Don Ganapini, l’incontro con i parenti

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Con il saluto “Salama, Salama” – “Pace a Voi” in lingua malgascia – è iniziato l’incontro, molto partecipato, organizzato presso la chiesa parrocchiale di Pantano dal Centro Missionario Diocesano e dall’unità pastorale di Carpineti. L’incontro era dedicato al viaggio della memoria e della speranza di padre Filippo Ganapini, missionario comboniano, e di sette cugini in visita allo zio don Pietro Ganapini, sacerdote diocesano dal 1961 in servizio “fidei donum” sull’Isola rossa, “patriarca e nonno delle missioni reggiane” nelle parole del vescovo Massimo Camisasca.

Padre Filippo, dal prossimo ottobre direttore di “Nigrizia”, la prestigiosa rivista dei Padri Comboniani, introducendo la serata, ha presentato uno per uno i sette cugini – Cecilia, Clara, Stefano, Chiara, Samuele, Diletta e Luigi – i quali singolarmente hanno portato la loro testimonianza spiegando come per tutti questa “chiamata” era un desiderio riposto in uno scrigno pronto a diventare realtà appena qualcuno lo avesse aperto, come una sorta di convocazione collettiva.

A questo ha pensato padre Filo, come amichevolmente è chiamato Filippo, che ha dato la spinta propulsiva al progetto: ripercorrere insieme a don Pietro la sua storia da Bera di Pantano al seminario di Marola, al sacerdozio nel 1950, al desiderio proclamato senza sosta di partire per la missione realizzato con la benedizione del vescovo Eduardo Brettoni, fino al primo atterraggio ad Antanarivo.

Su tutto questo durante la serata è stato proiettato un filmato che aveva al centro una lunga intervista a don Pietro che con la sua monumentale umiltà ha ripercorso, insieme ai nipoti, agli ospiti e alle suore della Casa di Carità che lo accoglie, le radici delle sue scelte, con il padre Giulio pronto a donarlo al Signore purché guarisse dalle serie problematiche respiratorie dell’infanzia, mentre ricordava il pianto della mamma Argenta senza dimenticare il barattolo di vetro di ciliegie sotto spirito che aveva messo in valigia e “ogni volta che ne prendevo una mi sembrava di abbracciarla”.

Leggi tutto l’articolo di Giuseppe Domenichini su La Libertà del 17 luglio

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