione sono su www.laliberta.info.

Cari fratelli e sorelle,
il testo evangelico da cui parte la nostra riflessione di questa sera è tratto dal Vangelo di Luca (Lc 20,27-38). Racconta una disputa di Gesù con i Sadducei, in merito alla resurrezione dei morti. È un testo molto importante, e infatti è riportato da tutti i tre Vangeli sinottici. Questo brano tratta una questione rilevante nella predicazione di Gesù e nella fede della comunità cristiana primitiva: la resurrezione della carne. Questa verità di fede entrerà successivamente nel Credo degli Apostoli, come uno dei suoi contenuti essenziali.

La resurrezione della carne è ben diversa dalla semplice immortalità dell’anima, cui erano giunte le filosofie e alcune religioni dell’Egitto, della Grecia e dell’India. Per la fede di Israele, fino al secondo secolo prima di Cristo, l’uomo dopo la morte era destinato a scendere in un luogo di vita diminuita, lo Sheol di cui parlano molti salmi, dove non vi era possibilità di lode a Dio e dunque di comunione. Israele non parlava di resurrezione dei corpi, e neppure di immortalità dell’anima. Ma a partire soprattutto dal martirio dei Maccabei, che abbiamo ascoltato nella Prima Lettura (2 Mac 7,1-14), iniziò una riflessione sulla giustizia e sulla morte per fede, che portò ad una considerazione del futuro aperta alla resurrezione. È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati (2Mac 7,14), abbiamo sentito dire pochi istanti fa dal quarto dei sette fratelli Maccabei al suo carnefice.

Per comprendere il testo del Vangelo occorre ricordare che i Sadducei si limitavano a leggere e a studiare i cinque libri della Torah, dove non si parla assolutamente di resurrezione dei corpi. Essi si ribellavano perciò a questa prospettiva, considerando eretici tutti coloro che si erano aperti ad una visione nuova dell’escatologia. I Sadducei erano un movimento di benestanti e proprietari terrieri, con una visione materialistica dell’esistenza e anche della stessa religione.

Il brano di Luca che abbiamo ascoltato è uno dei pochi nel Vangelo a cui possiamo riferirci per uno squarcio sull’aldilà, di cui le pagine del Nuovo Testamento sono molto avare. Mentre molto frequenti sono le parole di Gesù in merito ad un’esistenza oltre la morte, preparando gli animi degli ascoltatori a quanto sarebbe avvenuto con la sua resurrezione, nulla o quasi viene detto sulla condizione di vita oltre la fine temporale dell’esistenza.
La disputa tra Gesù e i Sadducei si appoggia sulla legge del levirato (cf. Dt 25,5-10). Essa stabiliva che se un uomo moriva, il fratello di lui doveva sposare la vedova per non disperderne il nome e i beni. Appare così una visione molto realistica, ma anche molto materiale del matrimonio, da cui è assente l’amore. La donna infatti doveva sposare il cognato (nel caso del Vangelo di stasera addirittura una serie di cognati) che naturalmente non amava e forse neppure conosceva.

Nella sua risposta alla domanda dei Sadducei, Gesù parla del tempo oltre la morte, del tempo infinito dell’uomo con Dio, quando avviene la nuova creazione dell’uomo, inaugurata sulla terra dalla morte e resurrezione del Figlio di Dio. Che cosa dice Gesù di questa vita oltre il tempo? Non si prenderà moglie o marito ma si sarà come angeli nel cielo (Lc 20,35-36). Come interpretare questa frase di Gesù? Saranno rotti i vincoli nati sulla terra? Saranno mutati? Che cosa rimarrà? In particolare cosa vuol dire: Saranno come angeli di Dio (Lc 20,36)? Penso che si debba intendere così: oltre il tempo non ci sarà più procreazione poiché il numero degli uomini sarà compiuto. Non ci sarà perciò unione carnale né attrattiva erotica a ciò finalizzata. Non finirà per questo la bellezza corporea, né perderà di valore il posto particolare che ciascuno ha avuto nella nostra vita. Ma troveremo l’altro secondo un’intensità potenziata, perché lo troveremo in Dio, all’interno di una comunione cosmica in cui il male che ci divide sarà bruciato.

Continua a leggere tutta l’omelia del vescovo Camisasca su “La Libertà” del 20 novembre

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