Il gioco più bello del mondo

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“Tanti definiscono il calcio come il gioco più bello del mondo, io penso lo stesso”. Questa è la frase pronunciata da un certo Francesco, che di mestiere non fa né il mister né il calciatore, ma fa il Papa e l’ha detta in occasione dell’evento “Il calcio che amiamo” organizzato dalla Gazzetta dello Sport con la Santa Sede. (qui tutto l’intervento)

Il Pontefice poi prosegue: mi fa tornare alla mente ciò che amava ripetere ai suoi educatori San Giovanni Bosco, l’inventore degli oratori: “Volete i ragazzi? Buttate in aria un pallone e prima che tocchi terra vedrete quanti si saranno avvicinati!”.
Lo sport è una grande occasione per imparare a dare il meglio di sé, con sacrificio e impegno, ma soprattutto non da soli. Sentite bene questo: lo sport, non da soli. Viviamo in un tempo in cui, grazie anche alla presenza massiccia delle nuove tecnologie, è facile isolarsi, creare legami virtuali con tanti ma a distanza. Legami, ma da soli. Il bello di giocare con un pallone è di poterlo fare insieme ad altri, passandoselo in mezzo a un campo, imparando a costruire azioni di gioco, affiatandosi come squadra…

Dell’intervento di Papa Francesco mia ha colpito una parola in particolare: “reali”.
Proprio nell’ultimo allenamento ai miei Allievi ho chiesto perché ho vietato l’utilizzo del telefono nello spogliatoio. Silenzio e facce interrogative mi scrutavano.
Il mio intento è stato quello di togliere ai ragazzi la loro realtà tascabile, a portata di smartphone, almeno nel tempo dedicato all’allenamento e a maggior ragione alla partita.

Lo spogliatoio per una squadra deve diventare un “luogo sacro”. Fatto di persone vere, in carne ed ossa, e quindi reali. Dove non esiste altro se non lo stare insieme, condividere una passione, lottare con determinazione per vincere una partita o consolarsi a vicenda dopo una sconfitta. Lo spogliatoio è dove la squadra diventa famiglia, dove ognuno si affida all’altro. Addirittura è il luogo in cui bisognerebbe custodire gelosamente ciò che viene detto e fatto. Ma oramai siamo talmente abituati a cinguettare a tutti cosa facciamo, cosa pensiamo… come se postare fosse diventata una necessità.

È quello che la mentalità d’oggi vuole: dire al mondo ciò che si fa, ma lo si fa da soli e peggio, solo per se stessi.
Ma nella realtà (non virtuale) e soprattutto per una squadra di calcio non è affatto così. Ognuno poggia sul compagno: ognuno deve potersi affidare all’altro. Guardarsi negli occhi senza il filtro di uno schermo è il gesto che più di ogni altro sancisce l’unione tra persone.

E a noi adulti, ancora una volta, è data l’occasione più bella: trasmettere ai giovani qualcosa che possa rimanere indelebile dentro di loro.

“E voi allenatori avete un ruolo importante: siete dei punti di riferimento autorevoli per i ragazzi che allenate. Con voi passano tanto tempo. Qualcuno ha detto che camminava in punta di piedi sul campo per non calpestare i sogni sacri dei ragazzi. Vi chiedo di non trasformare i sogni dei vostri ragazzi in facili illusioni destinate a scontrarsi presto con i limiti della realtà; a non opprimere la loro vita con forme di ricatto che bloccano la loro libertà e fantasia; a non insegnare scorciatoie che portano solo a perdersi nel labirinto della vita. Possiate invece essere sempre complici del sorriso dei vostri atleti! È bello questo: essere complice del sorriso dei nostri atleti”.

Non esiste cosa migliore del vedere il sorriso dei propri ragazzi o sentire gli schiamazzi di gioia di quelle piccole pesti che sono i 2012. Così come è sempre significativo vedere la loro sensibilità dopo una sconfitta, vedere la loro inconsapevolezza che proprio da quella delusione inizierà a prendere forma gli uomini che diventeranno un domani.

Perché ogni volta che i tuoi ragazzi ti trasmettono un’emozione, capisci davvero che questo è il gioco più bello del mondo.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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