L’oratorio estivo e la meraviglia della maglia sporca

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Salutiamo l’estate con questo articolo scritto da un lettore ventitreenne originario di Sant’Ilario d’Enza, tratto dal suo blog “The eagle and child” e sottoposto alla redazione, in cui il giovane racconta la sua esperienza nell’Oratorio estivo della parrocchia. Jacopo Azzimondi frequenta la Facoltà di Lettere.

“Com’è possibile che sia già finita?” mi chiedo.
Sono sdraiato in terrazza e guardo le nuvole scivolare pigramente nel cielo estivo. La luce del sole che splende dietro i palazzi del centro promette una golden hour niente male. Sotto la maglietta dell’Animatore la mia schiena brucia. Il pavimento scotta ancora a causa del calore assorbito durante la giornata. Se adesso qualcuno mi vedesse probabilmente si chiederebbe se ho tutte le rotelle a posto. No, non ce le ho, ma di questo ne parliamo un’altra volta.

Ora sono in bilico sul bordo di un confine immaginario, quello che separa l’Oratorio Estivo 2019 da tutto quello che verrà dopo. Mancano una manciata di giorni poi ci sarà la festa, il gran finale. L’oratorio è deserto, sono andati via tutti. Io no. Come sempre faccio di tutto per rimanere il più possibile nel posto che da ventitré anni amo come se fosse casa mia. Non si sente spesso, sapete, questo silenzio. Dalle 7.50 di mattina in poi è sempre pieno di bambini che urlano e vogliono giocare solo a calcio e ridono e dicono le parolacce anche se sono vietate e hanno sete e piangono e si prendono a pugni e devono fare la pipì e corrono in giro come un branco di pazzi e buttano per terra le carte dei chupa-chupa e cantano e ballano “Soco, bate, vira” e giocano ancora senza sosta alla continua ricerca di qualcosa “da fare dopo” finché grazie a Dio non scoccano le 17.30 e allora basta andate a casa sì ci vediamo domani dai raga portate via i carrelli ci pensa Menozzi adesso c’è la merenda degli Animatori finalmente sto morendo di fameeee.

Dicevo: dato che non si sente spesso devi dargli un valore. Al silenzio, intendo. Questa è la prima cosa che ho imparato da quando sono educatore. Ecco perché sono salito in terrazza da solo. La bellezza di appoggiarsi dove capita, chiudere gli occhi e ascoltare le stanze vuote, il campo da basket infuocato, il vento secco che sfiora l’asfalto del piazzale. No dico, che figata è? Puoi anche tirartela un po’ e dirti che oggi hai fatto un buon lavoro, che dopotutto se la giornata è andata bene è anche per merito tuo, tanto chi ti può contraddire?
C’è silenzio. Sono all’ombra ma fa caldo, un caldo boia. Un refolo d’aria mi accarezza. Di nuovo quella domanda. “Com’è possibile che sia già finita?”.

Continua a leggere tutto l’articolo di Jacopo Azzimondi su La Libertà del 25 settembre

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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