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La vita di Giuliano Razzoli: l’oro olimpico e l’abitudine a cadere

“Quando hai un obiettivo a cui tendere, le rinunce non sono più rinunce, fanno parte del percorso che hai deciso di intraprendere”: parla con voce calma, Giuliano Razzoli, in questa gradevole sera d’estate, il 10 giugno. è l’ora del tramonto e l’arena del Parco Cervi si riempie di persone un po’ di tutti i tipi: giovani, curiosi, fan, sciatori in attività e… in pensione.
Sono tutti qui per ascoltare lui, il Razzo, capace di imprese olimpioniche, medaglia d’oro a Vancouver. Giuliano è lì, fisico scultoreo, che risponde con semplicità informale alle domande incalzanti della giornalista Stefania Bondavalli. Che ovviamente lo riporta con la memoria ai momenti precedenti alla “gara della vita”, quel giorno del 2010 in Canada.

“Mi ricordo tutto di quel giorno”, attacca Razzoli, “c’era un’elettricità particolare nell’aria, si sentiva che c’era qualcosa di più in gioco. Venivamo da giorni pieni di polemiche e aspettative perché l’Italia vinceva poco… ma io volevo quella medaglia d’oro, sapevo di poterla vincere e questo mi ha tolto tutti i pensieri. Stare lì davanti al cancelletto è il momento forse più bello di una gara, perché in quel momento ti lasci tutto alle spalle e pensi solo a sciare”.

Poi l’arrivo, l’esultanza del fan club, gli occhi al tabellone e un sogno che diventa realtà: primo posto! E poi la festa, che dall’Appennino ha investito tutta la provincia di Reggio Emilia e poi tutt’Italia.
E dopo, cos’è successo?
“La mia vita non è stata stravolta perché ho continuato a fare quello che facevo; alcuni sport, come il mio, aiutano a non montarsi la testa. Lo sci era la mia vita e lo è rimasta”.

Leggi tutto l’articolo di Elena Oleari su La Libertà del 19 giugno

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