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AAA entusiasmo cercasi

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Perdere, sinonimo di non aver entusiasmo. Non è una definizione del dizionario ma è quello che attualmente stanno vivendo i miei ragazzi dopo due sconfitte. E come dargli torto!? A chi piace perdere!?

Tuttavia si vede che i tempi sono cambiati: alla loro età il mio entusiasmo vacillava quando il mister non mi faceva giocare o quando giocavo poco. Sicuramente perdere non mi piaceva ma la cosa che più mi premeva era giocare. A distanza di 20 anni mi accorgo di come invece ai ragazzi interessa solo vincere. Addirittura c’è chi non è felice di giocare perché si sente fuori ruolo… e la cosa è strana perché la parola giocare ha già intrinsecamente il divertimento, la contentezza racchiuse in sé.

Banalizzando potrei dire che in 4 righe ho riassunto il male del calcio giovanile italiano all’indomani dell’impresa del giovane Ajax che si è imposto sul campo del  Real Madrid. A memoria credo che la squadra olandese non centrasse una vittoria così prestigiosa da …mmm… non so quanti anni.

Sarà un caso!? Assolutamente no. L’Ajax ha investito tempo, risorse e idee sul lavoro in prospettiva: lavoro oggi per vincere domani. Ah, dimenticavo, e hanno perso tanto, rimediando anche delle brutte figure.

Sicuramente il paragone con questa società, nel mio caso non regge, ma direi che il principio su cui lavorare è applicabile, a maggior ragione per chi, come me, lavora in una società dilettantistica in cui si dovrebbe avere il tempo, la giusta pressione e l’ambiente ideale per forgiare al meglio persone e calciatori.

Del resto in un’epoca in cui siamo abituati ad avere tutto, subito e senza sacrificarsi o patire più di tanto, anche due sconfitte consecutive possono rappresentare un fallimento. Non importa la qualità del gioco, non importa la filosofia e l’intento del mister o della società, importa solo vincere. Come e perché ha poco valore. Bisogna vincere. Se non vinci… i ragazzi perdono entusiasmo.

Esiste un particolare che i profeti dell’entusiasmo non prendono in esame: per vincere prima si passa dagli uomini e poi dai giocatori. Una squadra composta da persone che non si stimano tra loro anche se annovera tanti talenti, nei  momenti difficili fa più fatica di altre compagini tecnicamente più scarse ma umanamente più cariche. È il famoso carattere che deve venir fuori. Ma come fa ad uscire se non mettiamo mai in difficoltà questi ragazzi?

Ho provato tante volte a dialogare con loro, a mettermi in ascolto: io al centro in mezzo a venti ragazzi… muti! Ho anche provato a metterli uno contro l’altro per sortire un effetto, non distruttivo, ma per far nascere in loro il rispetto reciproco. Mi sono chiesto anche se sono io la causa di questa frustrazione. Ma ancora non si è visto l’effetto desiderato. Si vede solo che perdiamo. Eppure siamo vivi. Non giochiamo male. Certo c’è tanto da lavorare e correggere, ma non siamo affatto male. E i ragazzi questo lo sanno.

Allora, forse, dovremmo tornare al calcio delle origini, a quello dei bambini: che piangono se perdono ma strillano se non giocano. Che in campo vanno a mille e il più timido diventa leone anche se questo o quello non gli passa la palla o se l’avversario tira calci agli stinchi e non al pallone. E che soprattutto, se da fuori la mamma gli dice di andare piano, va ancora più forte e alla mamma dice: non ti preoccupare, a me piace giocare!

Per commentare la rubrica scrivi a matteo.daolio@laliberta.info

Pubblicato in A bordo campo, Articoli

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