In Perù per «stare» e relazionarsi

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Così l’esperienza missionaria vissuta a Pucallpa ha arricchito i giovani

Non andate per “fare”, ma andate per “stare”. Durante i momenti di preparazione per la missione ci è stata ripetuta più volte questa frase, frase che ebbe l’effetto di metterci in discussione ancora prima di partire. Infatti, le motivazioni che avevano spinto ognuno di noi (Samuele, Tommaso, Alberto, Margherita, Laura e Veronica) a scegliere di intraprendere un’esperienza missionaria, sebbene differenti, erano accomunate soprattutto dal desiderio di “fare” ovvero portare un aiuto, per quanto piccolo, a persone che, secondo il nostro modo di vedere, definiamo povere e bisognose di questo aiuto.
Tuttavia, in questo mese di agosto trascorso a Pucallpa, cuore pulsante della Selva Peruviana, nella “Parroquia San Francisco de Asis”, abbiamo capito e provato su noi stessi che essere missionari è molto più di questo.

Certamente il “fare”, inteso come vivere un’esperienza, è il fondamentale punto di partenza per creare nuove relazioni soprattutto in un contesto culturale intrinsecamente diverso da quello a cui siamo abituati e con persone molto lontane da noi (sia geograficamente che culturalmente). In questo mese abbiamo quindi condiviso diverse attività con i bambini, i ragazzi e le famiglie di Pucallpa che in un qualche modo si rapportano con la Parroquia San Francisco e con le altre parrocchie missionarie locali, attività che ci hanno permesso di entrare in relazione con le persone, avvicinarci alla loro cultura e far conoscere qualcosa della nostra.
Significativi sono stati i pomeriggi passati insieme ai bambini che frequentano il doposcuola dalle suore cappuccine di madre Francesca Rubatto: aiutavamo i bimbi a terminare i compiti scolastici e poi ci divertivamo con loro giocando insieme.

Nella parrocchia Don Bosco di padre Massimo invece abbiamo visitato e aiutato il “barco-iris”, casa di accoglienza che attualmente ospita 19 bambini abbandonati dai genitori, tra cui neonati (che abbiamo accudito tra pannolini e biberon) e bimbi più grandi (ai quali abbiamo fatto da “professori”). Altra realtà conosciuta è stata la parrocchia San Martin de Porres dove un coeso e vivace gruppo di giovani ci ha intrattenuto con balli e canti mentre padre Silvio ci ha portati a visitare la casa di salute, che offre ospitalità e assistenza sanitaria, e una cappella in cui alcune suore aiutano con i compiti i bambini del quartiere dell’Oyada, la zona più povera della città caratterizzata da condizioni igieniche e umane assolutamente precarie date le frequenti inondazioni che comportano il permanente stagnamento d’acqua, il diffondersi di malattie e le difficoltà di gestione dei servizi essenziali.

Leggi tutto l’articolo di Samuele Crotti e Tommaso Palmieri su La Libertà del 18 settembre

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