Il bullismo nel tempo

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Le origini del bullismo giovanile attuale si trovano nel servizio di leva: le giovani reclute, che progressivamente arrivavano ai reparti, onde sostituire i dismessi, venivano accolte dagli anziani, di prossima partenza, in un modo che definire cameratoso sarebbe ottimistico. Diciamo che si trattava di insegnare loro, ancor più che dai sergenti a ciò preposti, in che cosa consistessero l’obbedienza e la disciplina militare. Anzitutto si desiderava approfittare delle cose buone che il soggetto aveva con sé, poi si scaricavano a lui servizi che, a rigore, non gli spettavano, od erano del tutto superflui; infine, specialmente nei reparti scelti (bersaglieri, alpini, paracadutisti), lo si sottoponeva a prove fisiche, che hanno anche fatto versare sangue. Per esempio le cosiddette “Tre Cime di Lavaredo” erano comuni tra gli alpini. Si trattava di sdraiarsi per terra, a torso nudo, con la schiena appoggiata al pomolo di ferro dell’otturatore del fucile mod. 91 e stringendo fra i piedi nudi la relativa baionetta sguainata: la punta contro un piede, a scelta, l’estremità del manico contro l’altro. Poi si dovevano sollevare le gambe, ruotando sulle anche, per quanto possibile, per ben tre volte (come le Cime). è facile immaginare il dolore della vertebra contro il pomolo, del piede contro la punta e della faccia, se la baionetta vi cadeva. Ma il tutto veniva fatto passare come una prova inevitabile di virilità.

è molto probabile che cose di simile natura, ma di ben minor gravità, abbiano cominciato a penetrare a scuola, all’epoca fascista, tramite la militarizzazione della Gioventù Italiana del Littorio. Nelle aule trovò facile esca la derisione dei soggetti meno atti ai corsi impartitivi e – poiché la minor attitudine derivava, per lo più, da insufficiente istruzione dalla famiglia – finì che erano maggiormente soggetti a bullismo i ragazzi delle classi umili, allora ben più identificabili di oggi, a causa della stratificazione dominante.

Il peggior esempio che ricordo è di un giovane timido, mite, senza alcuna reazione di difesa, benché figlio di funzionario statale. Si arrivò a spargere di colla a presa rapida il sedile del suo banco, per cui, quando dovette alzarsi, si trovò davanti ad una scelta: o togliersi i pantaloni o lacerarli: questo in una classe mista! Il bullismo contro di lui continuò anche quando divenne medico. A fine giornata – uscendo assieme agli ultimi due clienti, dal suo studio, in camice bianco – fu sorpreso da un ex compagno di liceo, che passava di lì in bicicletta. Questi si fermò e, con riferimento, all’abito gli chiese: “Et mes so ’na buteiga da barber?” (Hai aperto una bottega da barbiere?). Un’altra volta, al pronto soccorso dell’ospedale, si presentò un ex compagno, che si dilettava di pesca, con un amo piantato nel labbro inferiore; infortunio capitato nello stringere, coll’uso dei denti, un nodo un po’ corto. 

Leggi tutto l’articolo di Giorgio Ferrari su La Libertà del 12 giugno

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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