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La Varana e quel ponte verso la felicità

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Non poteva essere chiamata canale perché era troppo stretta e poco profonda, non era un fossato perché troppo larga. La Varana era un canaletto di scolo che passava a fianco della casa dividendo l’area cortiliva dai campi coltivati, proseguendo anche oltre per tutta la larghezza del podere. Era costeggiata da alcuni alti pioppi, salici e ultima, verso il confine, una grande quercia, che produceva una gran quantità di ghiande, per soddisfare la golosità dei maiali quando uscivano al pascolo. Attraeva la mia curiosità di bambino l’intrico delle radici di varie dimensioni messe a nudo lungo le ripide sponde dal flusso della corrente, anche se l’acqua vi scorreva abbondante soltanto in autunno ed a primavera con il disgelo, quando lungo le sue rive spuntava una quantità infinita di viole.

Ma quello che suscitava in me una certa inquietudine era l’aspetto che aveva la Varana prima di attraversare i nostri campi e anche, per un lungo tratto, dopo averli attraversati.
A monte il corso d’acqua praticamente non si vedeva, coperto com’era su entrambe le sponde da due fittissime siepi che di fatto costituivano un’unica macchia verde, non essendo sottoposte a nessun intervento di potatura. A valle il corso d’acqua delimitava a destra un campo coltivato solcato da vecchi filari di viti maritate all’olmo, le cosiddette piantate, che in quegli anni caratterizzavano il paesaggio reggiano, mentre sull’altro lato si sviluppava una fitta fascia di verde di alberi di alto fusto e grandi cespugli cresciuti negli anni liberamente che, con i rami più bassi, costituivano una lunghissima volta verde sul canaletto per tutta la sua lunghezza, nascondendolo alla vista.

Leggi tutto l’articolo di Giuliano Lusetti su La Libertà dell’8 maggio

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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