“Amate tanto la Chiesa”, intervista al neo cardinale Matteo Zuppi

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Colpisce che la scelta del Papa, della nomina a cardinale, Le sia giunta mentre  si trovava a Lourdes, fra gli ammalati, nel pellegrinaggio diocesano nell’ambito di quello regionale. Quale emozione ha vissuto al ricevimento della notizia?

Ho pensato che il fatto di trovarmi lì, in quella circostanza, fosse un aiuto. La notizia non è stata facile da apprendere, e il fatto di trovarmi in un luogo di misericordia e di grazia così ecclesiale, e con i figli più vicini della Madre Chiesa, mi ha aiutato molto a ricevere la notizia della nomina.

E’ una chiamata di papa Francesco e c’è la risposta di mons. Zuppi. Cosa significa questo dialogo? C’è stata anche una telefonata col Papa…?

Più che una risposta, la mia è stata un’accettazione. Come ben sa chi era con me a Lourdes, non sapevo assolutamente nulla dell’intenzione del Papa. Sì, ho successivamente contattato telefonicamente papa Francesco per ringraziarlo. Lui, scherzando, mi ha risposto “Anche i Papi sanno fare gli scherzi ai preti!”

Alle esequie del cardinale Etchegaray, nell’omelia ha ricordato una frase di padre Chevrier: “E’ un bel periodo per essere prete”. Allora è un bel momento anche per essere cardinale.  Cosa significa oggi essere prete chiamato ad  un servizio sempre più grande?

La frase si trovava su un ricordino e ne richiamava una della prima omelia del cardinale pronunciata dopo l’ordinazione sacerdotale. Roger Etchegaray è stato un uomo che, oltre ad aver attraversato quasi tutto un secolo, ha fatto tanto per la Chiesa. Gli dobbiamo molto, come l’incontro con le Religioni di Assisi quando era presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Si trattò certamente di una delle innovazioni più significative del pontificato di Giovanni Paolo II.

 

Amare, costruire e difendere la comunione è il vero significato dell’essere preti oggi. Il presbitero è colui attorno al quale si raduna la comunità e ne rappresenta l’unità. Anche per questo è un bel periodo per essere preti, perché con la comunità possiamo vivere e condividere, in un’amicizia e in una solidarietà sempre più forti. Questo è importante soprattutto oggi, dove gli individualismi sono tanti e, a maggior ragione, è importante saper vivere insieme e mettere in pratica il comandamento dell’amore per liberare tanti dalla solitudine.

La Chiesa “in uscita” non ha paura del confronto e dell’incontro. Così sta facendo anche Zuppi in questi anni a Bologna…

Tutti noi siamo chiamati e inviati dal Signore. Non c’è mai uno solo dei due aspetti. Egli chiama i discepoli e poi li manda a lavorare nella grande messe di questo mondo. Ciò vuol dire anche andare incontro, ascoltare, capire e mostrare. Vuol dire anche fermarsi un attimo per strada, commuoversi, tenere accesa una luce. Questo è richiesto ad ogni cristiano, e sarebbe piuttosto difficile chiederlo ad altri senza farlo in prima persona.

Stiamo vivendo un momento di cambiamento e anche di novità, non solo nello stile ma pure nella sostanza. Non si tratta solo di sobrietà, ma anche di vivere il ruolo di cardinale non come un potere mondano bensì come un servizio. Forse anche per questo è stato scelto Zuppi?

La mondanità e il suo contrario, non dobbiamo mai identificarli in qualcosa di esteriore. Ci sono dei pauperismi che, a volte, sono più ricercati dell’ostentazione di ciò che uno possiede o della propria ricchezza. Il Concilio Vaticano II ci ha dato una Chiesa che ha trovato se stessa per parlare ora agli uomini di oggi. Quando Paolo VI abolì ciò che rimaneva della corte Pontificia, venendo quasi tacciato di eresia, diede una gran prova di sobrietà e lungimiranza andando alla fonte di ciò che il Papa rappresenta. Se lui è il Servo dei Servi, noi scelti da lui siamo i suoi aiutanti chiamati a servire l’unione e la comunione della Chiesa.

Seguire e servire il Papa in questo momento vuol dire aprirsi alla cattolicità in un tempo di globalizzazione. Quindi aprire i propri perimetri, andare oltre i confini?

Noi siamo la Chiesa cattolica e, dunque, per stessa definizione “universale”. Il Signore non ci dà nessun confine anzi, ci manda fino ai confini della terra. Questo vuol dire anche amare il proprio vicino con un amore senza confini. Il senso del Vangelo è amare senza conoscere calcolo o interesse, esattamente come noi veniamo amati – immeritatamente – da Dio. Allo stesso modo Lui ci chiede di amare gli altri. Per questo ogni comunità cristiana, grande o piccola che sia, è sempre universale. In un mondo che tante volte tende a chiudersi, per paura o ignoranza, il Vangelo ci aprirà sempre cuore e occhi facendoci star bene dappertutto con quella chiave speciale che è l’amore che il Signore ci ha affidato.

Monsignor Zuppi è stato recentemente in Mozambico per il trattato di pace, nei giorni scorsi a Madrid per “Ponti di pace” dove ha anche messo in guardia dal razzismo. Temi importanti e da non dimenticare quelli di coloro che soffrono per guerra, conflitti,  povertà e discriminazioni.

Il razzismo, come ha detto qualcuno in maniera molto intelligente, è un virus mutante: sembra sconfitto e poi riappare, spesso più forte di prima. In maniera inaspettata si riaffacciano violenze, giudizi e condanne che travalicano i confini delle piazze mediatiche – dove già assistiamo a fenomeni molto gravi di semina d’odio – ed entrano nella vita di tutti i giorni. È difficile che un razzista si definisca tale. Quindi anche per noi diventa difficile capire se si tratta di autentica discriminazione oppure di ignoranza o imprudenza. Non dobbiamo quindi essere eccessivi e condannare immediatamente e senza appello, ma nemmeno sottostimare il fenomeno. Le cose vanno chiamate con il proprio nome, quindi sì: davanti a certe parole o comportamenti si è difronte al razzismo.

Cosa chiede Zuppi ai tanti che lo seguono con attenzione in questo momento?

Amate tanto la Chiesa. Aiutatela ad essere tale e costruitela. Essa è certamente una  istituzione, ma è anche una grande famiglia che, come tutte le altre, ha bisogno di tanto cuore e mente, insieme alla vicinanza. Vi chiedo anche di amarla, la Chiesa. Amatela come una madre, senza offenderla e non rattristandola prendendosela con i fratelli ma con colui che ci fa dividere. Amiamo la Chiesa, difendiamola guidati da colui che presiede nella carità, che è papa Francesco.

 

A cura di Alessandro Rondoni

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

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