Lo spirito di don Pino ora è più forte

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Parole e opere di Maurizio Artale, direttore del Centro «Padre Nostro»

È stato il beato don Pino Puglisi il protagonista di domenica 9 giugno al Festincontro, con il suo coraggio e la sua passione. Ce li ha trasmessi con realismo e calore Maurizio Artale, direttore del Centro “Padre Nostro” di Palermo che lo stesso Puglisi aveva aperto. Come ha sottolineato il giornalista Umberto Folena, conduttore della serata, “sono sempre più difficili le occasioni per fare memoria. Questa è una di quelle. Come ha detto Gesù, non ricordatevi di me ma fate memoria di me”.
Tantissime le persone accorse con il desiderio di fare memoria di questo sacerdote, così lontano geograficamente ma il cui esempio scalda i nostri cuori e ci mette in discussione.

Come è successo ai confratelli di padre Pino: “Dopo l’omicidio di Puglisi, tutti i preti giù dalle nostre parti dovettero fare una scelta, si chiesero se dovevano essere preti tiepidi, oppure schierati come lui, perché questo voleva dire farsi ammazzare”. Lui invece, Maurizio, dopo l’omicidio di don Puglisi “da buon siciliano” sospettava che sotto sotto qualcosa di sbagliato questo prete l’avesse combinato, e si recò a Brancaccio per diffidenza.
Da allora, non è ancora andato via: ora dirige il Centro “Padre Nostro”, che ogni giorno si occupa di educazione, formazione, assistenza sanitaria, giuridica, lavorativa, con progetti che vanno dai più piccoli fino agli anziani.

Una fonte di bene continua in questo quartiere in cui ai tempi di don Pino l’acqua non arrivava neanche in tutte le case e la scuola era inesistente. “Diceva sempre che a Brancaccio si faceva prima a dire quello che c’era, perché non c’era niente”. Da qui il sogno di aprire un “centro sociale”, staccato dalla parrocchia perché tutti si potessero sentire accolti. Dove mettere prima l’attenzione alla persona umana, alla sua dignità, e solo dopo fare una proposta di fede. Un’alternativa all’unica prospettiva della tutela mafiosa. “Voi pensate alla mafia sempre come una realtà negativa. Il pizzo, per esempio. Ma grazie al pizzo la mafia manteneva le tante famiglie mentre i boss erano in prigione. Chi risolveva i problemi a Brancaccio era solo la mafia”.

Leggi tutto l’articolo di Elena Oleari su La Libertà del 19 giugno

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