Ogni cosa al suo posto

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Aimer un être, c’est lui dire: «Toi, tu ne mourras pas»” – amare un essere, amare un altro è dirgli “Tu non morirai”. Ripenso alla celebre espressione del filosofo Gabriel Marcel (Le mort de demain, 1931) mentre alla radio passa il motivo sanremese di Arisa, Mi sento bene. Mi ero già imbattuta nel testo di questa canzone qualche giorno prima, quando la mia amica Serena me lo aveva piazzato sotto il naso commentando: “Questa roba qua è disperante… fa stare malissimo, altro che sentirsi bene”.

Credere all’eternità è difficile/ Basta non pensarci più e vivere/ E chiedersi che senso ha? È inutile/ Se un giorno tutto questo finirà/ Ritrovare un senso a questo assurdo controsenso/ È solamente la più stupida follia. Se non ci penso più mi sento bene/ Guardo la tv e mi sento bene/ Leggo un giornale, mi sdraio al mare/ E prendo la mia vita come viene/ Se non ci penso più mi sento bene. […] Cosa ne sarà/ dei pomeriggi al fiume da bambina/ degli occhi di mia madre/ quando questo tempo finirà?/ Se non ci penso più mi sento bene/ Se faccio quello che mi va mi sento bene”.

In un’intervista la cantante chiosa che “è inutile elucubrare sul senso della vita. La vita va vissuta momento per momento cercando di non rimandare a domani quello che puoi amare oggi”. Di primo acchito parrebbe difficile darle torto: assaporare in pienezza il valore di ogni singolo momento, anche dentro l’apparente banalità, ci sembra un traguardo desiderabile.

Eppure mi scopro a dare ragione alla mia amica e al suo lapidario giudizio.

Gli occhi della mamma, i baffi del papà, gli schiamazzi dei figli, le voci di fratelli e amici, il viso del marito o della moglie: chi di noi, di fronte a questo, non ha sentito almeno una volta la fitta acuta del tempo che tutto porta via con sé, la malinconia della nostra mortalità, lo scandalo della caducità di ogni cosa? Che ne sarà di me e dei miei cari, delle fatiche, delle gioie, delle risate e delle lacrime? Quale valore può avere la vita, se è destinata a perdersi nel nulla come luce che scolora; e come possiamo davvero viverla “momento per momento”, se tutto quel che conosciamo è destinato a finire prima o poi?

Dio mi ordinò d’amare un determinato luogo e di servirlo, me lo fece onorare come potevo, anche con le mie eccentricità… Intendo che il Paradiso è in un certo luogo e non dappertutto; è qualche cosa di preciso e non già qualsiasi cosa. E in fin dei conti non sarei troppo stupito se ci fosse davvero un lampione verde, davanti alla mia casa, su in cielo”. Così si esprime Innocent Smith, lo strampalato protagonista del chestertoniano Uomovivo.

Proprio questa è una delle cose che mi ha sempre fatto sentire amico Chesterton: se esiste il Paradiso, tutta la nostra vita dovrà trovarvi dimora – persino la cassetta della posta o il lampione nel vialetto sotto casa; persino gli occhi della mamma e le gite al fiume di Arisa. Ed è questa la pietra di inciampo sulla quale cadiamo, così essenziale che è praticamente impossibile starle sempre di fronte in piena coscienza. Tutto in noi afferma la nostra transitorietà, e al tempo stesso tutto in noi è mendicanza di eternità. Intessuti di limite, nutriamo l’oltraggiosa pretesa che tutto sia salvato. Tutto: ogni particolare, ogni dettaglio – anche il più infimo. Ogni espressione del viso, ogni attimo, ogni relazione, ogni sfumatura di colore: tutto ciò che rende la nostra vita così unica, così “nostra”. È una contraddizione che non siamo in grado di sanare. Più spesso tentiamo di aggirarla: di “sentirci bene” smettendo di pensare, di immergerci nel colore e nel frastuono, di aggrapparci all’impulso del momento.

Pascal lo chiamava divertissement, distrazione: è il tentativo di dimenticare il pungolo acuto della finitezza. Ma cosa accadrebbe se lo prendessimo sul serio, questo pungolo, anche solo per un momento? Forse ci accorgeremmo che la struggente, drammatica mortalità nostra e di tutto ciò che abbiamo e amiamo – e che non sapremmo da soli creare o conservare – rimanda oltre se stessa: ci sbilancia oltre l’orizzonte finito del nostro mondo, ci lascia intravedere il nostro destino. 

Nel suo meraviglioso Il cavallo rosso, Eugenio Corti presenta la figura scialba di Marietta “delle spole”, così soprannominata per il suo ruolo di addetta alle spoliere in una manifattura: una sgraziata figura di donna cinquantenne “molto piccola, le gambe storte”, che “era l’operaia più zotica di tutta la fabbrica. Aveva capelli radi e ricciuti, repulsivi, e una faccia incredibilmente larga e gialla, in cui chissà come erano capitati due occhi neri d’agnello”. Una donna la cui “suprema aspirazione”, ci informa lo scrittore, “era di non farsi notare dagli altri”. Di lei non sappiamo più nulla fino alla conclusione del romanzo, quando la dolce Alma, una dei protagonisti del libro, muore in un incidente d’auto e viene accompagnata dagli Angeli Custodi in Paradiso. “Almina spalancò i suoi occhi nuovi: «Marietta!» esclamò: «oh Marietta, sei tu?». Era proprio Marietta delle spole che tante e tante volte aveva accompagnato Alma infante in chiesa o a passeggio lungo le strade allora acciottolate di Besana, tenendola per mano. Non aveva più i capelli repulsivi, né la faccia gialla, né le gambe storte, aveva invece ancora seppure non più fatti di materia i begli occhi neri d’agnello che sulla terra sembravano così fuori posto nel suo povero viso: ma non erano fuori posto qui, dopo che tutto il resto della sua figura pur senza propriamente cambiare si era per così dire adeguato ad essi. «Benvenuta Almina» la salutò con gioia Marietta”.

Al nostro desiderio che tutto possa durare risponde dall’eternità una Parola abissale: “Tu non morirai”. Parola che un giorno rianimerà col suo soffio la nostra cenere, restituendola a uno splendore mai saputo eppure presagito. Parola che è una Persona, che ha preso Volto e carne: perché fossimo strappati al nulla.

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