Omelia per l’apertura del Giubileo per i 400 anni della Madonna della Ghiara

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Pubblichiamo l’omelia per la solennità della B. Vergine della Ghiara, nell’anniversario del primo miracolo e Apertura del Giubileo Straordinario per i quattrocento anni della traslazione dell’immagine miracolosa, pronunciata dal vescovo Camisasca lunedì 29 aprile

Su La Libertà in uscita mercoledì 8 maggio lo SPECIALE GHIARA su: Apertura del Giubileo; la Giornata dei Servi di Maria; la mostra sulle immagini di devozione, Documentario; Francobollo e tanto altro…

Cari fratelli e sorelle,

cari padri della Ghiara,

cari presbiteri concelebranti,

cari diaconi e autorità tutte,

eccoci giunti all’annuale memoria di quello che è passato alla storia come il primo miracolo della Ghiara. “Primo” perché inizio di una serie numerosa di guarigioni, avvenute qui e anche in altre parti del mondo, attraverso la preghiera fiduciosa e insistente alla Madonna di Reggio.

Questa celebrazione costituisce il grande portale che ci introduce all’inizio dell’Anno Santo, che celebreremo a partire da oggi fino all’8 dicembre prossimo. Mi auguro che una folla numerosa di persone possa partecipare al fiume di grazie che si riverserà sulla nostra città durante questi mesi. Spero ardentemente che siano in molti dalla nostra Diocesi e dalle Diocesi circonvicine, e anche da tante parti d’Italia e del mondo, a rinnovare la propria vita attraverso il pellegrinaggio alla Ghiara. Esso non sarà un’espressione esteriore di semplice devozione – anche se questa non deve mai mancare – ma più profondamente potrà coincidere, se lo vorremo, con il desiderio profondo di un’autentica conversione, di un sincero cambiamento di vita. Mettiamoci alla scuola di Maria, nella sequela di Gesù! Siamo chiamati a imparare da Maria l’umiltà che ci fa riconoscere la nostra condizione di creature fallibili, e perciò ci fa desiderare il perdono di Dio. Siamo sicuri che il Padre ce lo concederà, essendo egli ricco di giustizia e di misericordia. Questa conversione del cuore potrà avere un benefico influsso sulla vita delle famiglie e sulla stessa società civile, sulla modalità con cui guardiamo alla storia del mondo, al presente e al futuro. Soprattutto potrà essere un dono dello Spirito, capace di infondere nuovo coraggio e nuova passione alla nostra testimonianza di Cristo, alla nostra missione evangelizzatrice.

Questa sera vorrei ripensare con voi il posto del miracolo e dei miracoli all’interno della vita della Chiesa e del mondo. Non posso infatti evitare una domanda, tra le tante, che mi capita di ascoltare nei dialoghi che ho frequentemente con i fedeli o con le persone alla ricerca di Dio: “Perché un miracolo come quello accaduto a Marchino non accade anche a me o a una persona a me cara?”. Questa domanda è molto simile ad altri profondi interrogativi: “Perché una determinata famiglia è ritornata a vivere nella gioia, mentre la mia è segnata da tensioni e divisioni?”; “Perché un mio figlio o un mio amico è morto?”. Si tratta di questioni centrali, e non di aspetti marginali della fede cristiana. Si tratta, in altre parole, di comprendere cosa significhino giustizia e misericordia, i due attributi fondamentali con cui la tradizione giudaico-cristiana si rivolge a Dio.

I miracoli, come abbiamo ascoltato nelle letture di questa messa, attraversano interamente la storia di Israele, di Gesù e della Chiesa. Il profeta Isaia preannuncia il miracolo del deserto che fiorisce (cf. Is 35,1-2), prodigio particolarmente significativo per il popolo di Israele. Chi ha conosciuto le zone desertiche della Terra Santa, ma anche di altre parti del mondo, sa che il deserto viene a crearsi a motivo dell’assenza dell’acqua. Ma quando si tratta di zone desertiche di dimensioni modeste, se l’acqua ritorna copiosa a irrorare la terra, immediatamente rinascono il verde delle piantagioni e i fiori. La fioritura del deserto è dunque il segno, e quasi il simbolo, dell’intervento miracoloso di Dio, che rinnova la vita della terra. Il segno della sua venuta è simboleggiata anche dai ciechi che tornano a vedere e dai sordi che tornano a udire (cf. Is 35,5). La storia antica vedeva una forte presenza di sordomuti a causa delle condizioni di vita e delle malattie, che non potevano essere allora debellate. Ancor oggi, alcune zone del sud del mondo riscontrano tragicamente questa piaga. L’uscita dalla sordità e dal mutismo rappresentava dunque, oltre che un evento impossibile alle forze dell’uomo, qualcosa di assolutamente straordinario: un segno della benevolenza di Dio, che permetteva a persone particolarmente segnate di aprirsi ad una vita nuova.

