L’amore come donazione di sé

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L’«esempio» della lavanda dei piedi e la realtà dell’Eucaristia

Pubblichiamo l’omelia del vescovo Massimo per la Messa “in Coena Domini”, presieduta la sera del 18 aprile (Giovedì santo) in Cattedrale.

Cari fratelli e sorelle,
con questa liturgia facciamo memoria della Cena prima della quale Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli e in cui istituì l’Eucaristia. I due eventi sono profondamente connessi tra loro. Entrambi dimostrano la grandezza e la concretezza dell’amore di Dio per l’uomo. Entrambi ci rivelano che l’amore è donazione di sé. Se la lavanda dei piedi è un esempio (cf. Gv 13,15), l’Eucaristia è una realtà, il dono della presenza di Cristo stesso, che dà vita e forma alla comunità cristiana e di cui la Chiesa è depositaria per tutto il tempo della storia.

Lavando i piedi dei suoi discepoli, Gesù compie un atto che era proprio dei servi. Egli depone le sue vesti (cf. Gv 13,4), cioè il segno della sua dignità, e si cinge di un asciugamano attorno alla vita (cf. Gv 13,4), come fosse un garzone qualsiasi. Per compiere il gesto della lavanda dei piedi, il Signore si inginocchia davanti ai Dodici (che dobbiamo immaginare seduti a mensa). Vorrei che contemplassimo in profondità questa immagine e che la lasciassimo entrare e sedimentare nel nostro cuore: Dio si inginocchia dinanzi all’uomo, e lo serve. Il Figlio di Dio fatto carne compie per i suoi amici il gesto più umile e più semplice, scandalosamente sconveniente, rivelando così la loro altissima dignità e la loro preziosità ai suoi occhi. Gesù ama ciascuno di noi fino a questo punto: egli umilia veramente se stesso (cf. Fil 2,8) per stare accanto a noi e per insegnarci ad amarci l’un l’altro, come egli ha amato noi (cf. Gv 15,12).

Nella pagina di Vangelo che abbiamo ascoltato ci sono altri due elementi che vorrei sottolineare. Innanzitutto Giovanni ci dice che Gesù compì il gesto di lavare i piedi dei suoi discepoli poiché sapeva che era venuto da Dio e che a Dio ritornava (Gv 13,3). La coscienza che Gesù aveva di se stesso è un elemento di fondamentale importanza per noi: egli poteva essere veramente libero ed era capace di amare fino alla fine (Gv 13,1) perché sapeva che ogni momento della sua vita era sorretto e accompagnato dal rapporto con il Padre. E il Padre è il mistero della libertà e dell’amore: conoscerlo e vivere la vita con il pensiero e lo sguardo continuamente rivolti a lui, significa pace, gioia, coraggio, anche dentro le difficoltà. Questa è l’esperienza di Gesù; questa è l’esperienza dei santi.

Continua a leggere il testo integrale dell’omelia di monsignor Camisasca su La Libertà del 1 maggio

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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