L’omelia di Camisasca nell’inizio del processo di beatificazione di Enzo Piccinini

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Pubblichiamo l’Omelia nella VI domenica di Pasqua, in occasione del XX anniversario del dies natilis di Enzo Piccinini, e nell’inizio del processo di beatificazione e canonizzazione pronunciata dal vescovo Massimo Camisasca.

La Messa è stata presieduta nella Cattedrale di Modena dall’arcivescovo di Modena-Nonantola Erio Castellucci. (qui tutte le foto)

Cari fratelli e sorelle,

il mio saluto affettuoso va a tutti voi che partecipate a questa liturgia del tempo di Pasqua. Oggi ricordiamo il XX anniversario del dies natalis di Enzo Piccinini, e soprattutto viviamo il momento festoso in cui ha inizio il suo processo di beatificazione e canonizzazione. È bello che questa celebrazione si svolga nella magnifica cattedrale di Modena, che sempre mi commuove e mi immerge nella profondità della fede che l’ha generata.

Lasciate che per primo ringrazi e saluti il vostro Arcivescovo, mons. Erio Castellucci, che mi ha invitato a concelebrare e a parlare. Egli è il mio metropolita e un mio carissimo amico. Assieme ai presbiteri e ai diaconi, il mio saluto deferente va alle autorità qui presenti, di ogni ordine e grado. Ma in modo particolare desidero unirmi in preghiera alla moglie di Enzo Piccinini, Fiorisa, ai suoi figli Chiara, Maria, Pietro a Anna Rita, ai suoi fratelli e sorelle, e a tutti i suoi famigliari. Tra di essi mi è caro ricordare suor Chiara, trappista in Venezuela, segnata da una grave malattia. A questa santa messa sappiamo che sono presenti anche gli angeli e i santi, e quindi anche coloro che sono lontani e hanno già raggiunto la Patria celeste: il papà e la mamma di Enzo, la sorella Giuliana e il fratello Sergio.

Don Giussani, nei primissimi anni del mio sacerdozio, aveva desiderato che stessi accanto ad Enzo. Aveva iniziato anche una serie di colloqui con il vescovo di questa diocesi, affinché ciò potesse accadere. Poi le cose andarono diversamente. Ma il Signore ha voluto che, in questa parte finale della mia esistenza, io fossi vescovo di Reggio Emilia. Ho potuto così ritrovare le radici famigliari ed ecclesiali della vita di Enzo; guidando la mia diocesi, ho inoltre l’opportunità di immergermi continuamente in quell’ambiente e in quella storia che ha segnato e segna la terra da cui lui ha spiccato il volo.

La liturgia di questa domenica ci presenta, attraverso un brano luminosissimo dell’Apocalisse, la Chiesa che scende dall’alto, cioè da Dio, costruita sul fondamento degli apostoli e piena di luce e di colore, di gioia e di festa (Ap 21,10-14.22-23). La Gerusalemme Celeste non ha bisogno di nulla di esterno ad essa, perché è abitata interamente dalla Gloria di Dio e dall’Agnello, che la illuminano e le danno vita (cf. Ap 21,23). La Chiesa nasce dall’alto. Questa è la prima, impressionante riflessione che desidero compiere con voi a riguardo della vita di Enzo. Egli è stato un uomo “preso”, raggiunto dall’alto, da Dio. Per chi lo accostava era evidente che egli era un uomo abitato da qualcosa o da qualcuno che era lui e non era lui. Da qualcuno più grande di lui, da un avvenimento arrivato alla sua vita attraverso don Giussani. L’incontro con Cristo l’aveva cambiato totalmente, non perché avesse cambiato la sua personalità, al contrario!, ma perché aveva cambiato stabilmente gli orizzonti verso i quali egli indirizzava il suo temperamento passionale, energico, indomito.

Enzo era un uomo conquistato da Cristo, e aveva deciso di non sottrarsi mai a questa “prigionia”, perché essa lo rendeva libero. La totalità radicale del suo riferimento a Cristo si esprimeva in mille modi: nella cura dei particolari, nella scelta dei canti, nel gusto dello stare assieme, del mangiare e bere, nelle gite. Una passione trascinante che ha portato centinaia e centinaia di ragazzi e di giovani a cambiare completamente la loro vita, per aprirsi a Cristo presente, in una compagnia di amici molto carnale, e nello stesso tempo misteriosamente aperta a una Presenza cercata, invocata e riconosciuta. Quella compagnia aveva il nome di tante comunità di Comunione e Liberazione, molte delle quali sono state segnate indelebilmente dall’incontro con lui.

Come hanno potuto convivere in una sola persona questa moltitudine di rapporti, una passione evangelizzatrice instancabile, le varie responsabilità nella guida delle comunità, la professione di medico mirabilmente esercitata, la dedizione amorevole a tanti malati, lo studio e la ricerca? Soltanto chi gli è stato particolarmente vicino può, forse, rivelare il segreto. A me la vita di Enzo sembrava una vita impossibile, come due, tre, quattro vite messe assieme, con un’intensità bruciante, che quasi mi spaventava.

Don Giussani, immediatamente dopo la scomparsa del nostro amico, ha parlato di lui come di un uomo che ha detto “il suo sì a Cristo con una stupefacente dedizione, intelligente e integrale […] e ha reso la sua vita tutta tesa a Cristo e alla sua Chiesa […]. Non c’era più giorno che non cercasse in ogni modo la gloria umana di Cristo”. Enzo fu un conquistato e diventò un conquistatore. Chi è assimilato, in un modo o in un altro, alla vicenda di Cristo, diventa sempre, pur in forme diverse, un creatore di popolo. Enzo creò un popolo dentro il popolo della Chiesa, allargandone così gli spazi attraverso il dono di nuovi figli, persone chiamate a loro volta non alla semplice ripetizione di una tradizione ricevuta, ma alla riscoperta continua e sempre più profonda del dono che è stato fatto loro. Invochiamo dal Signore la grazia che i numerosissimi semi deposti nella terra, nella breve e feconda maturità di Enzo, portino frutti sempre nuovi, e soprattutto rigenerino il Corpo della Chiesa, permettendo così a tante persone la scoperta della comunità cristiana come luogo luminoso, attraente, carico di un’intensità di vita inimmaginabile, eppure segretamente desiderata.

Vent’anni fa, il giorno successivo alla morte di Enzo, nell’omelia che ho tenuto presso la Casa di Formazione della Fraternità San Carlo a Roma, mi interrogavo sul significato misterioso della sua scomparsa, del modo e del momento in cui essa è avvenuta. Mi venne alla mente un’immagine, che voglio condividere con voi questa sera. Dio a volte si comporta come l’allenatore di una squadra di calcio, che fa uscire dal campo il giocatore migliore prima della fine della partita, affinché egli possa ricevere la standing ovation da tutto lo stadio. Il Signore, nell’imperscrutabilità del suo disegno, sottraendoci Enzo prima del tempo, ha voluto che egli diventasse per noi un esempio, un segno, che egli fosse notato. Questa sera la sua vita e la sua testimonianza sono più luminose di allora.

Chiediamo alla Madonna che aiuti ciascuno di noi a compiere la volontà di Dio nella nostra vita, con quella stessa letizia e con quella determinazione che ha contraddistinto la vita di Enzo. Amen.

+ Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla

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