Guai… a deprimersi!

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Triste, depressa,  morta… non è una sentenza, sono solo alcune delle parole che vengono accostate ultimamente alla mia squadra. Le stesse identiche parole che ho appena letto sulla Gazzetta dello Sport per descrivere il Milan di Pioli. Il che, per la proprietà transitiva della depressione, dovrebbe accostarmi al tecnico di Parma e ammettermi di diritto alla panchina rossonera. Scherzi e battute a parte, non invidio Pioli alla prese coi suoi guai e mi tengo stretti i miei… di guai e di ragazzi.

Che poi, diciamoci la verità: nel calcio giovanile parole come tristezza, depressione dovrebbero essere bandite e cancellate. Anche perché la mia squadra è viva, reagisce, e lotta. Se non fosse così non avrebbe corso 80 minuti sotto la pioggia incessante. Certo è che non siamo nel nostro miglior momento possibile. Siamo impantanati nelle acque basse della classifica, ostaggi delle vittorie del passato e di una crisi di identità propria dei sedicenni di oggi.  E a livello di discorsi extra campo, quelli sì depressi, siamo sullo stesso piano del Milan.

Vero è che la parola divertimento non serpeggia molto nel nostro spogliatoio. Che la parola gruppo latita da tempo e che troppo spesso la parola serenità viene offuscata da quello spettro chiamato risultato, che condiziona un ambiente intero.

Vincere aiuta a vincere, aiuta a credere in ciò che si fa e fa crescere anche l’appeal della squadra per cui si gioca. Leviamoci il velo dell’ipocrisia, nel calcio vincere è fondamentale…  nel calcio giovanile fortunatamente è solo importante, o per lo meno questo è ciò in cui io credo, ma non va trascurato.

La (non) cultura calcistica italiana ci porta sempre a cercare un capro espiatorio quando le cose non vanno: se non è colpa dell’arbitro è di sicuro colpa del mister. E guardando certi musi lunghi all’interno della mia squadra, credo che sia giusto che l’allenatore venga messo in discussione, reo di non aver acceso la scintilla della passione tra l’altro molto flebile nei ragazzi di oggi.

Di  fronte a ragazzi a cui giocare piace fino ad un certo punto; incapaci di comprendere la parola rinuncia e sacrificio; di fronte ad un egoismo dilagante e imperante dove ciò che conta è solo l’io e del compagno a fianco non importa nulla;  cercare i tasti giusti per smuovere queste menti impantanate nelle paludi della pigrizia e dell’indolenza non è affatto facile. E per questo è molto più bello e stimolante fare questo mestiere.

“Allenare” il carattere di un individuo richiede tempo, risorse e pazienza. Ma soprattutto, anche ad un allenatore, serve l’aiuto di tutto l’ambiente circostante. Nel campo dell’educazione la dicitura “solo al comando” non esiste. Tutte le agenzie educative devono partecipare alla costruzione della persona a cominciare dalla famiglia; dalla scuola; e da tutti quegli adulti che attraversano più o meno direttamente la vita di questi ragazzi. Tutti devono remare nella stessa direzione: ai ragazzi e a chi lavora con loro serve armonia, fiducia e sostegno. Serve unità di intenti, non divisioni. La critica deve stimolare, non abbattere. Servono visioni e obiettivi comuni. Serve serenità e non quei commenti da bar che spesso, troppo spesso, si sentono fuori dal campo. Questa unione crea la mentalità vincente così tanto evocata.

Poi sta proprio ai ragazzi stessi metterci del loro. Inutile parlare di schemi, di moduli, di ruoli, se poi i giocatori sono i primi ad abdicare al loro ruolo di protagonisti.

E se non vincono? E se smettono di giocare? C’è sempre il Pioli di turno con cui prendersela,  a fare da parafulmine. Ogni allenatore ama i suoi ragazzi come un padre ama un figlio. Anche quando alza la voce e quando li sgrida. E solo i ragazzi sanno in cuor loro se hanno dato veramente tutto per realizzare questo sogno chiamato gioco del calcio.

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Pubblicato in A bordo campo, Articoli

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