Sant’Ilario celebra «Rombo di tuono»

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Lo spettacolo su Gigi Riva e il dialogo tra il vescovo Massimo e Stefano Baldini

Anche se nella memoria dei più giovani ne rimane poca traccia, Gigi Riva da Leggiuno (Varese), 75 anni compiuti il 7 novembre, con 35 gol segnati in 43 partite con la maglia azzurra, tra il giugno del 1965 e il giugno del 1974, è tuttora il miglior marcatore nella storia della nazionale italiana. Per ricordarci quanto sia stato grande come calciatore e quanto lo sia tuttora come uomo, il CSI ha organizzato a Sant’Ilario, con la collaborazione di Teatro L’Attesa e parrocchia di Sant’Eulalia, una serata che ha visto due momenti: il monologo di Alessandro Lay dal titolo “Riva Luigi ’69 ’70 – Cagliari ai dì dello scudetto” messo in scena dal teatro “Cada Die” e un dialogo, condotto da Daniele Castellari, fra Stefano Baldini, medaglia olimpica nella maratona di Atene del 2004, e il vescovo Massimo Camisasca.

La performance di Alessandro Lay, un’ora di bel teatro da far invidia a quelle di Vittorio Gassman ne “L’uomo dal fiore in bocca” di Pirandello, ha raccontato le gesta sportive, ma soprattutto il volto umano di Gigi Riva, “Rombo di tuono”: la difficile infanzia vissuta a Leggiuno, sfogata forse con il desiderio di tirare calci ad un pallone contro un muro, quando veniva espulso dalla classe perché troppo vivace.

Questi calci Riva ha poi iniziato ad infilarli in rete, anziché contro il muro, prima nel Laveno Mombello, poi nel Legnano ed infine nel Cagliari, arrivando alla conquista dello scudetto nel campionato ’69-’70. Ma Lay ha voluto raccontare soprattutto un uomo che, arrivato nel 1963 in Sardegna – “la terra dei banditi, dei pastori, un posto da fuggire come la peste” – finisce per scoprire un luogo di cui innamorarsi, abitato da persone semplici e vere proprio come lui. Un luogo così bello per viverci che neanche il miliardo di lire messo sul piatto dall’Avvocato per andare a giocare con la “vecchia signora” lo tenta, come aveva fatto anche O’Rey Pelè qualche anno prima: “Quando vennero a realizzare in Brasile una fabbrica della Fiat, mi proposero di giocare nella Juventus: non accettai l’invito perché mi trovavo molto bene nel Santos”.

Forse è anche questo che rende Riva un esempio; non diventa un nomade per inseguire i soldi, cerca amici veri nelle persone semplici di quella terra un po’ lontana dal ‘continente’, persone che lo chiamano a pranzo per condividere pane e formaggio o i pesci appena pescati. Il monologo finisce così, sommerso da un mare di applausi dei tanti spettatori presenti, colpiti dalla performance, ma anche dalla storia raccontata.

Continua a leggere tutto l’articolo di Giuseppe Maria Codazzi su “La Libertà” del 13 novembre

 

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