Una strada di amore e di dolore

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L’omelia del Vescovo in memoria della Serva di Dio Tilde Manzotti

Giovedì 6 giugno, nella cripta della Cattedrale di Reggio Emilia, il vescovo Massimo ha presieduto la Messa in memoria della Serva di Dio Tilde Manzotti (Reggio Emilia, 28 maggio 1915; Paterno di Pelago, Firenze, 3 ottobre 1939) nell’anniversario del suo Battesimo. Concelebravano don Alessandro Andreini della Comunità di San Leolino, il parroco della Cattedrale don Daniele Casini e diversi altri sacerdoti reggiano-guastallesi. Pubblichiamo, di seguito, l’omelia del Vescovo. Le foto sono di Giuseppe Maria Codazzi. Prossimamente su queste pagine daremo conto dell’incontro di aggiornamento sulla causa di beatificazione e canonizzazione, tenuto al termine dell’Eucarestia dal postulatore, il domenicano padre Gianni Festa.

Cari fratelli e sorelle,
104 anni fa, nel 1915, proprio in questo giorno, la Serva di Dio Tilde Manzotti riceveva il Sacramento del Battesimo nel Battistero di questa nostra cattedrale, poco lontano da qui. Sono felice di poter celebrare con voi la Santa Messa, in ricordo di questa donna che rappresenta un esempio luminoso ed eroico di testimonianza della fede per la nostra città e la Diocesi. Saluto padre Gianni Festa, op, Postulatore della Causa di Canonizzazione di Tilde; don Alessandro Andreini della Comunità di San Leolino e collaboratore esterno alla Causa; Fabiana Guerra, coordinatrice del “Gruppo Amici di Tilde” a Reggio Emilia; e tutti voi qui presenti, che in vario modo siete legati alla figura di Tilde Manzotti o che desiderate conoscerla più da vicino.

La vita di Tilde, lo sappiamo, fu molto breve: ella morì a soli 24 anni, la stessa età di Santa Teresa di Lisieux. Uno spazio di tempo molto piccolo, ma estremamente ricco, intenso, e soprattutto fecondo. La sua vicenda umana fu segnata da tanto dolore, sia fisico che spirituale. Aveva solamente 15 anni quando cominciarono a manifestarsi nel suo corpo i primi sintomi della tubercolosi polmonare, malattia che, negli anni Trenta, lasciava ben poche speranze, e che l’avrebbe condotta alla morte nove anni più tardi. Giovanissima, Tilde dovette abbandonare i suoi studi e cambiare radicalmente i suoi progetti. Fu costretta a lunghi periodi di convalescenza in luoghi salubri dell’Appennino tosco-emiliano, e fu proprio qui che avvennero gli incontri decisivi, quelli che trasformarono completamente la sua fede e la sua vita.

Penso soprattutto al suo rapporto con il domenicano Antonio Lupi, all’epoca non ancora sacerdote, e con tante suore domenicane, alle quali ella avrebbe voluto unirsi. Il suo desiderio di consacrazione e di apostolato non trovò compimento nelle forme “canoniche” da lei immaginate. Poté entrare a far parte della famiglia domenicana unicamente in qualità di terziaria. La sua vita fiorì per altre strade. “Ho trovato attraverso la strada del dolore, la mia via” (Tilde Manzotti, Lettera a Saffo, 4 marzo 1939, Firenze), scrisse Tilde all’amica reggiana Saffo nel marzo 1939, pochi mesi prima della sua morte.

Leggi il testo integrale dell’omelia pronunciata dal vescovo Camisasca su La Libertà del 12 giugno

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