Un’estate rosa azzurro

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Nell’estate 2019 l’Italia ha scoperto il calcio femminile. Me ne sono accorto non solo grazie alle partite in tele, ma anche grazie e soprattutto, agli splendidi discorsi da bar sul calcio femminile la cui conclusione è sempre quella: “questo non è calcio, quello vero è dei maschi”.

Del resto, come già ho detto tante volte, siamo un paese in cui tutti capiscono di pallone, soprattutto al bar.

Su una cosa mi trovo in disaccordo coi professori del bianchino e della Gazzetta dello Sport: quello femminile è calcio puro. È vero. Non esiste differenza con quello maschile: la passione è la stessa, trasporto e adrenalina sono identici e i visi sognanti prima e delusi poi delle nostre ragazze della pedata sono uguali e a quelli dei calciatori “famosi” ma soprattutto sono gli stessi di quelli che ogni bambino sulla faccia della Terra ha dipinto provando l’emozione di giocare a calcio. Se fossimo in una società davvero virtuosa e uguale per tutti, non staremmo qui nemmeno a parlare di queste cose, ma sarebbe tutto normale che questo sport fosse praticato anche dalle bimbe.

Mi è capitato spesso di sentir dire ad alcune bambine “no, il calcio è per i maschietti, tu vai a danza…”, “se giochi a calcio diventi un maschio…”, “il calcio è violento, e tu sei una femmina…”. E potrei continuare l’elenco di queste frasi che starebbero molto bene assieme a quelle pronunciate dai puristi dei bar.

Sembra sempre quasi doveroso sottolineare come lo sport, il calcio in questo caso, sia ancora una volta il segno tangibile di quel valore universale che è l’uguaglianza, tanto proclamata e usata quanto mai messa in pratica.

In campo non esistono differenze. L’unica religione che viene praticata è quella di inseguire un pallone, con le scarpette bullonate ai piedi, i braghini larghi, le ginocchia sporche di fango, e testa e cuore pieni di desideri. In campo non esiste dress code, non c’è appartenenza sociale, ma tutti sono sullo stesso piano, tutti hanno lo stesso rispetto che, purtroppo e troppo spesso, fuori dal campo non viene garantito a tutti. Non importa che uno sia maschio o femmina, bianco o nero, povero o ricco… importa solo giocare.

E nel nostro tempo, ahimè, non è garantito a tutti di poter giocare la propria partita, sia fuori che dentro al campo.

Sarebbe bello, un giorno, che nel nostro paese non si parlasse più di distinzioni, in tutti gli ambiti; che ognuno possa realizzare se stesso seguendo le proprie passioni, portando in essere le proprie idee senza imbattersi in quei “personaggi da bar” che sanno sempre tutto.

Ora arriva il difficile: il mondiale è finito. Si parla sempre meno della nostra nazionale, il trasporto e le emozioni stanno cedendo il passo alla quotidianità. Il calcio, “quello vero” sta ritornando coi primi ritiri delle squadre di serie A. Sta a noi tenere vivo il messaggio di queste ragazze per ogni bimbo/a che vuole praticare questo sport!

Poco tempo fa alla tv, nella favola moderna più conosciuta del cinema, Cenerentola veniva definita come “l’unica paraculo della storia” passando da povera a principessa. Mi sono subito chiesto cosa fosse successo se nella famosa fuga da palazzo, anziché perdere la scarpetta di vetro, Cenerentola avesse perso una “copa mundial”… alla faccia della favola!!! Di sicuro ora avremmo meno principesse e più calciatrici…

Grazie ragazze per averci fatto vedere, ancora una volta, la magia dello sport più bello del mondo, anche in rosa, che poi tutto sommato l’azzurro sta molto bene addosso alle nostre calciatrici, anche se il vestito più bello è il loro sorriso nel rincorrere il pallone.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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