Moda mare. Ma la spiaggia dov’è?

Stampa articolo Stampa articolo

Da La Libertà del 26 giugno

L’estate sembra essere finalmente arrivata. Dopo un mese di maggio oltremodo piovoso, che pareva avere scoraggiato persino i più ostinati gitanti del fine settimana, per non parlare degli eterni vacanzieri, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, ecco le belle, calde giornate, che ci avvicinano alle località di villeggiatura, se non di fatto, almeno nel clima. Ed è qui forse il problema, perché la maggior parte della gente, colta quasi d’improvviso dall’aumento della temperatura, è passata dalla trapunta al pareo in un baleno.
Gli italiani sono gente in gamba, non si lasciano certo sgomentare da simili avversità e, come gli Avengers pronti per l’ultima, decisiva battaglia, si sono schierati davanti ai loro capienti armadi e ne hanno tratto i mezzi più idonei a fronteggiare l’armata del caldo. Il risultato è stato vincente: adeguatamente abbigliati, hanno affrontato il nemico con il sorriso sulle labbra e gli occhiali scuri sugli occhi. Cercando la spiaggia più vicina dove sfoggiare le loro tenute, si aggirano per le vie cittadine, si insinuano negli uffici e nei negozi, ma il sole ha fatto prendere loro un abbaglio: la spiaggia non c’è, né quella nostrana di Riccione, né quella esotica di Portorico.

Siamo qui, nelle nostre più o meno ridenti cittadine, ed ecco allora che forse dobbiamo rivedere qualcosa, perché se è accettabile che si indossi il prendisole per andare in spiaggia, non lo è per andare in chiesa o in ufficio, né fino all’altro giorno a scuola. Grandi e piccini si aggirano felici, vestiti di intenzioni, ma privi di stoffa sufficiente a coprire un puffo. Tra canottiere da naufrago, calzoncini e gonne super-mini, infradito e ciabatte sfascia-piede pare davvero di essere stati catapultati in uno stabilimento balneare. Qualche venditore ambulante si trova ormai dappertutto, quindi ci manca soltanto il ragazzotto abbronzato e piacente che distribuisce il ‘cocco bello’ e la scena è completa.

Mi si dirà che sono eccessiva, esagerata, che è normale scoprirsi quando fa caldo (certo, basta guardare l’abbigliamento osé dei beduini, che di escursione termica qualcosa si intendono), mi si obietterà che è la malizia altrui a vedere o pensare male, ma qui non si tratta di malignità, bensì di salute, comodità e, perché no, estetica. Esporre la pelle al sole, specie bruscamente e continuamente, per quanto abuso di creme si possa fare, è nocivo e il danno non si limita certo ad eritemi ed irritazioni. Costringere il corpo in abiti di due taglie più piccole non solo fa credere a chiunque di essere in sovrappeso, ma lo soffoca e gli impedisce i movimenti. Anche in questo caso, purtroppo, sono spesso le donne ad avere la peggio, stritolate in abiti attillatissimi, che non lasciano respirare. Infine c’è l’estetica, intesa come studio dell’armonia e buon gusto: a vedere ovunque esposizioni di carne di colorazioni differenti sembra di oscillare tra una macelleria e una grigliata.

L’abbigliamento parla di noi, del nostro modo di essere nei confronti degli altri e del mondo. Benché bersagliati da mode indegne e da gusti insulsi, che esaltano l’apparire scoprendolo e mortificano l’essere coprendolo, scegliamo di indossare ciò che ci sta bene perché ci fa stare bene davvero, rispettando noi stessi, gli altri e i diversi luoghi in cui ci troviamo, poiché la chiesa non è il bar, il teatro non è il parco. La bellezza nasce dalla varietà, indossare abiti diversi e appropriati vuol dire saper stare al mondo.

Non è un caso che ABITUDINE ed ABITO abbiano la stessa radice: una buona abitudine, come un abito buono, ci aiutano a vivere meglio.
Quest’estate, perciò, non cerchiamo solo la spiaggia. Ci sono tanti altri luoghi che meritano di essere visitati, con l’abito adatto, s’intende.

Mariacristina Nasi

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

Lascia un commento