Una preghiera che abbraccia

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Scandiano: dai Cappuccini lo stile della comunità ecumenica di Taizé

Continua il viaggio della nostra inviata Fabiana Guerra in alcune realtà di spiritualità presenti in diocesi. Dopo i servizi sul nostro Seminario (per la giornata diocesana di gennaio) e su “Nuovo Orizzonti”, questa settimana è la volta della preghiera di Taizé a Scandiano.

È da anni che nella nostra diocesi, presso il convento dei frati cappuccini di Scandiano, si raduna una volta al mese un gruppo di preghiera che si ispira alla modalità proposta dal mite frère Roger nella comunità ecumenica di Taizé, in Francia.
Le persone presenti variano dalle 60 alle 70, ed è un momento aperto a tutti coloro che lo desiderano. Di fatto è una preghiera proprio semplice che richiede ascolto e voglia di essere in sintonia con se stessi e con Dio.

Arrivando un quarto d’ora prima dell’inizio si notano in chiesa alcuni che si muovono con discrezione e calma, preparando l’ambiente per pregare: i tappeti sul pavimento, gli sgabelli, i libretti dei canti, i fogli del programma per la serata con la Parola scelta, il crocifisso di san Damiano, le candele, il drappo… il coro prova i canti, senza far confusione in pochi minuti tutto è pronto.
A volte noi ci dimentichiamo di prepararci per pregare. Eppure ci sarà stato detto decine di volte di farlo, per liberare cuore e mente da ogni altro pensiero e affidarci allo Spirito.

Il silenzio è la caratteristica di Taizé, anzi è un dono, una liturgia, che coinvolge il corpo, che porta in maniera sensibile alla riconciliazione, con Dio, con se stessi, con gli altri. Infatti il silenzio è una nota evidente e marcata. Si ascolta un brano della Parola di Dio, un breve commento da chi è referente, e poi silenzio prolungato e canti. Canti, anche non in lingua italiana, che sono canoni ripetuti per minuti, sempre le stesse parole, ma che tutti cantano con dolcezza.
Sembra che sgorghi dai presenti il desiderio che ogni parola entri, scavi dentro di sé ciò che annuncia, ma delicatamente, senza fretta. È fra Gabriele a fare un breve commento e indicando la croce dice: “Sulla croce c’è scritto INRI che potrebbe essere l’acrostico di: Io Non Ritorno Indietro. Scelgo di amarti così. Concretamente”. Il canto intonato ripete tante volte: Il Signore viene ad incontrarti, Dio non allontana.
La luce è soffusa, la croce innalzata focalizza gli sguardi, le persone, di diverse età, sono sedute dove e come vogliono, c’è un’atmosfera non forzata, ma un’aria di pace, dolce e mite, come mite è chi è al centro: Lui.
Nel buio non si distinguono nemmeno bene i volti: un cuor solo e un’anima sola, una sola voce, un unico amore.
Dopo l’invocazione allo Spirito Santo inizia la liturgia della luce, durante la preghiera le candele accese accanto alla croce simboleggiano una progressione della preghiera che va sempre più in profondità e coinvolge i sensi. Il crocifisso è sdraiato: chi vuole può avvicinarsi alla croce, inginocchiarsi, e appoggiare la fronte a Lui, affidargli i propri pesi, le fatiche, chiedere, ringraziare… è un gesto di fiducia, suggestivo e sempre accompagnato dal canto che stavolta ripete: Dio è amore, osa amare senza timore Dio è amore, non temere mai.

Leggi il testo integrale dell’articolo di Fabiana Guerra dell’Ordo Virginum diocesano su La Libertà del 27 marzo

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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