Eucarestia e Comunione

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In questo numero, all’interno del percorso di quest’anno sulla Chiesa, la Scuola Teologica Diocesana (STD) propone l’intervento di don Edoardo Ruina, docente di sacramentaria e di liturgia

Nel capitolo 11 della Prima Lettera ai Corinzi, Paolo affronta il problema di alcuni abusi che si sono introdotti nella celebrazione eucaristica della comunità di Corinto. Essi sono legati alla prassi di consumare, forse prima della celebrazione eucaristica o, forse, durante la stessa, quella che più tardi verrà chiamata “agape”, cioè un banchetto fraterno che doveva ricordare la cena col Signore Gesù. Questa pressi però era divenuta dannosa, poiché faceva emergere le divisioni della comunità di Corinto e la sfacciata mancanza di carità, che offendeva i più poveri. Infatti, probabilmente ognuno portava del cibo da casa ma, anziché metterlo in comune, ciascuno mangiava il suo cibo, per cui la cena evidenziava e sottolineava le differenze tra chi aveva cibi ottimi e abbondanti e chi aveva cibi scarsi come quantità e qualità.

Per risolvere il problema, Paolo non interviene con una serie di esortazioni rivolte ai cristiani di Corinto, ma ritiene necessario partire dalla narrazione dell’ultima cena di Gesù, così come egli l’ha appresa dalla tradizione degli apostoli. Come mai?
La narrazione della cena è sintetica, piuttosto stilizzata, e si concentra sulle parole e sui gesti di Gesù: “Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me»” (1Cor 11,23-25). Il gesto e le parole del pane dicono che Gesù ha donato completamente se stesso (“il mio corpo = la mia persona: io”); il gesto e le parole del vino dicono che egli ha donato tutta la sua vita (“il mio sangue = la mia vita”).

Quindi Gesù, consapevole di andare incontro a una morte violenta causata dall’odio dei sadducei, dalla viltà di Pilato, dal tradimento di Giuda, ha fatto della sua morte in croce l’occasione per un amore più grande e ha trasformato la croce in un dono totale di sé al Padre, a favore degli uomini. La sua vita è così diventata un’offerta (quello che gli antichi chiamavano “sacrificio”) ed Egli ha invitato i discepoli ad entrare in comunione con lui che si è offerto, mangiando quel pane e bevendo quel vino.

Leggi il testo integrale dell’articolo di don Edoardo Ruina su La Libertà del 6 marzo

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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