Aventurar la vida

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27 agosto: incastrata in una commissione per i test di ammissione universitari, intercetto brandelli di conversazione tra alcuni laureandi. “Comunque l’importante è la tolleranza”, sta affermando uno di loro, “io sono cattolico e faccio il catechista. Ma ognuno ha le proprie idee. A me va bene quello in cui credo, ma non mi importa che sia tutto vero: vivi e lascia vivere”. Sulle prime mi urta il bisogno, nel dirsi cattolici, di precisare che “però sono anche tollerante”, come se le due cose fossero in contraddizione. Ma a sconcertarmi è quel “non importa che sia tutto vero ciò in cui credo”.

Il giorno dopo, festa di Sant’Agostino (del quale il mio secondogenito porta il nome), con i bimbi ripercorriamo per l’ennesima volta la sua vita e riprendiamo il celebre incipit delle Confessioni: “L’uomo, particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei Tu che lo susciti a gioire nelle Tue lodi, perché ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te”. E dato che in queste occasioni è di rigore concedere un cameo anche ai patroni degli altri due, rileggiamo una lettera indirizzata da San Riccardo Pampuri a un amico: “possiamo dire che Dio non c’è […], ma di fatto anche ogni istante della nostra vita è nelle sue mani; quei beni della terra e quelle creature che noi adoriamo al posto di Dio, del Creatore, pure sono nelle sue mani, nelle sue mani quelle intelligenze e doti di cui ci insuperbiamo”. Tocca, infine, alla Vita di Santa Teresa d’Avila (XXI, 4): “Tutto consiste nell’arrischiare la vita” (che in spagnolo si dice, splendidamente, aventurar la vida). Ago commenta: “Sono belle queste cose”. Gli fa eco Riki: “Sono belle, e poi sappiamo che sono vere”.

È questo il punto.

Nel romanzo La sfera e la croce Chesterton ci catapulta nei cieli di Londra sul vascello volante del professor Lucifero, che ha rapito il monaco Michele ingaggiando con lui un serrato confronto dialettico. Il professore se la prende con “La croce […], conflitto di due linee ostili, di due direzioni inconciliabili tra loro. In quella cosa silenziosa che si alza c’è essenzialmente uno scontro, un fallimento, una lotta nella pietra. Puah!”. Ben diversa la sfera, simbolo del mondo, di cui Lucifero decanta l’armonia, la perfezione, la pacifica e tollerante compostezza.

Quando Michele controbatte, il professore lo scaraventa fuoribordo: per miracolo il monaco si salva aggrappandosi alla Croce che svetta sulla Cattedrale di San Paolo. La sua fortunosa discesa fino alla strada ci conduce nel bel mezzo di una altrettanto eccezionale disputa. Evan Mac Jan, scozzese delle Highlands educato nella fede cattolica e da poco giunto in città, ha appena sfondato la vetrina della redazione del periodico L’Ateo, sulla quale campeggiava una critica irriguardosa circa la verginità della Madre di Dio. Mac Jan sfida a duello il direttore, il battagliero James Turnbull. Quest’ultimo accoglie la sfida in modo a dir poco insolito: “Una luce come quella dell’aurora illuminò la faccia del signor Turnbull, e sotto i suoi capelli e la sua barba rossa divenne pallido per l’improvvisa e sconosciuta gioia che lo pervase. In quel momento, dopo venti solitari anni di vani sforzi, vide finalmente arrivare la sua ricompensa. Qualcuno si era arrabbiato a causa del suo giornale!”. Da vent’anni il giornalista sta cercando di dimostrare l’assurdità della religione cristiana e dei suoi dogmi, affiggendo dotte confutazioni circa la possibilità che una balena inghiotta un profeta, o che un Dio che “è Spirito” abbia “la Terra come sgabello dei suoi piedi”. Ma questa sincera e appassionata indignazione non scuote minimamente gli intellettuali dell’epoca, e ancor meno i passanti. “Ogni giorno le sue bestemmie diventavano sempre più irate, e ogni giorno la polvere dell’indifferenza si depositava sempre più spessa su di loro. Si sentiva come se si stesse muovendo in un mondo di idioti, e gli pareva di trovarsi in mezzo a una razza di uomini che sorridevano quando sentivano parlare della loro morte […]. Gli anni passavano, e anno dopo anno la morte di Dio decretata in quella redazione di Ludgate Hill diventava un avvenimento sempre meno importante”. Ecco perché, di fronte alla sfida di Mac Jan, Turnbull “cominciò a saltellare come un bambino: vide una nuova giovinezza aprirsi davanti a sé”.

Trascinati in tribunale e rilasciati, i due si ritrovano successivamente braccati: il duello che intendono ingaggiare appare fuori luogo a un mondo che non si accalora per niente perché non ha niente per cui vivere, e non ha niente per cui vivere perché non ha nulla per cui valga la pena rischiare, lottare, morire. Ben presto Mac Jan e Turnbull, assieme a chiunque essi abbiano incontrato nella loro rocambolesca fuga, vengono imprigionati in un ospedale psichiatrico diretto dallo stesso Lucifero. Quest’ultimo intende cancellare dal mondo il ricordo non solo di Dio, ma persino della domanda su di Lui. L’intera Inghilterra viene riconvertita in un manicomio a cielo aperto: può circolarvi liberamente solo chi abbia rimosso ogni inquietudine al riguardo di Dio, della sua esistenza, della pretesa di verità che la questione implica rispetto al vivere umano. Già dalle prime pagine Mac Jan (e il lettore con lui) si rende conto che l’elemento diabolico in tutta la faccenda non è la veemente negazione opposta da Turnbull. Il direttore de L’Ateo fa tutto fuorché rimuovere il problema: la sua vita è un’ininterrotta discussione con Dio, al quale continuamente si rivolge negandolo. Proprio questa inquietudine lega Turnbull in un’imprevedibile e cavalleresca amicizia con Mac Jan.

La trappola mortale è semmai la quieta, accomodante indifferenza al vero. Facendosi scudo di nobili parole, i più (tra i quali spiccano pacifisti, politici, magistrati, giornalisti) bollano come patologico e violento chi trovi ragionevole battersi per conoscere e mostrare la verità che è nelle cose (e confesso che talvolta mi chiedo se Chesterton avesse presagito il nostro tempo, nel quale le convinzioni non allineate al politicamente corretto sono squalificate come “fobia”). È diabolica l’indifferenza che vuole neutralizzare la tensione di cui siamo fatti, così forte da spezzarci le ossa. Una tensione capace di assumere su di sé il piano orizzontale in cui viviamo e di attirarlo misteriosamente in alto, verso il Cielo: proprio come la contraddizione della Croce.

Ecco cos’è che i Santi ci testimoniano con le loro esistenze, ecco cosa i miei figli hanno capito: ecco cosa vorrei dire a quel ragazzo. Tutto sta o cade nel decidere di arrischiare la vita, e per cosa arrischiarla. Non siamo fatti per la tiepidezza senza luce in cui ogni cosa è ugualmente grigia e “non importante”. Prezioso è l’urto dell’inquietudine che ci lacera le viscere: risposta confusa a un richiamo che vive nelle nostre carni e ci investe dalla profondità del Cielo – “Voi, chi dite che Io sia?”.

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