Un giocatore in più

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Quest’anno tra le fila della mia squadra abbiamo potuto vantare un giocatore in più, un jolly oserei dire, bravo  a ricoprire tutti i ruoli, compreso quello dell’allenatore.

Si tratta di un giocatore dalla continuità spaventosa: ha saltato pochissime partite e ad allenamento è sempre stato presente.

Il suo nome? ALIBI.

Quanti alibi quest’anno che i miei giocatori si sono dati e inventati per giustificare una stagione fatta di tanti, troppi, sali scendi.

Sicuramente la colpa più grande ce l’ho io che ho permesso loro di fare affidamento su questo neo compagno (degli avversari) che tante volte è sceso in campo: si  spazia dalle assenze di alcuni giocatori a quelli fuori ruolo, dal terreno irregolare al campo piccolo, passando per il freddo dell’inverno e il caldo che sui campi sintetici si accusa di più specialmente ad inizio stagione.

Analizzando questa stagione a campionato concluso, direi che i grandi assenti della mia squadra sono stati passione e voglia di mettersi a disposizione e in discussione. L’autocritica che mi faccio è di aver creduto troppo maturi i miei giocatori pensando che a 15/16 anni fossero già piccoli uomini capaci di superare i propri limiti. Ma mi sono sbagliato e mi è apparso chiaro di avere a che fare con una generazione di ragazzi fragili, dalle enormi potenzialità, ma immobilizzati da pigrizia, paura e scarsa ambizione nel voler “spaccare il mondo”.

Praticare sport non è più una priorità per le nuove generazioni: giocare a calcio comporta troppo sacrificio e i ragazzi sono troppo abituati ad aver tutto subito. Non si conosce più il gusto di conquistarsi una soddisfazione dopo aver lottato e  sofferto. Del resto basta rivolgere lo sguardo fuori dal campo per ricercare qualche motivo a tutto questo.

Oggi se si viene bocciati a scuola, nella maggior parte dei casi, anziché ripetere l’anno, si cambia istituto perché l’alibi che regge è: questa scuola è troppo difficile; i professori ce l’hanno col ragazzo; non si trova bene nella classe; i compagni non lo fanno studiare… e potrei continuare.

Qualche settimana fa leggevo un articolo che addossava la colpa ai troppi compiti casalinghi per spiegare la causa dell’abbandono della pratica sportiva. Ennesimo alibi che diamo ai ragazzi.

“Mister, smetto di giocare perché devo studiare” ritornello che per un paio di volte mi sono sentito dire questa stagione. Del resto se un ragazzo dice così, apparentemente, sembra compiere una scelta consapevole, addirittura passa per un eroe con la passione per il gioco sacrificata sull’altare della cultura.

Balle! Per l’ennesima volta gli diamo un alibi per non mettersi alla prova. Più facile dare la colpa all’arbitro o ai professori piuttosto che analizzare le proprie mancanze. Troppo spesso il divano e la comodità vincono sulla voglia di migliorarsi: fare a gara con se stessi è troppo faticoso ed impegnativo.

Anziché l’allenamento togliamo tv, playstation e smartphone: forse avremo meno persone social ma magari avremo più ragazzi con una propria identità.

A furia di alibi e giustificazioni non solo non creiamo giocatori, ma non stiamo forgiando uomini. E nella partita della vita non è mai colpa dell’arbitro se le cose non funzionano.

E questa brevissima analisi sociologica non vorrei che diventasse il mio alibi per giustificare una stagione deludente dal punto di vista del divertimento e del trasporto. Troppo spesso mi è capitato che l’apatia dei miei ragazzi spegnesse il mio entusiasmo, quando invece dovrei essere io a trasmettere loro la voglia di giocare. Questa è la mia colpa più grande, non averli contagiati con la mia passione. E di sicuro immagino che anche questo sia l’ennesimo alibi che i miei ragazzi si saranno dati, magari imbeccati da qualcuno sull’incapacità del mister.

MI piacerebbe che i miei Allievi partecipassero agli allenamenti dei 2012: non esiste remora, non esiste risparmiarsi, non c’è scusa o alibi che tenga, ma solo la voglia e la smania di avere tra i piedi quella sfera magica piena di sogni.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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