Uscire da noi stessi per una celebrazione che faccia incontrare Cristo

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Il commento di don Edoardo Ruina alla Lettera del vescovo Camisasca sulla Liturgia

Il problema posto dalla lettera del Vescovo è, per la Chiesa di oggi, di cruciale importanza. Negli anni immediatamente seguenti il Concilio Vaticano II, probabilmente perché i riti della Chiesa Cattolica stavano attraversando alcuni cambiamenti, la liturgia è stata per un certo tempo al centro dell’attenzione della nostra Chiesa e nelle nostre parrocchie. Tante cose buone sono state fatte; ma forse, entusiasmati da alcune riforme, non ci siamo presi il tempo per approfondire il senso di ciò che succedeva. D’altra parte, nelle epoche passate, era dato per scontato il fatto che la celebrazione fosse elemento fondamentale e indispensabile del rapporto dell’essere umano con Dio, per cui non si sentiva l’urgenza di una vera teologia liturgica. Oggi abbiamo gli strumenti per una riflessione più profonda sulla liturgia; ma, mi sembra che nelle nostre comunità, al significato della liturgia e a come celebrare bene si pensa troppo poco, presi da altre urgenze pastorali.

Nella sua lettera il Vescovo pone l’accento su un problema molto importante anche per noi: quello delle variazioni arbitrarie che stravolgono il rito, a volte presentate come creatività, a volte come tentativo di avvicinare i fedeli alla celebrazione. è un fenomeno che dura da anni. Già nel 2004 l’Istruzione Redemptionis Sacramentum affermava: “Non si possono passare sotto silenzio gli abusi, anche della massima gravità, contro la natura della Liturgia e dei sacramenti, nonché contro la tradizione e l’autorità della Chiesa, che non di rado ai nostri giorni in diversi ambiti ecclesiali compromettono le celebrazioni liturgiche” (n. 4). E aggiungeva: “Le parole e i riti della Liturgia sono espressione fedele maturata nei secoli dei sentimenti di Cristo e ci insegnano a sentire come lui: conformando a quelle parole la nostra mente, eleviamo al Signore i nostri cuori” (n. 5). Saggiamente poi notava che “gli abusi trovano molto spesso fondamento nell’ignoranza, giacché per lo più si rigetta ciò di cui non si coglie il senso più profondo, né si conosce l’antichità” (n. 9).

Mi sembra che quei comportamenti che l’istruzione Redemptionis Sacramentum biasima abbiano talvolta alla base un senso, forse inconsapevole, di protagonismo. Il sacerdote (ma lo stesso si può dire di tutti coloro che svolgono un ministero liturgico) non è il padrone della liturgia, e nemmeno ne è il protagonista; al centro dell’attenzione ci deve essere Cristo, unico protagonista, che vuole incontrare la sua Chiesa e unirla a sé per portarla con sé al Padre, grazie allo Spirito Santo; chiunque operi nell’azione liturgica, e in particolare il sacerdote, è al servizio di questo incontro.

Il senso della comunione ecclesiale deve incoraggiarci a distinguere tra ciò che dobbiamo fare nel modo in cui è prescritto e, invece, gli ambiti in cui i libri liturgici ci incoraggiano a esercitare la creatività. I fedeli che partecipano all’Eucaristia non partecipano alla celebrazione di un determinato prete, di un determinato gruppo, di una determinata comunità parrocchiale, ma a una celebrazione in cui è implicata tutta la Chiesa, di cui quell’assemblea è la concreta manifestazione. è vero che l’incontro con Cristo è sempre mediato da persone, comunità, eventi storici; ma è altrettanto vero che a condurre gli uomini a Cristo è la Chiesa intera, con tutta la sua storia, il suo cammino, la sua apertura cattolica, cioè universale; chi partecipa a una celebrazione deve sentirsi parte non solo di quel gruppo che celebra, ma della Chiesa universale.

Leggi tutto l’articolo di don Edoardo Ruina su La Libertà del 6 febbraio

Pubblicato in Articoli, Vita diocesana

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