Porti aperti alle armi e chiusi alle persone?

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Maurizio Simoncelli (Archivio Disarmo): «è solo questione di volontà politica

Aprire i porti alle persone, chiuderli alle navi che trasportano armi: si può sintetizzare così il monito di Papa Francesco, durante il discorso ai membri della Roaco (Riunione delle Opere di Aiuto alle Chiese Orientali). Il pensiero va alla situazione italiana (i porti chiusi alle Ong che salvano i migranti) ma anche ad un caso internazionale recentemente assurto agli onori delle cronache: la mobilitazione delle società civili di diversi Paesi europei e poi dei portuali di Genova, contro la nave saudita Bahri Yanbuc, destinata a caricare armi che rischiano di essere impiegate nel conflitto in Yemen.
La nave proveniva dagli Usa, poi ha fatto altri carichi di armi nel nord Europa tra le proteste delle società civili locali, per proseguire verso l’Arabia Saudita. L’Arabia Saudita è a capo di una coalizione implicata nella guerra in Yemen, una delle peggiori crisi umanitarie di questi tempi. In Italia la legge 185/90 vieta espressamente di vendere armi a Paesi in guerra, come previsto anche nel Trattato internazionale sul commercio delle armi (Att) ratificato dal nostro Paese. La Bahri Yanbuc ha poi caricato a Cagliari, in totale segretezza e impiegando personale privato, quattro container di bombe prodotte dalla Rwm Italia, l’azienda con sede a Ghedi, Brescia, e stabilimento a Domusnovas in Sardegna. Secondo i dati della Relazione al Parlamento pubblicata nel maggio 2019 il 72,8% dell’export di armi italiano è destinato a Paesi che non fanno parte del blocco euro-atlantico (quindi extra-Ue ed extra-Nato). Nel 2018 i primi quattro Paesi importatori di armi dall’Italia sono stati il Qatar (1,923 miliardi di euro), il Pakistan (682,9 milioni), la Turchia (362,3 milioni), gli Emirati Arabi Uniti (220,3 milioni). Nel complesso, le autorizzazioni per le esportazioni destinate ai Paesi dell’area mediorientale e nordafricana è stato di 2.306.818.566 euro, contro i 4.641.778.539 registrati nel 2017. Vi è stato dunque un calo del 50,3%. A livello mondiale l’Italia è tra i primi dieci Paesi esportatori di armi. La parte del leone spetta a Stati Uniti (36%), Russia, Francia, Germania e Cina, che coprono i tre quarti del mercato internazionale. Ne abbiamo parlato con Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo, da anni in prima linea nel contrasto alla produzione e commercio di armi.
Recentemente si è costituito un coordinamento informale tra varie organizzazioni, tra cui Amnesty international, Oxfam Italia, Medici senza frontiere, Movimento dei Focolari Italia, Pax Christi Italia, Comitato per la riconversione RWM e il lavoro sostenibile, Fondazione Finanza Etica, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Save the Children Italia che sta cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema.

L’appello del Papa dà maggiore forza alla vostra azione civile?
è un appello che si basa su uno slogan che condividiamo totalmente: no porti chiusi alle persone, sì porti chiusi alle armi. Soprattutto perché l’Italia esporta i tre quarti delle sue armi ai Paesi che non appartengono alla Nato o all’Unione europea. E molti sono Paesi in situazione di instabilità o con regimi dittatoriali.
Circa la metà delle armi prodotte in Italia è diretta verso l’Asia e il Medio Oriente. Sappiamo anche che le armi vanno nel Paese limitrofo e poi da lì transitano verso le zone di conflitto. Non è casuale che, da quando sono scoppiate le “primavere arabe”, nei conflitti in Siria e in Libia siano state acquistate armi anche dall’Italia.

In occasione dell’arrivo a Genova della nave Bahri Yanbuc c’è stata addirittura una mobilitazione dei portuali di Genova. Un fatto nuovo e significativo?
Sì, finalmente, dopo tanti anni, c’è un’attenzione delle forze sindacali. Non va dimenticato che la nave si è diretta a Cagliari, dove ha caricato in totale segretezza e ad opera delle manovalanze che erano sulla nave, probabilmente bombe della RWM. Ma in quel caso i portuali sono stati esclusi, proprio per timore che potessero bloccare il carico.

Leggi tutto l’articolo di Patrizia Caiffa su La Libertà del 19 giugno

Pubblicato in Articoli, Slide, Società & Cultura

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