Se vincere nuoce gravemente alla salute

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Puntuale come ogni anno, arrivano, immancabili, le notizie di risse tra genitori, di partite sospese, addirittura di dirigenti (adulti) che aggrediscono i giovani calciatori. Scene di ordinaria follia che si commentano da sole.

Dirigenti, allenatori, genitori creano attorno a questi ragazzi una pressione eccessiva che sfocia nel nervosismo: spesso una partita di Allievi non è un divertimento, diventa uno stress! Basta ascoltare certe frasi da “dentro e fuori” di alcuni allenatori per non elencare le perle di saggezza che piovono dagli spalti in cui padri e madri assiepano le tribune dei campetti di periferia travestendosi da capi ultras.

Vincere è ciò che conta. Non importa come: avere successo con ogni mezzo, lecito o no, magari facendo meno fatica possibile. Vince il più furbo, non il più bravo. E i ragazzi sono convinti di questo.

Peccato che dimentichiamo con troppa facilità che abbiamo a che fare con adolescenti in costruzione e non con affermati calciatori. Anzi, molto spesso abbiamo a che fare con ragazzi a cui non interessa nemmeno giocare a calcio. Mai avrei pensato di imbattermi in giovani che a metà stagione decidessero di smettere. Mai avrei pensato che il sacrificio e l’abnegazione soffocassero la passione. Che uscire con gli amici fosse più importante dell’amore per il pallone. Troppa fatica fare allenamento…sudarsi il posto…e poi magari non si vince nemmeno.

La motivazione più divertente che viene usata per ritirarsi da una squadra è la scuola. Verrebbe da fare un applauso al loro senso di responsabilità, salvo poi accorgersi che, pagella alla mano, la scuola è il motivo più inflazionato che viene usato per legittimare un abbandono e la ragione è facilmente intuibile: usando l’argomento scuola un ragazzo è inattaccabile.

A volte presi un po’ troppo da noi stessi e dal nostro curriculum anche noi allenatori dimentichiamo con chi abbiamo a che fare. Ma responsabilità di un adulto è anche lanciare messaggi, idee, dare l’esempio a chi, nonostante tutto, ci guarda e ci scruta sempre, quasi come se fossimo sotto esame. Ci concentriamo solo sulla vittoria perdendo di vista tutto il resto.

 “Gli Allievi sono già calcio dei grandi, conta vincere” è la frase più ricorrente tra gli addetti ai lavori. E allora non facciamo gli indignati se i giornali, anziché raccontare una partita, raccontano fatti di cronaca nera. La vittoria sembra una droga che crea dipendenza (e si possono prendere pure delle botte).

Non diamo più il tempo ai ragazzi di poter sbagliare. Li vogliamo concreti e maturi, ma non gli insegniamo a saper compiere la scelta giusta. Vincere e basta è l’alibi che noi creiamo per il loro insuccesso: se non vinci non sei nessuno e di conseguenza non vale nemmeno la pena lottare.

Credo che per vincere sul serio occorre che tutti, fuori e dentro al campo, facciano la loro parte. Non è col nervosismo e con la pressione che si arriva a traguardi prestigiosi. Lasciamo ai professionisti vivere sotto il peso dello stress.

Abbiamo l’occasione e la fortuna di stare a contatto con gli uomini del domani, di poter dar loro un’opportunità di crescita. Iniziamo soverchiando la cultura del nostro calcio: proviamo a lanciare il messaggio che per vincere bisogna essere i più bravi. Che per diventare i più bravi serve faticare. Sudare. Serve anche piangere e arrabbiarsi. Che si può studiare, giocare a calcio e avere spazio per gli amici.

Ai ragazzi il compito di affidarsi e credere negli adulti. A questi il compito di essere guide, esempi lungimiranti e non persone solamente avide di vittorie. A tutti piace vincere, ma è il come si vince che fa la differenza.

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

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