Comunità di base, formazione e le famiglie nella pastorale

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Intervista a don Gabriele Burani, al rientro dalla parrocchia di Ipirá, nella Bahia brasiliana; in autunno sarà missionario in Alto Solimões

Il passaggio del testimone, a Ipirá, è avvenuto il 12 maggio – d’inverno, a quelle latitudini – con il subentro del nuovo parroco don Roque, uscito dal seminario di Ruy Barbosa presso Feira de Santana. Meno di un mese dopo il nostro don Gabriele Burani era rientrato presso i genitori, a Scandiano, dover tra una peregrinazione estiva e l’altra rimarrà fino al mandato missionario e alla partenza per la nuova destinazione dell’Alto Solimões, in Amazzonia.
A Ipirá si è chiusa una permanenza quinquennale, iniziata nell’autunno 2014 insieme a don Luca Grassi (parroco a Pintadas, a circa 50 chilometri di distanza) per sostituire, a quell’epoca, don Marco Ferrari e don Fernando Imovilli.
Incontriamo don Gabriele in redazione per un consuntivo della sua esperienza nella Bahia brasiliana, il luogo dove oggi rimane impegnato nella Casa della Carità di Ruy Barbosa (110 km da Ipirá) solo don Luigi Ferrari, ultimo fidei donum di una serie che la nostra Diocesi ha avviato nel lontano 1965.
A Ipirá don Gabriele è stato aiutato in questi anni da Genival, l’unico diacono permanente di quella diocesi, da diversi seminaristi (tra cui il successore don Roque) e dalle suore, le Irmãzinhas da Imaculada Conceição. Va tenuto presente che la Chiesa di Ruy Barbosa, retta dal vescovo André de Witte, conta appena 25 sacerdoti, tra brasiliani (provenienti anche da altre diocesi) e missionari stranieri. Fra il 2016 e il 2017 don Burani ha dovuto far fronte alla ristrutturazione della “Chiesa Matriz” di Ipirá perché il tetto e le travi in legno dell’edificio si stavano disintegrando. Il contributo della Diocesi reggiano-guastallese, anche in quel frangente, si è rivelato decisivo.

Don Gabriele, che parrocchia lasci a Ipirá?

Una parrocchia di 3.000 chilometri quadrati, estesa una volta e mezzo la provincia di Reggio Emilia, con circa 63.000 abitanti e una novantina di comunità ecclesiali di base.
Il sostentamento proviene dall’agricoltura, ma molto dipende dall’andamento delle piogge…

Comunità omogenee?
Dal punto di vista della distribuzione territoriale sì, no quanto alla tipologia. Alcune, nella zona rurale, si compongono di poche famiglie che si radunano per pregare, ma senza ulteriori attività; altre nei povoados (villaggi) più grandi, con 2-3 mila persone, offrono molte più proposte. Certe comunità sono dotate di una loro cappella, diversamente le riunioni avvengono nelle case o nelle scuole. Il prete deve viaggiare molto per raggiungere le comunità e celebrare l’Eucaristia: una volta al mese nei centri maggiori, solo ogni due o tre mesi altrove. L’obiettivo è che comunque, nel giorno del Signore, si possa vivere la liturgia della Parola con i ministri.

Come sta cambiando la fisionomia delle Comunità Ecclesiali di Base (CEB)?
Nelle zone di campagna si assiste a un esodo dei giovani, che si spostano per studiare e lavorare. Nella città la popolazione è in aumento, e con essa crescono i problemi legati alla criminalità. La sfida attuale è che le CEB non siano solo luoghi di culto ma di vita, di formazione, di incontro e di impegno socio-politico. Nuove CEB nascono, ma alcune vengono chiuse per mancanza di forze.

Quali tipi di ministeri esistono?
Senza il sacerdote residente, le comunità devono strutturarsi in modo da avere una vita autonoma e in comunione con la parrocchia. Ci sono ministri della Comunione, della Parola, della Speranza per i funerali, della Visita alle famiglie, poi i coordinatori delle comunità, i responsabili della gestione economica, i catechisti… La stragrande maggioranza sono donne. Senza queste figure la comunità scomparirebbe.

Come si fa a gestire tanti laici impegnati a servizio della Chiesa?
Una delle mie principali responsabilità è stata proprio la formazione, in generale e di coordinatori e ministri nello specifico. Molte di queste persone, nelle comunità rurali, presentano un livello culturale piuttosto basso. E i loro spostamenti sono complicati e onerosi, quindi tutto si svolge in modo piuttosto lento, ai nostri occhi. La formazione è un cammino lungo.

Continua a leggere l’intervista su La Libertà del 3 luglio

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

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