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Chiara, infermiera: quante grazie ad Ampasimanjeva

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A tutti voi lettori, mi presento: mi chiamo Chiara Bezzi, ho 25 anni e vengo da Albinea. Sono missionaria laica in Madagascar da circa un anno e presto servizio come infermiera all’ospedale “Don Mario” FMA di Ampasimanjeva.
Condivido con voi un po’ del mio percorso, delle riflessioni sul vivere qui, in particolare quali sono le grazie che mi ha portato la missione e perché considero la missione di annunciare il Vangelo una gioia.
Sicuramente, in questo anno, sono stati tanti i doni e le grazie con cui la missione mi ha arricchito e probabilmente altrettanti ne riceverò se il mio cuore sarà disponibile ad accoglierli.

Prima grazia tra tutte è la scoperta. Uno spazio/tempo da dedicare all’approccio a nuove regole, per rimettere e rimettersi in gioco, senza buttare via niente, ma riconoscendo quello che si è per incamminarsi verso quello che si vuole diventare, usando quanto acquisito in competenza negli altri mondi vitali; per accettare le regole e la nuova “legge” entrando in una nuova comunità…
Come gli altri volontari, non solo qui in Madagascar, ma in tutto il mondo, vivo da ospite straniera in una terra molto diversa dalla nostra cara Italia. Entrare a far parte di un mondo così lontano richiede tempo, pazienza, ci impone di osservare con il cuore e sospendere il giudizio, tanta meditazione e umiltà per affidarci ed affidare a Dio ciò che non riusciamo a controllare. Della scoperta la parte migliore è la meraviglia: quella che si prova soprattutto nei primi mesi, quando tutto è nuovo e che se si è fortunati, se si vuole, può continuare a sorprenderci in tante piccole cose!

Nel mio caso sono stata colpita subito dal paesaggio: da tutto il verde rigoglioso, dalla foresta tropicale, da tutte le sorprese del buio come il cielo stellato e le tantissime lucciole che illuminano il boschetto davanti a casa delle masere (suore). Ci sono poi altre sorprese rappresentate dagli odori, dai piedi scalzi dei malgasci, dai taxibrousse (furgoncini sovraffollati) e dalle condizioni di povertà di molti: le loro capanne fatte di paglia che sono un po’ storte e un po’ “malconce” come i vestiti strappati e sporchi (tranne la domenica perché ci si mette il vestito della festa)…
Ancora, sorprese arrivano da tutti i malati che vengono all’ospedale e che non si possono permettere di pagare le cure, da quelli che non hanno abbastanza da mangiare che le suore pazientemente assistono ogni giorno; dai bambini che non possono andare a scuola, perché devono accudire ai propri fratellini e sorelline, lavorare o pascolare gli omby (i buoi), ma che vengono a chiedere ad Ilaria, missionaria ad Ampasimanjeva come me, di poter fare qualche lezione in privato quando lei ha tempo e sperano di potersi presto iscrivere a scuola.

Leggi tutto la testimonianza di Chiara Bezzi, missionaria laica, su La Libertà del 13 marzo

Pubblicato in Articoli, Slide, Vita diocesana

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