Per fare esperienza di Dio: i giovani e la musica nella liturgia

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Il convegno promosso al centro di spiritualità e cultura di Marola da IDML e «Celebrare cantando»

Da La Libertà del 26 giugno

Guardare avanti e “lavorare” con i ragazzi: aprendo sabato 15 giugno il convegno “Per fare esperienza di Dio: i giovani e la musica nella liturgia” la direttrice della rivista Celebrare cantando, Elisabetta Bertocchi, mostra di avere le idee chiare. La tentazione di volgersi solo al passato è forte, dice, ma è necessario camminare con le nuove generazioni, aperti allo scompiglio che ne consegue. Come sta cercando di fare l’Istituto Diocesano di Musica e Liturgia “Don Luigi Guglielmi”, co-promotore dell’evento formativo che fa registrare una sessantina di presenze nei locali del centro di spiritualità e cultura di Marola: non a caso il primo passo della giornata è l’ascolto di un video in cui nove giovani, intervistati sui canti di Chiesa, dicono la loro in maniera diretta e variegata. E come certamente ha fatto il Sinodo dei Vescovi, che l’anno scorso si è “sorprendentemente interessato della liturgia” rispetto a una traccia preparatoria nella quale il tema non era molto presente.
L’annotazione è di monsignor Daniele Gianotti, primo relatore e moderatore della mattinata.

Il vescovo di Crema, storico collaboratore dell’IDML, prende a riferimento il Documento finale che il Sinodo ha consegnato a Papa Francesco – in cui lo spazio per l’argomento risulta dilatato rispetto all’Esortazione post-sinodale Christus vivit – e l’edizione di febbraio 2019 della rivista NPG – Note di Pastorale Giovanile, che ha dedicato un dossier a “Giovani e liturgia. Dal Concilio al Sinodo”, introdotto da un editoriale di Rossano Sala.
Gianotti ripercorre gli elementi su cui l’Assemblea sinodale ha appuntato la sua attenzione nel rapporto con la liturgia.

Il dato di partenza – non va dimenticato che il discorso è mondiale – è che i giovani chiedono di essere accolti e rispettati nella loro originalità; fra i tratti specifici più evidenti della loro cultura spiccano “la preferenza accordata all’immagine rispetto ad altri linguaggi comunicativi, l’importanza di sensazioni ed emozioni come via di approccio alla realtà e la priorità della concretezza e dell’operatività rispetto all’analisi teorica”, unite a “una spontanea apertura nei confronti della diversità, che li rende attenti alle tematiche della pace, dell’inclusione e del dialogo tra culture e religioni”.
La musica costituisce “un vero e proprio ambiente in cui i giovani sono costantemente immersi, come pure una cultura e un linguaggio capaci di suscitare emozioni e di plasmare l’identità”.

Dunque, afferma ancora il Sinodo, il linguaggio musicale rappresenta anche una risorsa pastorale, che interpella in particolare la liturgia e il suo rinnovamento.
Con un allarme: “L’omologazione dei gusti in chiave commerciale rischia talvolta di compromettere il legame con le forme tradizionali di espressione musicale e anche liturgica”.
La richiesta avanzata dalle nuove generazioni in diversi contesti – e Gianotti non manca di ricordare come in Europa i giovani che partecipano assiduamente alla liturgia non superino quota 10% – riguarda proposte di preghiera e momenti sacramentali capaci di intercettare la loro vita quotidiana, in una “liturgia fresca, autentica e gioiosa”.
Gli esempi citati vanno dalla comunità di Taizé all’esperienza delle Gmg fino alla nuova chiesa dell’Arsenale del Sermig di Torino.

Il vescovo Daniele sosta soprattutto sui punti 134, 135 e 136 del Documento finale del Sinodo, i più propositivi (si veda il riquadro), concludendo con un richiamo alla realtà: la liturgia è un tutto, in cui la cura dei canti non può disgiungersi da quella per l’ambiente in cui si celebra.
E il fatto che i giovani, per la stragrande maggioranza, siano estranei alla liturgia, per quanto in gradi diversi, non significa che essi siano indifferenti alla fede o alle sue espressioni rituali, come dimostra ad esempio la massiccia partecipazione ai funerali di coetanei.
Gianotti conclude con un interrogativo: esiste, in definitiva, una problematica specifica giovanile o non è piuttosto in questione, per tutti (inclusi adulti e anziani), il rapporto complesso tra vita cristiana e liturgia?

Se non soluzioni, il resto della giornata offre comunque tanti elementi su cui riflettere, in due tavole rotonde: la prima più teorica, la seconda, pomeridiana, quasi laboratoriale. Entrambe seguite da grappoli di domande dei presenti, tra i quali anche alcuni sacerdoti diocesani.
Don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la Pastorale Giovanile della CEI, mette via l’intervento preparato per prelevare aneddoti dalla sua esperienza: ricorda come i trecento giovani che da tutto il mondo hanno preso parte all’assemblea pre-sinodale hanno messo sotto accusa soprattutto la predicazione, giudicata spesso scollegata dalla vita.
Quanto ai canti, secondo il presbitero di origine bergamasca, professo tifoso dell’Atalanta, la mancanza della Parola di Dio nei testi rappresenta una deriva.

