Joker, non è uno scherzo

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Per me è sempre difficile parlare di qualcosa di cui cani e porci hanno tessuto lodi sperticate. Una cosa che piace a tutti difficilmente è anche interessante. Stavolta però ammetto che il film si gusta con piacere. La pellicola è ben diretta e magnificamente interpretata da Joaquin Phoenix, che sullo schermo dà vita a una notevole prova di mimetismo attoriale che non fa prigionieri. Direi che è da Oscar, se non fosse che è un riconoscimento che per me non vale nulla. Comunque il buon Joaquin ha però anche barato. E’ più facile sembrare fuori di testa quando tra un’infanzia schifosa, genitori appartenenti a sette religiose, un fratello morto e storie di droga, qualche problemino lo hai avuto davvero. Ma ciò non toglie un grammo al peso della sua ottima prestazione.

Il film però qualche difetto ce l’ha. La sceneggiatura per esempio ha un buco enorme: il passaggio, la trasmissione della follia antiborghese alimentata dalla malattia mentale e dalla situazione di abbandono e degrado sociale del protagonista al resto della città in rivolta, non si percepisce come dovrebbe. Nel finale la faccenda migliora, ma è un peccato originale che inficia non poco la plausibilità del tutto. La storia si concentra sull’inferno mentale e personale del protagonista ma non su quello sociale che risiede fuori dal suo cervello, sulle strade. Le scene che dovrebbero farlo sembrano buttate lì per caso. Non si comprende come l’assassinio di tre yuppies scateni un casino simile e come un clown diventi un simbolo di rivolta antisistema e antiborghese.

E qui sta il secondo grosso neo del film, il messaggio. Per un antiborghese convinto come il sottoscritto un clown pazzo e incavolato che se la prende con colletti bianchi, industriali e laidi presentatori televisivi dovrebbe essere una manna dal cielo. Il problema è che queste figure nel film non mi terrorizzano. Mi fanno schifo, mi disgustano e sono contento che muoiano, ma non mi fanno paura. Non riesco perciò a comprendere l’entusiasmo suscitato dalla visione di questa pellicola nei ragazzini e soprattutto nei trentenni. Forse il problema risiede nel fatto che costoro è la prima volta che assistono a qualcosa che possa avere al suo interno un reale messaggio antiborghese. La maggioranza di chi si è esaltato per questa pellicola gridando al capolavoro ‘rivoluzionario’ è cresciuta con la piatta idiozia di Harry Potter e la rassicurante e innocua ribellione di un Hunger Games qualunque.

Per me invece, che a tredici anni battagliavo col bibliotecario del mio paese per prendere in prestito American Psycho di Bret Easton Ellis e sognavo di irrompere negli studi di Non è la Rai con un AK-47 per porre fine a quello scempio solo perché quei terrificanti balletti finali ritardavano sempre di più la messa in onda dei miei cartoni animati preferiti, ecco per me è ORDINARIA AMMINISTRAZIONE.

Pur riconoscendone la bontà quindi, questa pellicola non mi ha impressionato più di tanto, e come voto finale le assegno un sette pieno, che alzo a sette e mezzo grazie all’interpretazione davvero sopra le righe del protagonista.

Alla fine devo dire che la cosa che più mi ha spaventato davvero sono stati i commenti di alcuni decerebrati ascoltati casualmente mentre andavo alla macchina, che si scambiavano impressioni illuminanti del tipo “hai visto com’erano realistiche le scene della rivolta, sembrava davvero una rivoluzione”. Sarebbero ottima carne da macello per il Joker.

Maledizione, non riesco a trovare il mio AK-47 nel baule della macchina, dove cavolo lo avrò messo?

MJS

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