La luce alle spalle

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Diresti che non sono assennato, se appunto io combattessi contro di te a causa di fragili uomini, i quali ora raggiungono il proprio rigoglio come le foglie e si nutrono dei frutti della terra, ora poi periscono inanimati. Ordunque, lasciamo al più presto la battaglia; essi poi si combattano per conto loro”. Così, nel Libro XXI dell’Iliade (462-467), Apollo replica a Poseidone che sta cercando di convincerlo a sostenere gli Achei nella loro guerra contro i Troiani. Gli uomini sono i mortali: e di ogni vivente condividono il destino di annientamento. La loro esistenza è così insignificante da non valere l’attenzione degli dei immortali. Il perire di re e guerrieri a centinaia negli orrori della guerra non differisce, agli occhi del fulgido Apollo, dalla sorte delle formiche calpestate o dal marcire delle foglie autunnali.

C’è qui un modo tipicamente greco di accostarsi alla condizione umana. Gli uomini possono sì rivolgersi agli dei, ma questi ultimi conservano, nella loro immortalità, vizi e manchevolezze. Il loro favore per l’uno o l’altro essere umano è arbitrario, mutevole e capriccioso (come la preferenza per Troia da parte di Apollo, che in definitiva preferirebbe lasciare indistintamente entrambi gli schieramenti al proprio destino). E nemmeno un dio può liberarsi del giogo inesorabile e impersonale del Fato, al quale tutto è sottomesso. Nessuno, quindi, può rendere ragione agli uomini dell’appassire della loro vita. Anzi, il dono della ragione e della coscienza di sé rappresenta per l’uomo un privilegio solo apparente rispetto al resto della natura: è la radice della sua grandezza, ma costituisce anche il motivo per cui il presagio della sua mortalità lo accompagna sempre – anche nel fiore degli anni, anche nel pieno della salute – come una spina nella carne. Virtuoso è l’uomo che all’occorrenza affronta la morte senza indietreggiare, pur sapendo che questa spezzerà la sua esistenza per sempre – il corpo disfatto, lo spirito ridotto a ombra sbiadita confinata nella tenebrosa caligine dell’Ade. In questo orizzonte non c’è posto per la speranza, che è semplicemente un altro nome per l’inconsapevolezza del futuro.

Queste “vecchie storie” (come le definiscono i miei figli) mi riaffiorano alla mente nel bel mezzo di un seminario con un gruppo di studenti. Stiamo lavorando sul Proslogion di Anselmo d’Aosta (1077-78), celebre a motivo delle pagine nelle quali il santo filosofo propone l’unum argumentum, la “argomentazione decisiva” in ordine all’esistenza di Dio. Dopo un botta e risposta introduttivo ci concentriamo sul primo capitolo, consistente quasi per intero in una preghiera che Anselmo rivolge a Dio stesso affinché Egli lo illumini, guidi la sua mente, si lasci trovare.

Ed ecco l’imprevisto: un ragazzo sottolinea un passaggio che nella mia pianificazione era destinato a passare abbastanza inosservato. “Signore, essendo incurvato non posso guardare se non in basso; raddrizzami, affinché io possa mirare verso l’alto”. Mi sorprende soprattutto il suo commento, anche se ci allontana dalle intenzioni del testo e della lezione. “In certi momenti”, spiega, “mi ritrovo malinconico: guardo le cose e penso che è tutto fragile, anche la mia vita. Anche le cose più belle devono finire. È come un sottofondo continuo, anche quando sto facendo altro. Mi sento piegato in basso, come se avessi un peso sulle spalle. Ci vorrebbe un aiuto a scrollarsi di dosso il peso, a mirare in alto: penso che Anselmo d’Aosta stia chiedendo questo, cerca questo. Il fatto è che, anche se a volte sembra di riuscire ad alzare lo sguardo almeno per un attimo, il problema rimane”.

Un suo collega aggiunge prontamente: “Qui comunque sembra tutto più semplice: Anselmo è un monaco, per lui è più semplice. Non ha bisogno di farsi delle domande, ha la fede. Ha già tutte le risposte. Chi riesce a credere nell’aldilà ha una vita più tranquilla. Se però uno ci ragiona davvero vede che le cose sono molto diverse”.

La fine del tempo a disposizione ci costringe a rimandare la discussione. Rimugino tra me e me rientrando a casa. Mi colpiscono questi giovani, che spesso ragionano come se fossero poeti greci dell’oggi: così intelligenti e così colti, e al tempo stesso così affaticati dal limite dell’esistere che si annuncia anche tra le pieghe delle vite più belle. Rassegnati, anche: questo limite come ultima parola, ciascuno di noi consegnato a un fato capriccioso e insondabile.

Bisognerà aiutarli a dare una possibilità ad Anselmo, mi dico: ad ascoltare fino in fondo quel che ha da dire. Basta proseguire poche righe oltre il passaggio citato dal mio studente. “Mi sia permesso di guardare la tua luce anche se da lontano o dal profondo. Insegnami a cercarti e mostrati a me che ti cerco, poiché non posso cercarti, se tu non me lo insegni, e non posso trovarti, se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti, che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti”.

Qui si gioca tutto: possiamo liquidare questa implorazione come una graziosa preghiera di facciata, un’inserzione ornamentale. Un manierismo che non ci sorprende in un testo scritto da un monaco cristiano, il quale ai miei giovanotti sembrerebbe non doversi porre domande perché ha già tutte le risposte.

Oppure possiamo seguire l’intuizione che ha toccato quel ragazzo, che gli ha fatto intravedere qualcosa di sé in parole scritte quasi mille anni fa. Anselmo non sta rimuovendo l’inquietudine della domanda: semmai, sta scommettendo sul fatto che non sia vana. Ha senso chiedersi il perché delle cose, ha senso porre in questione l’apparente ineluttabilità dei duri fatti: non perché siamo in grado di trovare le risposte che ci occorrono né per uno sterile esercizio intellettualistico. Ha senso domandare perché c’è un Tu a cui rivolgersi, è questa la sfida che Anselmo ci porge. Un Tu che non rientra nell’orizzonte di ciò che possiamo manipolare e che non obbedisce ai nostri tentativi di addomesticamento. Così Altro da sopravanzare infinitamente la nostra capacità di comprensione, eppure così prossimo da poter essere chiamato in causa direttamente.

Mi sia permesso di guardare la tua luce”: abbiamo bisogno di questa implorazione, noi Omero del Duemila – così convinti per qualche misteriosa ragione che nostra sia l’ultima parola sul reale, anche se questa parola dovesse essere il nulla del non senso e della morte.

Anselmo è davvero un amico, questo bisognerà dire ai miei studenti: perché ci ribalta la prospettiva. E se l’ombra della caducità che si staglia davanti a noi fosse non il tessuto di cui è fatta la realtà, ma il segno della luce che splende alle nostre spalle? Come sarebbe prendere sul serio questa possibilità, almeno per un momento? Ammettere che il vertice della nostra capacità di domandare e ragionare non sia rappresentato dai risultati che costruiamo con le nostre forze (il significato che creiamo, le risposte che produciamo). Alzare gli occhi verso il Sole alla cui luce vediamo tutto. Una luce che ci precede, ci circonda, e fonda la nostra possibilità di vedere, comprendere, domandare, dandole senso; una luce alla quale possiamo dare del Tu. Che possiamo cercare, essendone cercati; che possiamo amare, essendo riamati.

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