Don Pasquino, la svolta pastorale

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Il gruppo degli «Amici» ha rievocato l’ultimo periodo di vita del sacerdote tra la parrocchia correggese, Tapignola e le carceri di Reggio e Scandiano

Nella mattinata di sabato 7 settembre la chiesa di Canolo ospita il quarto momento del cammino intrapreso dagli “Amici di don Pasquino Borghi”, di cui queste pagine stanno dando fedele documentazione.
Una sorta di pellegrinaggio sui luoghi che hanno segnato la vita del sacerdote, se si eccettua il Sudan, dove don Borghi fu missionario. Con sguardo “edificante”, non nostalgico, come chiarisce la coordinatrice del gruppo di lavoro, Fiorella Ferrarini. Così dopo le tappe di Bibbiano, di Reggio e di Farneta di Lucca per la parentesi certosina, è la volta della prima parrocchia. In chiesa prende posto anche il sindaco di Correggio Ilenia Malavasi. Presenti, come sempre, i familiari di don Pasquino, tra i quali oggi la pronipote Graziella Borghi, arrivata insieme al marito da Buenos Aires.

Come ricorda nella sua introduzione Pierluigi Castagnetti – presidente della Fondazione Campo Fossoli, che condivide l’organizzazione dell’iniziativa – è a Canolo che don Pasquino comincia a fare esperienza pastorale, inaugurando una strategia di dialogo e aprendo l’oratorio a tutti, credenti e non; qui il giovane sacerdote matura il “dovere” della resistenza alla dittatura fascista grazie anche all’incontro con altri due presbiteri, don Orlando Poppi e don Mario Grazioli. Il relatore della giornata, Massimo Storchi di Istoreco, prende le mosse da qui per il suo intervento, che dà in parte per assodata l’ampia bibliografia disponibile, dal libro di Salvatore Fangareggi alla recente pubblicazione “Partigiano della carità” curata da Luciano Rondanini.

Mentre è stata raccolta da Sandro Spreafico la testimonianza di Giuseppe Marastoni, uno dei giovani di allora a cui Storchi presta la voce, che descrive Canolo come un ambiente completamente trasformato dall’arrivo nel gennaio 1940 del nuovo curato, accolto peraltro con sollievo dall’anziano parroco don Cesare Donelli: “Don Pasquino – ha lasciato scritto Marastoni, all’epoca quindicenne – portò una ventata di disponibilità, di apertura, di amicizia. La canonica diventò allora una sorta di seconda casa”. Il ritratto del sacerdote è realistico: non era un oratore, anzi soffriva di una leggera balbuzie, ma conquistava i giovani con “la delicatezza e l’amore di un padre”.

Leggi tutto l’articolo di Edoardo Tincani su La Libertà del 18 settembre

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