Inoltre l’Italia è “lunga”; nel Mezzogiorno ad esempio spopola il repertorio del Rinnovamento nello Spirito: e basta leggere i commenti ai video dei canti su YouTube per cogliere come a farla da padrona sia la ricerca di un certo intimismo.
Interessante anche vedere come sia cambiato il significato della musica: da forma di protesta (Messa beat) a strumento aggregativo (il canzoniere del gruppo), da espressione connaturata al musical e al cinema (“Forza venite gente”) a esperienza solitaria (telefonino, cuffie e playlist preferita). La liturgia è invece fatta di relazioni; per questo, il consiglio di don Michele, va sempre preparata, il che non vuole dire che tutto debba essere commentato, almeno durante il suo svolgimento: i gesti non andrebbero spiegati!

Don Paolo Tomatis, responsabile della pastorale liturgica dell’Arcidiocesi di Torino, sembra concordare con Gianotti quando guarda il discorso della liturgia al di là dei soli giovani, per allargarlo agli adulti. Lo fa sulla scorta della scuola torinese (che preferisce una liturgia “giovanile” per tutti), dell’esperienza dei liturgisti francesi e dell’insegnamento di Romano Guardini, per cui quella dei giovani non è una categoria sociologica, ma dello spirito.
La comunità cristiana deve saper accogliere l’apporto specifico dei giovani alla liturgia (“Non sono solo manodopera”), mentre capita che a indirizzarla siano “ex finti giovani” che rincorrono le tendenze discografiche.

I passi da compiere? Secondo don Paolo si possono riprendere dalla Amoris laetitia: accompagnare i giovani (con proposte graduali, senza che la liturgia ne sia “sequestrata”), discernere e integrare, tenendo assieme la coordinata verticale del Mistero con la dimensione orizzontale dell’assemblea, nella giusta considerazione per testo, rito, ritmo, melodia e armonia.

Don Claudio Burgio è il direttore della Cappella Musicale del Duomo di Milano (di fatto i “pueri cantores”) e lavora musicalmente con gli adolescenti del carcere minorile. Molti giovani – secca la sua analisi – si sono allontanati per noia dalla liturgia.
È il rapporto stesso con il sacro a perdersi, mentre tutto diventa “psicologico”. Le cause? La dittatura del profitto (conta solo il numero di visualizzazioni di un brano), la cultura tecnocratica (tutto a portata di clic), la solitudine e una sorta di emotività compulsiva.

Ciononostante la liturgia può educare alla fede, evitando i rischi dell’astratto razionalismo come del devozionismo emotivo.
È la bellezza che apre (anche i giovani) alle domande, mentre la sciatteria le spegne. Dunque nel cristianesimo, che si è sviluppato intorno ai trascendentali del Verum (modello noetico) e del Bonum (modello etico), musica e liturgia possono costruire il Pulchrum (modello estetico). Fra i criteri indicati da don Burgio, curare l’intelligibilità del testo, restare aperti al confronto con la cultura contemporanea, affidarsi a maestri adulti formati per l’animazione liturgica, in dialogo anche con il mondo accademico.

Dopo la pausa pranzo sono i compositori a prendere la parola, nel confronto moderato da don Matteo Bondavalli, responsabile diocesano per la musica sacra. Don Pierangelo Ruaro (Ufficio Liturgico di Vicenza), Francesco Meneghello (insegnante di scuola primaria) e Francesco Lombardi (medico) catturano l’uditorio con il racconto degli incontri che hanno instradato la loro vita nel servizio alla musica liturgica.
Le conversazioni sono alternate dalle prove di alcuni brani, accompagnati da tastiera e chitarra, di cui i convegnisti trovano lo spartito nella loro cartellina.

Alcuni, come “Canto del cammino” (testo e musica di Ruaro, elaborazione per coro di Meneghello), sono stati propiziati da un’esperienza personale: nello specifico, il distacco del parroco don Pierangelo dalla sua “storica” comunità, prima di essere trasferito ad altro incarico.
Altri canti – “Dove abiti”, “L’ora decima” e “Proteggi tu il mio cammino” – sono stati composti l’anno scorso per l’incontro dei giovani italiani con Papa Francesco, l’evento che – come ha sottolineato all’inizio della giornata il direttore IDML Giovanni Mareggini – trova il suo completamento nel convegno odierno.

Tutti i pezzi, già noti o appena imparati, confluiscono nel momento di preghiera conclusivo, nella chiesa abbaziale di Marola. Un’assemblea particolarmente unita e motivata. Magari fosse sempre così!
E chi ancora dubitasse che il canto liturgico serva “per fare esperienza di Dio”, come recita il titolo dell’iniziativa, può trovare risposta in queste parole di sant’Agostino (Confessioni, 33,50): “Quando mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi della mia fede riconquistata, e alla commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica”.

Edoardo Tincani

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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