Ricordare per non morire

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Foibe: a Quattro Castella lo spettacolo di Luca Violini

In occasione del Giorno del Ricordo della tragedia delle genti giuliano-istriane, fiumane e dalmate, come già nel 2011 a La Spezia, nel 2009 a Montecitorio e a Osimo, nel 2018 a Pola, sabato 16 febbraio è andato in scena nella sala consiliare di Quattro Castella lo spettacolo “Quell’enorme lapide bianca”, con la lettura teatrale di Luca Violini del bel testo di Paolo Logli, accompagnato dalle musiche originali di Gabriele Esposto e da una voce di bambina, Elena, in sottofondo.
Lo spettacolo è stato il primo realizzato in Italia dopo la legge del 2004.
Il tema, molto seguìto da un pubblico silenzioso e attento, era il dialogo scaturito dalle pagine di un diario tra due amici che avevano condiviso l’infanzia in Istria, prima del dramma delle foibe.

Uno sloveno, Ive, ormai anziano, vissuto nella sua verità divenuta scomoda e poi quasi incomprensibile a lui stesso – “… cancellare nomi con gomma sabbiata, questo era il mio compito, io non ho ucciso nessuno, la maestra mi era anche simpatica, ho solo cancellato il suo nome …” – ed Enrico, italiano, non sopravvissuto né alle foibe né al silenzio che ha circondato questa immane tragedia italiana, per decenni e decenni sottaciuta e negata anche dalle pagine di Storia.
Il testo si snoda, carico di emozioni, da Pola, sul molo, dove una massa di facce stravolte, centinaia di visi attoniti parlavano sottovoce mentre caricavano le casse con le loro masserizie, fino a Bologna, alla stazione dove vengono accolte solo da urla: “Via da casa nostra…”. Ma erano solo italiani, immersi in un clima dove tutti odiavano tutti.

Uno spettacolo giocato solo sulla voce e le espressioni di un unico attore. Poi su rumori, suoni e una vocina in sottofondo che ha fatto rivivere il dramma: “…persone strappate da casa, gonfiate di botte, fatte a pezzi, uomini e donne legati a due a due come in una processione, in marcia fino alle foibe, e… con un colpo di pistola ucciso il primo che trascinava giù gli altri. Raccontano, si sentisse urlare soprattutto di notte da quelle profonde voragini”. E poi l’arrivo del treno ad Ancona, al campo profughi di Jesi – dove emerge la figura della maestra Virnetti: “…Questa cosa non ha senso, gli slavi ci odiano tutti perché siamo italiani” – ma dove neppure i giornali vengono distribuiti.

Leggi tutto l’articolo di Maria Alberta Ferrari su La Libertà del 27 febbraio

Pubblicato in Articoli, Società & Cultura

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