Il Vangelo di Marco ci presenta allo stesso modo la guarigione di un sordomuto (cf. Mc 7,31-37). Che cosa voleva fare Gesù, e che cosa di fatto egli ha realizzato, con questo e con gli altri miracoli? Voleva semplicemente ridare l’udito e la parola a un uomo che ne era privo? Se ci accostiamo con maggiore profondità e attenzione ai testi liturgici di questa messa, troviamo delle vie importanti per una risposta.

Il miracolo per Gesù non è mai fine a se stesso, ma ha sempre lo scopo di suscitare la fede in colui che riceve la grazia e nel popolo che gli sta intorno. Già il testo del profeta Isaia ci porta in questa direzione. Il miracolo della fioritura del deserto che, purtroppo, dopo un po’ di tempo tornerà ad essere tale, ha lo scopo di infondere coraggio al popolo, cioè di renderlo consapevole che Dio non è lontano. Egli non si disinteressa della sorte profonda della sua gente, dei suoi figli, ma viene a salvarli. Molto più profondamente della fioritura del deserto, egli verrà a rinnovare i cuori delle persone. Come dice il Salmo Responsoriale con cui abbiamo pregato: anche se noi siamo nell’angoscia, non temiamo se trema la terra, e se vacillano i monti nel fondo del mare, perché Dio sta in mezzo al suo popolo e lo soccorre allo spuntare dell’alba (cf. Sal 45) – cioè all’inizio del nuovo giorno, della nuova vita che egli stesso va suscitando. Già nella storia di Israele e, in un modo analogo, durante la vita di Cristo, possiamo vedere che purtroppo continuano le malattie, i disagi e la morte. Ma esse possono assumere un significato completamente nuovo: possono diventare una strada di salvezza invece che di dannazione. Le difficoltà e i problemi, nella misura in cui sono abitati da Dio per mezzo della fede, si trasformano realmente nella strada del nostro ritorno a Dio e della nostra serenità sulla terra.

Vorrei che comprendessimo più in profondità quanto ho detto: Dio non è semplicemente una persona che ci accompagna nelle nostre angosce, nelle nostre malattie, nella morte. Egli trasforma tutto ciò dall’interno. La morte non è più la parola definitiva, perché sappiamo che oltre la morte c’è la vita. La malattia e il dolore, che pure restano nella loro drammatica e faticosa virulenza, se accolte come parte del sacrificio di Cristo, diventano suscitatrici di gioia e di solidarietà umana. I santi ci hanno mostrato tutto questo.

Comprendiamo così che noi non solo possiamo, ma dobbiamo chiedere il miracolo. Qualunque miracolo nasca dalle nostre necessità fondamentali, come il miracolo della guarigione, della riconciliazione, del perdono, della pazienza. E così anche i miracoli più piccoli, che possono sembrare secondari, ma che davanti a Dio sono ugualmente importanti: il miracolo del lavoro, dell’amicizia, del ritrovamento di una cosa cara. Dentro ogni domanda particolare di miracolo per sé o per altri, ciò che rende veramente autentica la nostra supplica, è la richiesta del miracolo della fede. Senza fede non si possono ottenere miracoli. E anche qualora accadessero, essi non sarebbero riconosciuti e compresi.

Cristo è venuto nel mondo per suscitare la fede nel Padre. Perciò ha fatto anche dei miracoli. Perciò egli stesso è stato il primo grande miracolo. Gesù Cristo è il miracolo per eccellenza: egli è infatti il miracolo di un’umanità diversa, capace di donarsi fino alla morte di croce. La sua capacità di donazione totale si era già in realtà manifestata durante il suo ministero pubblico, attraverso le sue parole, le sue opere, i suoi sguardi, la modalità con cui trattava le persone e le cose.

Accorriamo perciò fiduciosi alla Madre di tutte le grazie, di tutti i doni, di tutti i miracoli. Supplichiamo suo Figlio attraverso di lei, per tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Ma soprattutto chiediamo, all’interno di ogni nostra domanda, il miracolo della fede, che costituisce la luce e la forza fondamentale per vivere l’esistenza in modo umano e per scoprire, in questa valle di lacrime, l’anticipazione della vita di gioia che non avrà mai fine, oltre il tempo.

Amen.

+ Massimo Camisasca

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